Del sentimento tragico della vita 3

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Oh, poter prolungare questo dolce momento, addormentarsi ed essere eterno! Ora e qui, in questa luce tenue e diffusa, in questo ristagno di quiete, quando si placa la tempesta del cuore e più non giungono gli echi del mondo! Dorme il desiderio insaziabile e neppure sogna: l’abitudine, la santa abitudine, regna nella mia eternità; con i ricordi sono morti i disinganni, e con le speranze i timori! E vogliono ingannarci con l’inganno degli inganni, e vengono a dirci che niente si perde, che tutto si trasforma, muta, cambia, che non va distrutta la benché minima particella di materia, né svanisce del tutto il più piccolo impulso di forza, e c’è chi pretende consolarci con questo. Miserabile consolazione! Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 54

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Dioniso, dio della follia mistica, è senza dubbio identico all’Amore. (III, 36)

Simone Weil vede in quella che lei chiama la Grecia il vero precursore del Cristianesimo. In qualche modo la storia e la carne di Israele sono sostituiti in lei dallo spiritualismo dell’India, dell’Egitto e della Grecia. Ed è evidente come lo spargimento di sangue reale del rito nelle sue pagine sia misti-ficato simbolicamente. Affermare l’identità di Dioniso e Amore significa infatti allontanare lo sguardo dallo sparagmos, che del dionisismo rappresenta il nucleo primigenio e insuperabile. Significa non porre apertamente la questione del sacrificio, del cuore violento della religione. Continua a leggere

Vita e destino

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Vita e destino (trad. it. di C. Zonghetti, Adelphi 2008) è del 1960, ma Vasilij Grossman non vide mai la pubblicazione del suo capolavoro, perché la polizia politica sovietica lo sequestrò. Mi viene da chiedermi quanti libri di grande valore siano abortiti, per così dire, nelle grandi società totalitarie, non avendo la fortuna postuma di questo. E questo è un romanzo per cui è difficile trovare aggettivi, tanto è, in tutti i sensi, grande. Forse l’aggettivo che più gli si addice è poderoso. L’hanno chiamato il Guerra e pace del XX secolo, ed è così per vari motivi. È fortemente russo e nello stesso tempo universale; è immenso e ricchissimo di personaggi, e questi hanno una vita intensa anche quando appaiono per qualche riga, come avviene in Tolstoij; la guerra vi è dipinta nella sua verità, come orrore e come fascino, come annientamento e come riscatto. E vi sono tutti i problemi fondamentali del secolo XX, in primis quello del rapporto tra l’individuo e lo Stato.
Lo Stato qui è quello sovietico del 1942, in cui la piramide del potere ha al suo vertice Stalin e in cui la delazione è sempre in agguato, con conseguenze funeste anche per i comunisti più convinti ed ortodossi, cui può capitare di perdere all’improvviso posizione e onore ed essere accusati di collusione col nemico, di antisovietismo, di deviazionismo ecc. ecc. Un incubo continuo. Ma nonostante la mostruosità del potere sovietico la lotta contro l’invasore nazista è sacrosanta. La capacità di distinguere e di problematizzare di Grossman è immensa, e costituisce una lezione anche dal punto di vista storico.  La ricchezza di scene è straordinaria. Appaiono anche Hitler e Stalin in momenti di raccoglimento personale che ne fanno emergere la verità. Ci sono sovietici di varia nazionalità e tedeschi, anche nazisti convinti, mai però ridotti a macchiette, e sempre investigati a fondo nelle loro motivazioni e condizionamenti, e si vivono momenti atroci nelle camere a gas ove un intero popolo è distrutto. Eppure, la grandezza dell’arte di Grossman è tale che nel libro non appare alcuna forma di risentimento, e l’umano vi è colto con lo sguardo cristallino di colui che sa cogliere le verità fondamentali. E l’animo umano vi è indagato fin nelle pieghe più riposte. Esemplare in questo senso la vicenda di uno dei personaggi principali, il fisico nucleare ebreo sovietico Strum, la cui teoria ad un certo punto viene accusata di idealismo dai colleghi e dal partito, e che decide di mantenersi coerente e libero a costo di finire in Siberia, ma dopo una telefonata personale di Stalin che lo appoggia e gli consente di riprendere il lavoro, si inebria a tal punto del sostegno del dittatore da firmare una lettera che accusa degli innocenti, autogiustificandosi pur nel tormento e perdendo la felicità e la pace interiore appena riacquistate. Come a dire che per la libertà dell’anima l’appoggio del Potere è più pericoloso della sua inimicizia.
Grande e virile è la pietà di Grossman per tutti gli uomini, ma non è una pietà che rinuncia al giudizio. Come scrive verso la fine del romanzo:

