
Più che valorizzare adeguatamente i detti evangelici «lasciate che i fanciulli vengano a me» o «chi non diventerà come un fanciullo, non entrerà nel regno dei cieli», egli [Agostino] accentua piuttosto la durezza dei freni educativi imposti dalla madre, dalla balia o dal pedagogo e insiste sulla crudeltà della condotta dei bambini (nello strappare, magari, la coda alle lucertole, cfr. an. quant., XXXI, 62: quantum pueri mirari solemus palpitantes lacertarum caudas), sui moti «egoistici» della volontà e la debolezza, mai interamente superabile, dell’intelligenza e del linguaggio durante quella fase che prelude alla giovinezza e alla maturità e che Aristotele non aveva considerato nel suo schema delle età della vita, diviso in giovinezza, maturità e vecchiaia (cfr. Rhet., II, 12-14, 1338 b – 1390 b).
Agostino contribuisce in tal modo per secoli a rafforzare o a tramandare quella concezione del bambino «cattivo», che ancora si ritrova nel Cardinal de Bérulle, allorché l’infanzia viene presentata come l’état plus vil et abject de la nature humaine e la scelta di Gesù dì nascere e di attraversare questo stadio, al pari di tutti gli altri uomini, come un’ulteriore prova della kenosis paolina secondo la Lettera ai Filippesi, ossia della sua divina decisione di «svuotarsi» di ogni autorità e di umiliarsi nel modo più radicale. In quanto esposta senza freno al peccato, al vizio e alla tentazione, l’infanzia è una infirmité de la nature, uno stato que nulle sorte de abaissement semble ne pouvoir égaler.
Quando Sigmund Freud – soprattutto nel secondo dei Tre saggi sulla teoria sessuale, in Totem e tabù e in Mosè e il monoteismo – riproporrà nuovamente l’idea del bambino malvagio e concupiscente a generazioni non più abituate a quest’immagine, la sua opera provocherà incredulità, sgomento e scandalo. Sarà poi nuovamente accettata (e persino banalizzata) nella sua duplice versione: quella tragico-sofoclea del desiderio omicida e incestuoso in lotta con se stesso al livello delle pulsioni e dell’immaginazione (soprattutto durante la fase «edipica», fino all’affermazione del principio di realtà, in cui l’autocontrollo è pagato al prezzo di gravi rinunce e mutilazioni psichiche, le cui cicatrici, apertesi nel l’infanzia, non si chiuderanno mai); quella antropologica e vetero-testamentaria secondo cui in ogni infanzia si riproduce il conflitto tra la legge e il desiderio che ha portato l’umanità e il popolo ebraico durante l’Esodo a stabilire una forte autorità esterna solo dopo un delitto collettivo dei “fratelli” coalizzati o dei rappresentanti del popolo eletto che uccidono il «Padre» tirannico o il loro liberatore dalla schiavitù egiziana. L’autodominio e il dominio presuppongono un padre, un capo e un dio morto.
Remo Bodei, Ordo amoris, il Mulino1991
Rileggendo questo passo di Bodei mi viene da pensare che occorre (almeno da parte mia) riflettere ancora sulla relazione tra desiderio e legge. Forse non sono così distinti come sembra. La legge come norma sembra porsi (ma è posta), e stare di fronte al soggetto umano (chiamato ad obbedirvi, ma anche desiderante). E tuttavia vi può essere anche il desiderio della legge, tanto più forte quanto più la sua assenza sprofondi la comunità dei desideranti nella con-fusione che sempre la minaccia. Che poi la legge sia riferita ad un fattore essenzialmente paterno-fallico mi pare una eredità freudiana da abbandonare. Anche nelle società più arcaiche non vi è mai una dominazione della legge maschile senza un contrappeso rappresentato da un ambiente femminile sovrano. Ma l’ottica occidentale dei diritti dell’individuo può essere fuorviante nella comprensione di questo.