Si sa che Adolf Eichmann grazie all’opera di Hannah Arendt La banalità del male ha assunto uno status simbolico, a rappresentare tutti quegli oscuri esseri umani che, ben impiantati nel ventre della grande macchina che è lo Stato moderno, operano con devota obbedienza di puri meccanismi, che si sentono realizzati in quanto tali. È molto facile condannare Eichmann. Molto meno facile chiedersi quale sia la misura della nostra somiglianza a lui. Continua a leggere
Zabaione
Poesia della domenica
La guida
Vidi chiara la luce: era un sospiro
del Dio malato che finiva in te.
Navigavamo vie non più soavi
quella luce la stella, tu la guida. Continua a leggere
Silenzio
L’imperativo “silenzio!” è presentissimo sulle labbra degli insegnanti. Dalla prima elementare (prima primaria, ora?) alla quinta superiore. Pronunciato spesso con una rabbia mista a rassegnazione, è l’imperativo pronunciato da coloro che non hanno saputo mostrare il silenzio, a suo tempo, ai bambini con un atto ostensivo, e da coloro che non sanno mostrarlo neppure agli allievi più grandi. Ciò che non è mostrato, spiegato, non può essere appreso. C’è del resto silenzio e silenzio. C’è il silenzio buono degli allievi presi dalla lezione e attenti, persuasi, e quello momentaneo e non convinto dei ragazzi impauriti; c’è quello amorfo degli allievi disinteressati che non osano chiacchierare ma lo farebbero volentieri, e quello teso degli inizi di un compito; c’è quello sospeso che si crea nel momento in cui entra un insegnante nuovo e quello che precede l’annuncio dei voti assegnati: molte qualità differenti. Ma in genere nelle nostre classi il silenzio buono, creativo e produttivo, il silenzio della saggezza, manca. Gli insegnanti stessi non lo conoscono affatto, e per convincersene basta assistere ai loro collegi, dove la chiacchiera della burocrazia si libra sul chiacchiericcio dei presenti distratti. La scuola, ammesso che oggi abbia dei fini, non ha tra di essi quello di trasmettere saggezza, e giustamente, perché la saggezza non riguarda i giovani. E oggi, dato che nessuno vuol crescere e diventare pienamente adulto, non riguarda nessuno. Questo spiega perché nel nostro mondo non si può insegnare il silenzio, l’artefice delle strutture mentali. Questo spiega, anche, perché nelle scuole abbondino i comportamenti stoltamente irrazionali, in cui sono implicati tutti.
Come scrive Raimon Panikkar a pag. 24 del suo La dimora della saggezza (Der Weisheit Eine Wohnung Bereiten, 1991, trad. it. a cura di M. Carrara Pavan, Mondadori , Milano 2005), per comprendere cosa sia la saggezza, occorre muovere dal suo contrario, la non-saggezza. Questa è legata al rumore, alla chiacchiera, alle molte nozioni, ad una sorta di falsa pienezza. “Il contrario della saggezza non è l’incapacità o l’ignoranza, perché la saggezza non è l’incapacità o l’ignoranza, perché la saggezza non risiede solamente nel fare o nel sapere. Non è nemmeno la stoltezza. (…) Il saggio è spesso muto. È istruttivo e importante per il nostro tempo apprendere ciò che Eraclito ha formulato in opposizione alle migliori tradizioni occidentali: il contrario della saggezza è l’erudizione, la polymathia” (p. 24). Nella nostra tradizione scolastica, ai tempi d’oro che alcuni, nella loro vanità, rimpiangono, l’erudizione, nell’una o nell’altra delle sue tante variegate forme, nel tempo cangianti, è stata (ed è, nelle travestite e sminuite sembianze delle competenze ecc.) il massimo obiettivo che Ministri, Ispettori, Presidi e docenti si sono figurati, e il cui non conseguimento hanno continuamente lamentato. Avessero fatto e facessero, almeno, silenzio.
Per le donne in attesa
Elisabetta Liguori ha scritto per Bibliosofia un pezzo sull’ultimo libro di Valeria Parrella. Comincia così:
Valeria Parrella si cimenta per la prima volta con la forma del romanzo e sceglie caparbiamente di farlo attraversando uno spazio bianco di solitudine. Sceglie di scrivere di una specifica tipologia d’attesa bianca e femmina.