Deboli sono i giusti e deboli i peccatori. La differenza è che, compiuta un’opera buona, un uomo meschino se ne vanta in eterno, mentre il giusto non si accorge nemmeno delle sue buone azioni, ma ricorda in eterno un peccato che ha commesso. (p. 799)

Su Descartes

Eros Barone mi invia questo commento, che pubblico come post autonomo.

Il Discours come autobiografia dell’individuo problematico

Ancora una volta il ‘blog’ dell’amico Fabio Brotto si rivela puntuale nella scelta dei riferimenti filosofico-letterari e fecondo nelle piste di riflessione che suggerisce ai suoi frequentatori e commentatori, categoria alla quale sono lieto di potermi ascrivere. Se Brotto mi concede ospitalità, come ha già fatto altre volte con la liberalità di modi e l’apertura culturale che lo contraddistinguono, vorrei quindi avanzare alcune considerazioni, sul carattere di impersonalità che il grande saggista spagnolo Miguel de Unamuno attribuisce al “Discours”. Continua a leggere

Del sentimento tragico della vita 2

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« La cosa migliore » dirà qualche lettore « è astenersi da quello che non si può conoscere ». Ma è possibile? Nella sua bellissima poesia Il saggio antico (The Ancient Sage), Tennyson diceva: « Non puoi provare l’ineffabile (The Nameless), figlio mio! Né puoi provare l’esistenza del mondo in cui ti muovi; non puoi provare che sei solo corpo, né puoi provare che sei solo spirito, né che sei l’uno e l’altro in uno; non puoi provare che sei immortale e neppure che sei mortale; no, figlio mio, non puoi provare che io, che ti parlo, non sia tu che parli a te stesso, giacché nulla che sia degno d’esser provato può essere provato o confutato, e dunque sii prudente, afferrati sempre alla parte più soleggiata del dubbio e aggrappati alla Fede oltre le forme della Fede! ». Continua a leggere

Risorse

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Un principio fondamentale che nessuno può mettere in discussione è il seguente: in presenza di una disponibilità di risorse limitata, una popolazione non può crescere illimitatamente. Le risorse del pianeta Terra sono limitate, ergo la popolazione umana del pianeta non può crescere illimitatamente. Coloro che sostengono che tutti i problemi si risolverebbero con una spartizione equa di ciò che è disponibile non possono rispondere a questa semplice domanda: assumendo una spartizione giusta ed equa di tutte le risorse, fino a che punto la popolazione terrestre potrebbe crescere numericamente? 15 miliardi? 30 miliardi? Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 53

weilquaderni

L’energia soprannaturale è lo Spirito , la cui immagine nel Vangelo è il fuoco. La folgore e il fuoco sono in Eraclito immagini dello Spirito Santo. (III, 19) Continua a leggere

Del sentimento tragico della vita 1

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Esiste qualcosa che, in mancanza d’altro nome, chiameremo « il sentimento tragico della vita », che porta dietro di sé tutta una concezione della vita stessa e dell’universo, tutta una filosofia più o meno formulata, più o meno cosciente. E questo sentimento possono averlo, e l’hanno, non solo uomini individuali, ma interi popoli. E questo sentimento non nasce dalle idee, ma piuttosto le genera, sebbene dopo, è chiaro, queste idee reagiscano su di esso, fortificandolo. A volte può provenire da una malattia accidentale, da una dispepsia, per esempio, ma a volte è costituzionale. Continua a leggere

Riluttanza

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RILUTTANZA, una poesia di Robert Frost nella traduzione di Franco De Poli per Guanda, 1961. L’ultima strofa è la mia epigrafe.

