Il ministro

E’ cosa buona per chi governa non essere buono, ma sembrarlo. Così, i potenti di tutti i tempi hanno sempre incaricato delle più dure e necessarie azioni un ministro, su cui poi far gravare il carico dell’odio popolare, trattenendo per sé il rispetto e la venerazione. Si tratta di un principio eterno, che subisce variazioni superficiali secondo lo spirito dei tempi.

Machiavelli lo espone narrando la vicenda del Duca Valentino nel VII del Principe. Continua a leggere

Vacanze

Inesorabilmente, da anni, il sistema formativo italiano, dalla primaria all’università, si sta lentamente inabissando. Tutti i ministri e governi che si sono succeduti hanno collaborato all’affondamento. Una volta concepita come azienda, la scuola è diventata una mera variabile economica. Giustamente dunque la Gelmini, pallida larva di un’impiegatuzza della Confindustria, nella cui ampia burocrazia avrebbe potuto trovare il naturale suo luogo, pensa di allungare le vacanze, per favorire il turismo. Certo, le famiglie dei lavoratori premono per andare tutte in vacanza a settembre, e premono le pensioncine di Rimini. Questo è il terreno del dibattito sulla Scuola corrente ai tempi nostri. O Zeitgeist!

Sul genere

Sull’ultimo numero del Covile c’è una mia nota sulla questione dei generi. Il mio approccio è antropologico-dialettico, e implica una metafisica assai differente da quella a-dialettica del mio interlocutore Armando Ermini. Che però parzialmente mi fraintende: io non sostengo affatto che l’attuale venir meno delle differenze sia un bene di per sé.

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Il discorso sui generi, sul maschile e femminile intesi come princìpi, è di una straordinaria complessità. E lo è anche perché non può essere affrontato in modo astratto e metafisico, e nemmeno in quella chiave di metafisica traballante e mistificata che è la teoria su basi psicoanalitiche. Non può per il fatto che noi abbiamo coscienza della sua essenziale storicità. Il genere, infatti, la sua “essenza” e i suoi limiti si determinano storicamente, nel divenire delle culture. Continua a leggere

Il piacere della caccia

Le neuroscienze ci stanno facendo vedere molte cose, portano alla luce realtà che ignoravamo, ma confermano anche quel che si sapeva da sempre. Ad esempio che l’uccisione di un animale per caccia ha un significato di molto differente dalla stessa uccisione per odio o per semplice macellazione. Le persone comuni e gli animalisti (oggi tendono a coincidere) vedono i cacciatori come mostri che odiano i poveri animali cui danno la caccia, come presi da violenta furia distruttrice. Non è così. Le ricerche svolte sul cervello umano e animale, grazie a sofisticati strumenti che consentono di vedere il modo in cui si attivano o non si attivano i vari circuiti neuronali, evidenziano come negli animali cacciatori (come il cane e il gatto) esistano due tipi di morsi tendenti all’uccisione dell’animale azzannato: quello che viene denominato quiet bite (lett. morso quieto) è quello inferto da un predatore alla preda. Quando il cane cattura un coniglio lo morde e poi lo scuote velocemente, uccidendolo, il circuito neuronale che scarica è un circuito legato al piacere. Questo mostra come l’attività di cacciare e uccidere la preda negli animali sia fonte di piacere. Questo piacere è connesso al circuito neuronale denominato circuito seeking, quello legato alle attività di ricerca. Che io vada a funghi e trovi un grosso porcino, o a caccia e prenda una grossa lepre, i neuroni che scaricano son sempre quelli. Io non odio il porcino, e spero che la specie prosperi, non odio la lepre, e spero che la specie prosperi. Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo 7

Sono sempre più convinto che il pessimismo radicale dell’ultimo Girard sia uno sviluppo delle premesse, che non vi sia un salto rispetto ai suoi inizi. E penso che ciò sia legato alla mancanza di una base filosofica del suo pensiero. In realtà, l’essere umano di Girard non è altro che pura relazione mimetica, e proprio per questo è sostanzialmente un nulla. Perché la filosofia non è eludibile, ritorna sempre. E un’antropologia che pensi di farne a meno alla lunga non si regge. In questo, ha ragione Giuseppe Fornari, che si sforza di introdurre nella teoria mimetica un fondamento metafisico.