Uno spazio bianco, quando c’è, lo riconoscono tutti, sia uomini che donne, ma quasi nessuno ha il coraggio di guardarci dentro a fondo. Prima di capire come mai, è forse più opportuno chiedersi qui cosa sia esattamente questo spazio bianco. Come sanno bene anche gli scrittori, che di ogni nuova pagina sfidano proprio il candore, lo spazio tra due elementi grafici è essenziale al fine di mettere in relazione più segni, per guidare occhi e pensiero di chi guarda, per rendere leggibile un testo. O una vita.
Il resto si può leggere qui: http://www.bibliosofia.net/files/Lo_spazio_bianco.htm
Caos calmo
Nel febbraio del 2006 lessi Caos calmo di Veronesi. Un romanzo che non mi piacque affatto, e di cui oggi si riparla perché sta per uscire il film con Nanni Moretti e con lo stesso titolo. Un film che è stato finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (1.500.000 Euro). Dunque, sostanzialmente, un film di regime. Nanni Moretti è infatti un regista-attore di regime. Quale regime? Ce n’è uno solo, di cui l’affermantesi Destra e l’affermantesi Sinistra sono due lati. In un regime, il valore di un’artista è dato per acquisito una volta per sempre. Noi siamo il Paese del Grande Regista Gillo Pontecorvo (di cui ricordo Battaglia di Algeri e Queimada, e basta). L’artista da noi diventa icona: Benigni è un’icona, Moretti è un’icona. Le icone vengono venerate o spezzate, non discusse.
Il battage pubblicitario del film è una delle cose più disgustose della vita culturale italiana degli ultimi anni. Tutto punta a richiamare l’attenzione sull’aspetto “sessuale” (in verità nel libro marginale e del tutto inutile rispetto al senso – si fa per dire – della storia). In tutti i media la foto è quella della scena di sesso tra Moretti e Isabella Ferrari. Ovvio, c’era da aspettarselo. La legge del marketing e della sovvenzione statale: questa in Italia unifica la Destra e la Sinistra. E diranno anche che è roba trasgressiva. Nausea.
Su Caos calmo scrissi una nota che mi ha fatto ricevere mail indignate di ammiratori sfegatati di Veronesi. Incredibile, ma ce ne sono. Eccola.
Un romanzo le cui proporzioni non corrispondono al valore è senz’altro Caos calmo di Sandro Veronesi (Bompiani, Milano 2005). Quattrocento pagine lungo le quali si dipana una non-storia, per i personaggi della quale è impossibile alcuna forma di simpatia o di avversione, e che non convincono assolutamente. L’unico interesse potrebbe essere documentario. Il romanzo documenta in effetti una condizione in cui versa la maggioranza degli scrittori italiani di oggi. Non hanno nulla da raccontare, ma raccontano lo stesso.
Gli eventi sono quasi nulli, ci sono un sacco di inutili conversazioni. All’inizio l’unico fatto: il protagonista (il solito io narrante della narrativa italiana contemporanea) in vacanza al mare salva una donna che rischia di affogare, e di far affogare anche lui il salvatore, la porta a riva a colpi di reni sul di lei posteriore, col risultato di una terribile erezione (!), sulla quale l’autore insiste molto, e che già possiamo intuire sarà replicata eodem more in un successivo fugace e brutale rapporto sessuale con la stessa salvata. Tornato a casa, il protagonista scopre che la sua compagna, con cui vive da molti anni e che sta per sposare, è morta improvvisamente per un aneurisma. Torna quindi in città con la figlia. È settembre, la bambina inizia la scuola e lui, manager, ogni mattina rimane nella sua automobile per tutto il tempo che la bimba sta a scuola, parcheggiato vicino, sì da poterla scorgere ogni tanto alla finestra. Lì lo vanno a visitare colleghi e super-manager, il fratello stilista, la cognata bellissima regolarmente messa incinta e poi lasciata da ogni uomo con cui ha una relazione (ma dove è andato Veronesi a pescare una situazione così bislacca, una ragazza bellissima e intelligente che si fa mettere incinta per tre volte da tre uomini diversi che la mollano subito, e si tiene i tre bambini!) ecc. Lavoricchia stando in macchina. E si meraviglia di non provare alcun dolore per la morte della donna amata. Si aspetta che il dolore arrivi, e quello non arriva mai. La domanda più radicale che si pone è a pagina 333: “Perché continuo ad arraparmi invece di soffrire?” Qui c’è l’essenza di questo romanzo, la sua cifra stilistica, la sua profondità. Che razza di personaggio! Anche il lettore si aspetta che la storia decolli, ma rimane impantanata. Considerazione finale: la bambina risulta più matura del padre quarantatreenne. Non accade quasi nulla. E lo scavo nell’interiorità del personaggio non c’è proprio. Non c’è alcuna interiorità. Invero, il caos calmo del titolo, che