Fuori, tra i campi ed i boschi,
al di là delle mura ho camminato;
ho salito i colli della bella vista,
ho guardato il mondo, e sono ridisceso;
per la via maestra sono tornato a casa.
Ed ecco, tutto è finito.

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Ordo amoris

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Più che valorizzare adeguatamente i detti evangelici «lasciate che i fanciulli vengano a me» o «chi non diventerà come un fanciullo, non entrerà nel regno dei cieli», egli [Agostino] accentua piuttosto la durezza dei freni educativi imposti dalla madre, dalla balia o dal pedagogo e insiste sulla crudeltà della condotta dei bambini (nello strappare, magari, la coda alle lucertole, cfr. an. quant., XXXI, 62: quantum pueri mirari solemus palpitantes lacertarum caudas), sui moti «egoistici» della volontà e la debolezza, mai interamente superabile, dell’intelligenza e del linguaggio durante quella fase che prelude alla giovinezza e alla maturità e che Aristotele non aveva considerato nel suo schema delle età della vita, diviso in giovinezza, maturità e vecchiaia (cfr. Rhet., II, 12-14, 1338 b – 1390 b).
Agostino contribuisce in tal modo per secoli a rafforzare o a tramandare quella concezione del bambino «cattivo», che ancora si ritrova nel Cardinal de Bérulle, allorché l’infanzia viene presentata come l’état plus vil et abject de la nature humaine e la scelta di Gesù dì nascere e di attraversare questo stadio, al pari di tutti gli altri uomini, come un’ulteriore prova della kenosis paolina secondo la Lettera ai Filippesi, ossia della sua divina decisione di «svuotarsi» di ogni autorità e di umiliarsi nel modo più radicale. In quanto esposta senza freno al peccato, al vizio e alla tentazione, l’infanzia è una infirmité de la nature, uno stato que nulle sorte de abaissement semble ne pouvoir égaler.
Quando Sigmund Freud – soprattutto nel secondo dei Tre saggi sulla teoria sessuale, in Totem e tabù e in Mosè e il monoteismo – riproporrà nuovamente l’idea del bambino malvagio e concupiscente a generazioni non più abituate a quest’immagine, la sua opera provocherà incredulità, sgomento e scandalo. Sarà poi nuovamente accettata (e persino banalizzata) nella sua duplice versione: quella tragico-sofoclea del desiderio omicida e incestuoso in lotta con se stesso al livello delle pulsioni e dell’immaginazione (soprattutto durante la fase «edipica», fino all’affermazione del principio di realtà, in cui l’autocontrollo è pagato al prezzo di gravi rinunce e mutilazioni psichiche, le cui cicatrici, apertesi nel l’infanzia, non si chiuderanno mai); quella antropologica e vetero-testamentaria secondo cui in ogni infanzia si riproduce il conflitto tra la legge e il desiderio che ha portato l’umanità e il popolo ebraico durante l’Esodo a stabilire una forte autorità esterna solo dopo un delitto collettivo dei “fratelli” coalizzati o dei rappresentanti del popolo eletto che uccidono il «Padre» tirannico o il loro liberatore dalla schiavitù egiziana. L’autodominio e il dominio presuppongono un padre, un capo e un dio morto.

Remo Bodei, Ordo amoris, il Mulino1991

Rileggendo questo passo di Bodei mi viene da pensare che occorre (almeno da parte mia) riflettere ancora sulla relazione tra desiderio e legge. Forse non sono così distinti come sembra. La legge come norma sembra porsi (ma è posta), e stare di fronte al soggetto umano (chiamato ad obbedirvi, ma anche desiderante). E tuttavia vi può essere anche il desiderio della legge, tanto più forte quanto più la sua assenza sprofondi la comunità dei desideranti nella con-fusione che sempre la minaccia. Che poi la legge sia riferita ad un fattore essenzialmente paterno-fallico mi pare una eredità freudiana da abbandonare. Anche nelle società più arcaiche non vi è mai una dominazione della legge maschile senza un contrappeso rappresentato da un ambiente femminile sovrano. Ma l’ottica occidentale dei diritti dell’individuo può essere fuorviante nella comprensione di questo.