Del sentimento tragico della vita 3

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Oh, poter prolungare questo dolce momento, addormentarsi ed essere eterno! Ora e qui, in questa luce tenue e diffusa, in questo ristagno di quiete, quando si placa la tempesta del cuore e più non giungono gli echi del mondo! Dorme il desiderio insaziabile e neppure sogna: l’abitudine, la santa abitudine, regna nella mia eternità; con i ricordi sono morti i disinganni, e con le speranze i timori! E vogliono ingannarci con l’inganno degli inganni, e vengono a dirci che niente si perde, che tutto si trasforma, muta, cambia, che non va distrutta la benché minima particella di materia, né svanisce del tutto il più piccolo impulso di forza, e c’è chi pretende consolarci con questo. Miserabile consolazione! Non mi curo né della mia materia né della mia forza, giacché non sono mie se io stesso non sono mio, vale a dire eterno. No non è naufragare nel grande Tutto, nella Materia o nella Forza infinite ed eterne o in Dio ciò a cui anelo; non è esser posseduto da Dio, ma possederlo, divenire io stesso Dio, senza cessare di essere quell’io che ora così vi parla. Non ci servono i raggiri del monismo; vogliamo corpo e non ombra di immortalità!

Materialismo, dite? Senza dubbio; ma anche il nostro spirito è una sorta di materia, altrimenti non è nulla. Tremo all’idea di dovermi separare dalla mia carne; tremo ancor più all’idea di dovermi separare da tutto ciò che è sensibile e materiale, da ogni sostanza. Se questo merita il nome di materialismo, se mi aggrappo a Dio con tutte le mie potenze e tutti i miei sensi, è perché Egli mi porti tra le sue braccia oltre la morte e mi guardi con il suo cielo negli occhi quando i miei occhi si staranno spegnendo per sempre. M’inganno? Non parlatemi d’inganno e lasciatemi vivere!

Miguel de Unamuno, Del sentimento tragico della vita (1913), trad. it. di M. Donati, SE 1989, p. 50

7 pensieri su “Del sentimento tragico della vita 3

  1. Che cos’è la vita e che cos’è la morte? Porre queste domande come se noi fossimo degli enti assolutamente naturali non ha senso, poiché, secondo quanto ci dicono gli antropologi, l’uomo è, in realtà, un animale culturale, che si è ‘autoallevato’, e questa è la differenza oggettiva rispetto ad altre specie animali, che sono invece allevate dagli uomini. Porsi, dunque, tali domande con l’ottica di un ente naturale significa porsi in una situazione che è già falsa in partenza. Non vi è alcuna possibile risposta naturale, perché gli esseri umani sono inevitabilmente acculturati.
    Se questa premessa è vera, il problema del materialismo si sposta dal piano puramente teoretico (rapporto spirito-materia, anima-corpo) al piano storico (rapporto individuo-società), che è quello sul quale, come riconosce lo stesso Miguel de Unamuno («anche il nostro spirito è una sorta di materia, altrimenti non è nulla»), va ricercata la risposta alla domanda su quale sia la migliore definizione della nascita e della morte, ossia dei confini del nostro esistere.
    Io ritengo che sia quella suggerita dall’antropologia con il concetto di ‘riti di passaggio’, proposto da Van Gennep quasi un secolo fa e pienamente valido ancor oggi. In altri termini, l’atto con cui un determinato gruppo sociale decide che si passa dal non essere nati all’esistenza o, viceversa, dall’esistenza al ‘dopo-vita’ o al ‘dopo-morte’, questo atto è un fenomeno sociale, storicamente e geograficamente determinato. Donde consegue che ogni cultura stabilisce dei rituali e delle pratiche per decidere quali siano i confini della vita. Basti pensare alla consuetudine europea, che ora si sta perdendo, in forza della quale un tempo si stabiliva che il nipote portasse il nome del nonno, come se quest’ultimo, in qualche modo e sia pure saltando una generazione, si reincarnasse in lui: pratica, questa, che è, in effetti, l’ultimo residuo di una credenza tradizionale, per cui si ritiene che l’individuo esista molto prima della nascita personale.
    In definitiva, esistono le più diverse concezioni intorno al significato ideologico e alle implicazioni naturali del nascere e del morire: le visioni del mondo sono molteplici e si combattono tra di loro. In questo momento, se si guarda alla congiuntura ideologico-culturale italiana, non può sfuggire che vi è un aspro conflitto, connesso alla lotta della Chiesa cattolica, portata innanzi con molto vigore dall’attuale papa, contro il relativismo in nome di una verità che pretende di essere, nello stesso tempo, rivelata e razionale (na-turalmente, questa è la manifestazione di un conflitto tra religione e laicità, che è tipico della nostra cultura, ma il conflitto è presente anche in altre culture, come quella islamica).
    All’interno di una struttura capitalistica, divenuta planetaria per effetto della globalizzazione, domina poi una visione mitologica della libertà dell’individuo, che presiede a tutta una serie di pratiche giuridiche, la più importante delle quali è la patente di esistenza attribuita con quel ‘rito di passaggio’ che è il battesimo, che sancisce il conferimento del nome con cui l’individuo entra formalmente nell’esistenza giuridica e sociale: un ‘rito di passaggio’ amministrato per secoli dai parroci, che solo con la rivoluzione francese lo Stato moderno è giunto ad avocare a sé.
    Un aneddoto personale può offrire, in conclusione, un’ulteriore riprova del discorso sulla relatività delle culture e delle credenze e, quindi, un efficace antidoto contro l’enfasi fondamentalistica con cui si vorrebbe, da più parti, agganciare i confini della vita a primati originari e identità arcaiche. Un giorno, avendo chiesto a un immigrato nero di origine africana se fosse un cristiano o un musulmano, questi mi rispose in un modo veramente stupendo: «Io sono un animista». Il mondo è molto più grande e più vario di quello che pensiamo e, nello stesso tempo, non è mai stato così integrato come ai nostri giorni, in cui si assiste al compiersi della fase estrema del dominio di un impero, che coincide con la globalizzazione nella forma americana.