mi aveva attirato all’acquisto e alla lettura, e che nell’intento dell’autore è quello dell’infanzia e di ciò che le ruota intorno, ma poi dovrebbe estendersi ad una comprensione della cifra fondamentale della nostra epoca, non rimane in realtà solo una faccenda interna al libro stesso. Coinvolge purtroppo anche il lettore. Questi resta in effetti calmo, calmissimo, nel senso che il libro non lo commuove, né semplicemente lo muove. Non che la storia sia in sé caotica, no, procede lineare, senza librarsi mai. E lo stile… grigio. Non una frase che venga voglia di sottolineare, non un’espressione che faccia godere. Nulla da citare. Una marea di parole, un caos calmo e placido. L’autore dichiara di aver lavorato quattro anni e mezzo, e ringrazia una valanga di persone (quaranta, o giù di lì). Questa mania dei ringraziamenti in chiusa dei romanzi. Se sapessi scrivere un romanzo, e me lo pubblicassero, farei stampare qualcosa come: questo libro l’ho scritto io, e non ringrazio nessuno.
Leggi, leggi, leggi!
L’atto del leggere aperto, del leggere costitutivamente disposto alla comprensione dell’altro mediata dal testo, è in sé stesso un atto pacifico. In quanto gratuito, non finalizzato all’affermazione di sé come invece è sempre in qualche misura l’atto dello scrivere, è a questo spiritualmente superiore. Vi è, di contro, un leggere chiuso, che può essere anche molto intenso, ma in cui il soggetto è tutto teso alla propria identità, singola o collettiva.
Se l’identità è collettiva, l’atteggiamento che ne consegue è il conformismo. Questo leggere chiuso può apparire in tutta evidenza e banalità nelle immagini di una scuola coranica di stampo islamista, ma trova molteplici forme di realizzazione anche nell’autoaffermato pluralismo di una società come la nostra, la cui ideologia è unica, pervasiva e monodirezionale. Il fatto che sia un’ideologia flaccida non significa che sia innocente. Un demone flaccido è pur sempre un demone, come ci ha fatto ben capire Conrad, e non dei migliori…
La chiusura e l’apertura sono disposizioni che si formano nella prima fase della vita, e sono sempre indotte da fattori ambientali, e dipendono dall’incontro dei giovani con persone-modello, chiuse o aperte. Qui sarebbe decisiva la scuola, nella quale dovrebbero operare moltissimi maestri di apertura, spiritualmente dotati, capaci di indicare una via. Ma il Sistema Scolastico non ama, pare, persone del genere, e nei requisiti per l’insegnamento non compare mai l’apertura mentale, realtà invero palpabilissima, che si coglie in dieci minuti di conversazione, ma che non è misurabile, come tutto ciò che conta veramente e che esprime la natura relazionale del soggetto umano. E ciò che il Sistema non ama tende all’estinzione. Perciò nella nostra scuola è difficile oggi imbattersi in una persona dalla mente aperta (mentre vi sono molti che sono convinti di possederla, e sono invece mere espressioni del pensiero collettivo, che è un non-pensiero). È difficile incontrarla tra i docenti, impossibile tra i Dirigenti, cinghie di trasmissione del pensiero unico, che, se mai hanno il tempo e la voglia di leggere, possono accedere solo ad un leggere chiuso.
Che quel filone della grande cultura islamica che ha prodotto Averroè sia fondamentale per comprendere Guido Cavalcanti e Dante è risaputo, e non voglio insistervi. Anche Boccaccio peraltro, come dimostra il bel libro di A. Gagliardi Giovanni Boccaccio. Poeta Filosofo Averroista (Rubbettino, Cosenza 1999) ha il grande di Cordova, perseguitato dagli integralisti islamici del suo tempo, come interlocutore principale. Ma Averroè nel grande insieme della cultura islamica è periferico, e la sua importanza storica è stata più grande per l’Occidente che per l’Islam stesso. Le fedi religiose assunte in modo integrale nell’ordine sociale per tenerlo unito infine dividono e portano alla morte. La via della grande sapienza è l’unica che possa portare gli umani a superare le divisioni e il reciproco risentimento. Ma la via della grande sapienza, purtroppo, è accessibile soltanto a pochi. Ai molti restano le religioni, nelle loro varie forme, incluse le laiche. A questo proposito, mi piace citare un bel passo di Amos Oz, da Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli, Milano ) Il prof. Yosef Klausner con tutta la sua erudizione non è ancora giunto ad una visione veramente aperta e universale, perché è un erudito, non un sapiente: ma, anche se il suo riconoscimento del valore dell’altro passa ancora attraverso la negazione della sua alterità (Gesù non è dei loro, è uno dei nostri), egli appare sulla buona strada. La strada della buona lettura.