Occorre anzitutto, secondo me, che la teoria mimetica pensi il concetto di identità e di differenza. Un mancato chiarimento di questi concetti e della loro relazione porta infatti nel buio del nichilismo, in cui lo stesso Girard, che ne è un critico, rischia sempre di sprofondare. Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo 6

Fabio Brotto

Mi sono ricreduto sulla mia critica alla Lettera agli Ebrei di san Paolo, che era tutto ciò che restava in me di “moderno” e di anticristiano. La critica di un “cristianesimo storico” a vantaggio di una specie di “cristianesimo essenziale”, che io ritenevo di aver colto in stile hegeliano, era assurda. Bisogna al contrario pensare al cristianesimo come essenzialmente storico, e Clausewitz ci aiuta a farlo. Il giudizio di Salomone dice tutto al riguardo: c’è il sacrificio dell’altro e il sacrificio di sé, il sacrificio arcaico e il sacrificio cristiano. Ma sempre di sacrificio si tratta. Siamo immersi nel mimetismo e dobbiamo rinunciare alle trappole del desiderio, che è sempre desiderio di ciò che l’altro possiede. Lo ripeto, non c’è alcun sapere assoluto possibile, siamo costretti a restare nel cuore della storia, ad agire nel cuore della violenza, perché ne capiamo sempre meglio i meccanismi. Saremmo in grado per questo di eluderli? Ne dubito. (72) Continua a leggere

Destino

Prendete una manciata di romanzi italiani contemporanei dal mucchio che ogni anno l’editoria italiana sforna (per lo più velleitari, pesantemente editati, pieni di sviste formali, ecc.). Sarà ben difficile che proviate interesse per il destino dei personaggi che li abitano. Anche perché in generale non sono personaggi, quelli, ma solo travestimenti infiniti delle solite quattro maschere. Anche se sono uomini e donne di oggi, il loro destino non susciterà la vostra cura. Sempre la stessa solfa. Prendete invece Prima di domani, un romanzo scritto da Jørn Riel nel 1975: il destino della vecchia eschimese e del bambino, soli tra i ghiacci della Groenlandia vi farà palpitare le viscere. Chiedetevi perché.

Rileggo Simone Weil 76

Dio fa a Mosè e Giosuè promesse puramente temporali, in un’epoca in cui l’Egitto era teso verso la salvezza eterna dell’anima. Gli Ebrei, avendo rifiutato la rivelazione egiziana, hanno avuto il Dio che meritavano. Dio carnale e collettivo che, fino all’esilio, non ha parlato all’anima di nessuno. (A meno che, nei Salmi…?)

Parlare di “Dio educatore” a proposito di questo popolo è una burla atroce.
Di che stupirsi se c’è tanto male in una civiltà – la nostra – viziata alla base, nella sua stessa ispirazione, da questa orribile menzogna? – La maledizione d’Israele pesa sulla cristianità. Le atrocità, lo sterminio di eretici e infedeli, era Israele. Il capitalismo, era Israele (lo è ancora, in una certa misura…). Il totalitarismo, è Israele (precisamente presso i suoi peggiori nemici). (III, 289) Continua a leggere

L’elemento faraonico

 

L’elemento faraonico nella Chiesa cattolica (la mia) mi è sempre apparso in tutta la sua evidenza. Non solo nella magnificenza dei papi, e nella loro simbologia, nella loro ieraticità circonfusa dell’oro dei pastori di popoli, come si definivano i sovrani d’oriente, ma anche nelle enormi proporzioni dei templi, nella loro smisuratezza babelica. La chiesetta romanica l’ho sempre sentita profondamente affine, la cattedrale gotica l’ho sempre percepita come un’offesa anzitutto estetica, come qualcosa di intessuto di hybris. E non parliamo di San Pietro, la sede del Deus in Terra. Continua a leggere

Uccidi e mangia!

Il cristiano non può essere un vegetariano ideologico, perché la Scrittura prevede l’uccisione e il consumo alimentare degli animali, e negli Atti degli Apostoli (10, 9-16) vengono superati i limiti dell’impuro.

Il giorno dopo, mentre quelli erano in cammino e si avvicinavano alla città, Pietro, verso mezzogiorno, salì sulla terrazza a pregare. Gli venne fame e voleva prendere cibo. Mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi: vide il cielo aperto e un oggetto che scendeva, simile a una grande tovaglia, calata a terra per i quattro capi. In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. 
Ma Pietro rispose: “Non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato nel cielo.