Violent Origins

violent_origins.jpgUn libro del 1987, che leggo solo ora è Violent Origins (Stanford University Press), che si presenta come un grande dibattito sul sacrificio e le sue origini, tra René Girard, Walter Burkert e Jonathan Z. Smith, con interventi anche corposi di Burton Mack e Renato Rosaldo e altri. Studiosi molto diversi come formazione e prospettive e idee di antropologia si confrontano in modo serrato. Libri del genere sono rari, e anche illuminanti.
C’è qui un vero conflitto di interpretazioni sul senso del rituale, sulla possibilità di attingere una qualsiasi origine, sulla pratica del sacrificio e sulla stessa legittimità scientifica del termine.
Uno dei punti per me più interessanti è quello in cui si sviluppa un conflitto di interpretazioni sulla derivazione del sacrificio dalla caccia, proposto da Burkert nel celebre Homo necans (che lessi molti anni fa, e fu una pietra miliare nella costruzione della mia visione del mondo). Poiché le evidenze paleolitiche di sacrificio (crani di orsi ammucchiati, ecc.) sono labili e discutibili, mentre tutte le pratiche sacrificali conosciute riguardano animali domestici, non sarebbe meglio coniugare il sacrificio al “mistero della domesticazione” piuttosto che alla caccia? Smith propone una sua interpretazione in questo senso (cui non crede per motivi metodologici, ma avanza ugualmente per mostrare la fragilità di quella burkertiana). Girard sostiene che sia la caccia che la domesticazione sono derivate dal sacrificio, che per lui è il primum movens. Dal canto mio, penso che la domesticazione sia misteriosissima per un semplice fatto: il lupo e il cane sono lo stesso animale, e tutti pensano che il cane sia un derivato del lupo. Infatti è stata appena creata proprio qui da noi una razza di cane, il lupo italiano, accoppiando lupo e cane. E tuttavia, il lupo è meno addomesticabile di qualsiasi altro carnivoro, al punto che non è mai stato possibile esibirlo nei circhi, a differenza di leoni, orsi, e addirittura iene, per non parlare dei ghepardi, che sono anche stati addestrati per la caccia. Il lupo manifesta un’assoluta renitenza all’ammaestramento. E da questo animale sarebbe derivato il più addestrabile di tutti, il cane. Qui non so che pensare.
Burkert ritiene che il cacciare sia una pratica che per i nostri antenati implicava una sorta di shock, da cui una serie di conseguenze di estrema importanza. “… Io ho ritenuto che il cacciatore umano fosse un caso speciale: essendo addestrato ad uccidere contro i suoi istinti e la sua eredità, l’uomo deve aver sperimentato l’equivalenza uomo-animale e così mescolato impulsi di aggressività con l’abilità di cacciare”. Ma egli stesso riconosce che è difficile “provare questo empiricamente” (p. 170). Infatti si tratta di speculazioni psicologiche (derivate forse anche dalla sensibilità personale – l’autore di Homo necans detesta la caccia). Nel suo intervento finale, Renato Rosaldo, che è vissuto per anni come antropologo tra i cacciatori di teste, evidenzia come costoro non provassero niente di simile ad un senso di colpa per le loro uccisioni. Del resto, lo stesso Burkert non riesce ad avvertire la contraddizione tra ciò che egli stesso conosce dei primati e il comportamento che attribuisce ai nostri antenati umani. Gli scimpanzé infatti cacciano, uccidono altri della stessa specie, e in qualche caso praticano il cannibalismo. Quindi i nostri antenati potrebbero aver ucciso animali secondo “i loro istinti e la loro eredità”.
Quello che manca a tutti gli autori qui è una chiara individuazione del segno umano come costitutivo della differenza col non-umano. Anche se Burkert stesso si avvicina al concetto quando afferma come proprio degli umani il coglimento della “dimensione temporale”, che manca anche ai primati più evoluti, e sulla quale si costruiscono i rituali, che hanno sempre una proiezione verso il futuro (e la morte) (p. 171). Ma appunto ciò che rende disponibile la terza dimensione agli umani è il segno, che si distacca dalla pura immanenza del fluire mondano e resta disponibile anche quando l’oggetto di riferimento è consumato. Da questo punto di vista, l’antropologia generativa, che il pensiero di Girard ha reso possibile, costituisce un passo avanti decisivo.

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