Lunghi anni dedicò lo zio Yosef alla redazione del suo libro su Gesù Nazareno, in cui sosteneva — suscitando lo scalpore tanto dei cristiani quanto degli ebrei— che Gesù era nato ebreo e morto ebreo, senza affatto l’intenzione di fondare una nuova religione. Anzi, di più: Gesù egli lo considerava come “seguace della dottrina ebraica nel senso più pieno dell’espressione”. Ahad ha-Am pregò Klausner di espungere questa e altre frasi, sì da non suscitare nel mondo ebraico uno scandalo tremendo, e in effetti la pubblicazione del libro a Gerusalemme nel 1921 suscitò un gran fermento sia fra gli ebrei sia in ambiente cristiano: gli ortodossi accusarono Klausner di “essere stato corrotto a suon d’oro e argento dai missionari, per tributare tali onori a ‘quell’uomo’”, mentre i missionari anglicani a Gerusalemme dal canto loro chiesero all’arcivescovo di sospendere dal sacerdozio il dottor Danby, il missionario che aveva tradotto in inglese Gesù Nazareno, un libro “intriso del veleno dell’eresia, che presenta il Nostro Salvatore come una specie di rabbino riformato, un comune mortale, un ebreo in tutto e per tutto che non ha nulla a che fare con la Chiesa”. La fama internazionale dello zio Yosef venne soprattutto da questo libro, e dal seguito che scrisse anni dopo, Da Gesù a Paolo.
Un giorno, zio Yosef mi disse più o meno così: “A scuola, mio caro, per certo t’insegneranno a provare disgusto per questo ebreo tragico e meraviglioso, sempre che non ti raccomandino financo di sputare mentre passi davanti a una sua immagine o a una sua croce. Quando sarai grande, mio caro, avrai spero la compiacenza di mettere sotto il naso infuriato dei tuoi mentori il Nuovo Testamento, sì da dimostrare loro che quest’uomo era carne della loro carne e sangue del loro sangue, nient’altro che un ‘giusto’ o un ‘taumaturgo’, era sì un sognatore, totalmente privo di prospettiva politica, e tuttavia gli andrebbe riconosciuto un posto nel pantheon dei grandi d’Israele, accanto a Baruch Spinoza, anche lui scomunicato e bandito, e anche lui degno di essere riammesso fra noi: da qui, da questa Gerusalemme che si rinnova, dovremmo levare la nostra voce e dire tanto a Gesù figlio di Giuseppe che a Baruch Spinoza: ‘Tu sei nostro fratello, tu sei nostro fratello’. Sappi dunque che quei loro detrattori non erano altro che ebrei del passato, dagli angusti orizzonti e dalla scarsa intelligenza, come i vermi nella rapa. E tu, mio caro, per non diventare, non sia mai, come uno di loro —leggi dunque dei buoni libri, leggi, leggi, leggi! (pp. 87-88)
Violent Origins
Un libro del 1987, che leggo solo ora è Violent Origins (Stanford University Press), che si presenta come un grande dibattito sul sacrificio e le sue origini, tra René Girard, Walter Burkert e Jonathan Z. Smith, con interventi anche corposi di Burton Mack e Renato Rosaldo e altri. Studiosi molto diversi come formazione e prospettive e idee di antropologia si confrontano in modo serrato. Libri del genere sono rari, e anche illuminanti.
C’è qui un vero conflitto di interpretazioni sul senso del rituale, sulla possibilità di attingere una qualsiasi origine, sulla pratica del sacrificio e sulla stessa legittimità scientifica del termine.
