Silenzio

 panik1.jpgL’imperativo “silenzio!” è presentissimo sulle labbra degli insegnanti. Dalla prima elementare (prima primaria, ora?) alla quinta superiore. Pronunciato spesso con una rabbia mista a rassegnazione, è l’imperativo pronunciato da coloro che non hanno saputo mostrare il silenzio, a suo tempo, ai bambini con un atto ostensivo, e da coloro che non sanno mostrarlo neppure agli allievi più grandi. Ciò che non è mostrato, spiegato, non può essere appreso. C’è del resto silenzio e silenzio. C’è il silenzio buono degli allievi presi dalla lezione e attenti, persuasi, e quello momentaneo e non convinto dei ragazzi impauriti; c’è quello amorfo degli allievi disinteressati che non osano chiacchierare ma lo farebbero volentieri, e quello teso degli inizi di un compito; c’è quello sospeso che si crea nel momento in cui entra un insegnante nuovo e quello che precede l’annuncio dei voti assegnati: molte qualità differenti. Ma in genere nelle nostre classi il silenzio buono, creativo e produttivo, il silenzio della saggezza, manca. Gli insegnanti stessi non lo conoscono affatto, e per convincersene basta assistere ai loro collegi, dove la chiacchiera della burocrazia si libra sul chiacchiericcio dei presenti distratti. La scuola, ammesso che oggi abbia dei fini, non ha tra di essi quello di trasmettere saggezza, e giustamente, perché la saggezza non riguarda i giovani. E oggi, dato che nessuno vuol crescere e diventare pienamente adulto, non riguarda nessuno. Questo spiega perché nel nostro mondo non si può insegnare il silenzio, l’artefice delle strutture mentali. Questo spiega, anche, perché nelle scuole abbondino i comportamenti stoltamente irrazionali, in cui sono implicati tutti.

Come scrive Raimon Panikkar a pag. 24 del suo La dimora della saggezza (Der Weisheit Eine Wohnung Bereiten, 1991, trad. it. a cura di M. Carrara Pavan, Mondadori , Milano 2005), per comprendere cosa sia la saggezza, occorre muovere dal suo contrario, la non-saggezza. Questa è legata al rumore, alla chiacchiera, alle molte nozioni, ad una sorta di falsa pienezza. “Il contrario della saggezza non è l’incapacità o l’ignoranza, perché la saggezza non è l’incapacità o l’ignoranza, perché la saggezza non risiede solamente nel fare o nel sapere. Non è nemmeno la stoltezza. (…) Il saggio è spesso muto. È istruttivo e importante per il nostro tempo apprendere ciò che Eraclito ha formulato in opposizione alle migliori tradizioni occidentali: il contrario della saggezza è l’erudizione, la polymathia” (p. 24). Nella nostra tradizione scolastica, ai tempi d’oro che alcuni, nella loro vanità, rimpiangono, l’erudizione, nell’una o nell’altra delle sue tante variegate forme, nel tempo cangianti, è stata (ed è, nelle travestite e sminuite sembianze delle competenze ecc.) il massimo obiettivo che Ministri, Ispettori, Presidi e docenti si sono figurati, e il cui non conseguimento hanno continuamente lamentato. Avessero fatto e facessero, almeno, silenzio.

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