    Eros Barone

  2. A Fabio Brotto controreplico che l’asserzione secondo cui “ogni cultura è storicamente determinata” è storicamente determinata per la sua genesi, ma non per il suo contenuto. In altri termini, è troppo facile, come accade per la confutazione antiscettica della dottrina di Protagora secondo cui “tutte le opinioni sono vere”, rivolgere tale dottrina contro lo stesso Protagora, traendo la conclusione che “allora anche le opinioni contrarie a questa dottrina sono vere”. Spinoza insegna infatti che, se è vero che il cane è un ‘animal latrans’, ciò non significa che il concetto di cane si metta ad abbaiare…
    A Carla rispondo che dio è un predicato dell’uomo: per la dimostrazione di questa tesi, come sicuramente lei sa, è sufficiente leggere e studiare “L’essenza del cristianesimo” di Ludwig Feuerbach.

  3. Mi sembra di riscontrare una punta di panico in Unamuno, ma forse proietto. Comunque penso che nessuno sia venuto a prenderlo in braccio. Perché? Perché troverei una simile scena ridicola.
    Ad Eros replicherei invece che su questi problemi non si danno dimostrazioni: quelle sono limitate ai sistemi formali, e non è certo questo il caso. Si danno invece argomentazioni, apparati retorici più o meno persuasivi che possono anche ammettere uno scheletro logico-formale (anzi dovranno ammetterlo) ma intorno al quale ci sta sempre tanta ciccia fatta tutta di sensibilità e suggestioni irregimentabili. Per questo le teorie filosofiche si accumulano formando ammassi sostanzialmente amorfi.

  4. Per quanto pregevoli possano essere le riflessioni di Unamuno, quelle che seguono, dettate dal nostro Benedetto Croce prossimo ormai al passo estremo, non solo esprimono una concezione rigorosamente laica della vita e della morte, ma raggiungono le vette del ‘sublime speculativo’ (quel ‘sublime speculativo’, caro Elio, che è sempre sintesi di teoresi ed etica, apodissi e retorica, ‘sapientia’ ed ‘elegantia’): “Malinconica e triste che possa sembrare la morte, sono troppo filosofo per non vedere chiaramente che il terribile sarebbe se l’uomo non potesse morire mai, chiuso nella carcere che è la vita, a ripetere sempre lo stesso ritmo vitale, che egli, come individuo, possiede solo nei confini della sua individualità, a cui è assegnato un compito che si esaurisce. Altri crede che in un tempo della vita questo pensiero della morte debba regolare quel che rimane di quella, che diventa, così, una preparazione alla morte. Ora, la vita intera è preparazione alla morte, e non c’è da fare altro sino alla fine che continuarla, attendendo con zelo e devozione a tutti i doveri che ci spettano. La morte sopravverrà a metterci in riposo, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare”.

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