Uno dei punti per me più interessanti è quello in cui si sviluppa un conflitto di interpretazioni sulla derivazione del sacrificio dalla caccia, proposto da Burkert nel celebre Homo necans (che lessi molti anni fa, e fu una pietra miliare nella costruzione della mia visione del mondo). Poiché le evidenze paleolitiche di sacrificio (crani di orsi ammucchiati, ecc.) sono labili e discutibili, mentre tutte le pratiche sacrificali conosciute riguardano animali domestici, non sarebbe meglio coniugare il sacrificio al “mistero della domesticazione” piuttosto che alla caccia? Smith propone una sua interpretazione in questo senso (cui non crede per motivi metodologici, ma avanza ugualmente per mostrare la fragilità di quella burkertiana). Girard sostiene che sia la caccia che la domesticazione sono derivate dal sacrificio, che per lui è il primum movens. Dal canto mio, penso che la domesticazione sia misteriosissima per un semplice fatto: il lupo e il cane sono lo stesso animale, e tutti pensano che il cane sia un derivato del lupo. Infatti è stata appena creata proprio qui da noi una razza di cane, il lupo italiano, accoppiando lupo e cane. E tuttavia, il lupo è meno addomesticabile di qualsiasi altro carnivoro, al punto che non è mai stato possibile esibirlo nei circhi, a differenza di leoni, orsi, e addirittura iene, per non parlare dei ghepardi, che sono anche stati addestrati per la caccia. Il lupo manifesta un’assoluta renitenza all’ammaestramento. E da questo animale sarebbe derivato il più addestrabile di tutti, il cane. Qui non so che pensare.
Burkert ritiene che il cacciare sia una pratica che per i nostri antenati implicava una sorta di shock, da cui una serie di conseguenze di estrema importanza. “… Io ho ritenuto che il cacciatore umano fosse un caso speciale: essendo addestrato ad uccidere contro i suoi istinti e la sua eredità, l’uomo deve aver sperimentato l’equivalenza uomo-animale e così mescolato impulsi di aggressività con l’abilità di cacciare”. Ma egli stesso riconosce che è difficile “provare questo empiricamente” (p. 170). Infatti si tratta di speculazioni psicologiche (derivate forse anche dalla sensibilità personale – l’autore di Homo necans detesta la caccia). Nel suo intervento finale, Renato Rosaldo, che è vissuto per anni come antropologo tra i cacciatori di teste, evidenzia come costoro non provassero niente di simile ad un senso di colpa per le loro uccisioni. Del resto, lo stesso Burkert non riesce ad avvertire la contraddizione tra ciò che egli stesso conosce dei primati e il comportamento che attribuisce ai nostri antenati umani. Gli scimpanzé infatti cacciano, uccidono altri della stessa specie, e in qualche caso praticano il cannibalismo. Quindi i nostri antenati potrebbero aver ucciso animali secondo “i loro istinti e la loro eredità”.
Quello che manca a tutti gli autori qui è una chiara individuazione del segno umano come costitutivo della differenza col non-umano. Anche se Burkert stesso si avvicina al concetto quando afferma come proprio degli umani il coglimento della “dimensione temporale”, che manca anche ai primati più evoluti, e sulla quale si costruiscono i rituali, che hanno sempre una proiezione verso il futuro (e la morte) (p. 171). Ma appunto ciò che rende disponibile la terza dimensione agli umani è il segno, che si distacca dalla pura immanenza del fluire mondano e resta disponibile anche quando l’oggetto di riferimento è consumato. Da questo punto di vista, l’antropologia generativa, che il pensiero di Girard ha reso possibile, costituisce un passo avanti decisivo.
Del noir 6
A conclusione di questa miniserie sul noir, riporto alcuni brani del mio dialogo con Alberto Astolfi sul romanzo di Valter Binaghi I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano.
L’intero si può leggere qui:
http://www.bibliosofia.net/files/CRONICA__46.htm .
Del noir 5
Mentre il giallo classico sembra assumere come presupposto l’esistenza di una società fondamentalmente sana, di cui i criminali sono la parte malata—curabile o da eliminare chirurgicamente—,così che in fondo l’investigatore appare come una sorta di diagnosta, il noir contemporaneo tratteggia una società malata nel suo insieme, ovvero, come s’è detto in precedenti note, sull’orlo di una crisi mimetica, cioè della sua dissoluzione. Continua a leggere
Poesia della domenica
Acqua
Acqua: i mille segni.
La coscienza nell’acqua.
Lo Spirito nell’informe, la Sorgente.
Fertile di inganni la Sirena. Continua a leggere