Il piacere della caccia

Le neuroscienze ci stanno facendo vedere molte cose, portano alla luce realtà che ignoravamo, ma confermano anche quel che si sapeva da sempre. Ad esempio che l’uccisione di un animale per caccia ha un significato di molto differente dalla stessa uccisione per odio o per semplice macellazione. Le persone comuni e gli animalisti (oggi tendono a coincidere) vedono i cacciatori come mostri che odiano i poveri animali cui danno la caccia, come presi da violenta furia distruttrice. Non è così. Le ricerche svolte sul cervello umano e animale, grazie a sofisticati strumenti che consentono di vedere il modo in cui si attivano o non si attivano i vari circuiti neuronali, evidenziano come negli animali cacciatori (come il cane e il gatto) esistano due tipi di morsi tendenti all’uccisione dell’animale azzannato: quello che viene denominato quiet bite (lett. morso quieto) è quello inferto da un predatore alla preda. Quando il cane cattura un coniglio lo morde e poi lo scuote velocemente, uccidendolo, il circuito neuronale che scarica è un circuito legato al piacere. Questo mostra come l’attività di cacciare e uccidere la preda negli animali sia fonte di piacere. Questo piacere è connesso al circuito neuronale denominato circuito seeking, quello legato alle attività di ricerca. Che io vada a funghi e trovi un grosso porcino, o a caccia e prenda una grossa lepre, i neuroni che scaricano son sempre quelli. Io non odio il porcino, e spero che la specie prosperi, non odio la lepre, e spero che la specie prosperi.

 

I predatori uccidono per sopravvivere, certo, ma non sempre solo per quello. E comunque anche quando cacciano e uccidono per sopravvivere, nel corso dell’attività provano piacere. Esattamente come lo prova l’uomo che caccia: anche l’esquimese che caccia narvali per sopravvivere o l’indiano che caccia bisonti, durante l’atttività prova piacere, non ira o odio. L’altro tipo di morso è il cosiddetto killing bite, ed è legato ai circuiti neuronali della rabbia, dell’aggressione e della lotta intraspecifica, ed è quello con cui un cane azzanna un altro cane. Ma basta guardare appunto i cani e i gatti: quando cacciano sono silenziosi, non mostrano alcun segno di aggressività, come il pelo sollevato, il ringhio, ecc. Quando si scagliano contro un altro animale per motivi diversi dalla caccia, mostrano tutti i segnali tipici dell’odio animale. Questo spiega come l’essere umano possa godere di una partita di caccia, da un lato, e amare gli uccelli e preoccuparsi della loro sopravvivenza come specie dall’altro. Non vi è, dal punto di vista scientifico, contraddizione alcuna.

Altro discorso è quello che riguarda l’opportunità di mantenere, in un dato territorio, aperta o meno l’attività venatoria. Quel che accade oggi dalle mie parti, nelle campagne venete, è quasi sconcio. La caccia è quasi soltanto caccia alla lepre e al fagiano. Le lepri che esistono sul territorio, a seguito dei massicci ripopolamenti che vengono effettuati ogni anno, nel giro dei primi 15 giorni di caccia sono tutte uccise. Idem i fagiani, di cui tuttavia grandi quantità vengono poi lanciate nel corso della stagione venatoria. Li chiamano pronto caccia. Ciò significa che la sera del sabato i fagiani pronto caccia vengono depositati qua e là nella campagna. Al buio se ne stanno fermi accovacciati a terra. Alle prime luci dell’alba i cacciatori (o fucilatori di pronto caccia) fanno a gara a chi li trova prima. Molti sanno dove i loro amici li hanno collocati. Non è una caccia, è una esecuzione.

L’attività venatoria dovrebbe essere permessa, a mio avviso, solo dove la selvaggina si riproducesse copiosamente, e dove al termine della stagione di caccia ne rimanesse viva tanta da consentire il tranquillo permanere delle specie interessate in una quantità numerica che ne garantisse la sopravvivenza. Questa condizione non sussiste nel Veneto nel modo più assoluto per il fagiano. E se si escludesse il fagiano, che è la colonna portante di questa pratica, essa collasserebbe. Dunque, e anche per il fatto che la campagna veneta è oggi disseminata di case, strade, capannoni, ecc., la caccia nel Veneto dovrebbe essere sospesa, quantomeno in pianura. Si dovrebbe consentire solo la cinofilia, che è una bella e sana attività: girare per la campagna con un cane da caccia che trova gli uccelli e li fa volare è molto divertente, attiva i circuiti neuronali seeking, non depaupera la fauna e fa scendere i livelli del colesterolo, e consente pure all’appassionato bird-watcher e cinofilo interessanti osservazioni. Dovrebbe essere consentita tutto l’anno, escluso il periodo primaverile della riproduzione.

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13 risposte a "Il piacere della caccia"

  1. Considerazioni interessanti, molte condivisibili. Non mi suona tanto convincente l’uso della parola “odio” applicata agli animali (se non nel caso della “gelosia” sessuale) in quanto il livello di ferocia in un’uccisione mi pare direttamente proporzionabile alla paura di venire a propria volta uccisi, o feriti: un leopardo troverà di certo più piacevole, o più “giocoso”, uccidere un’inerme gazzella che un insidioso coccodrillo. Allo stesso modo, gli yanomani pare trovassero esilaranante far fuori i bambini rimasti abbandonati nei villaggi da loro sconfitti, mentre il combattimento vero è proprio è (comprensibilmente) un’attività assai più tesa ed intrisa di paura, da dominare con svariate tecniche.

  2. Avevo messo “odio” in corsivo, infatti. Io penso che il fatto che agli animali manchi la rappresentazione costituisca una differenza sostanziale rispetto agli umani. Ciò non toglie che il substrato biologico sia fondamentale.

  3. Per quel che riguarda gli umani e la caccia a fini sportivi, ludici o terapeutici, mi pare che fare appello alle neuroscienze non sposti affatto l’ accento sulla vecchia diatriba tra suoi sostenitori e detrattori, perché questa si alimenta soprattutto di considerazioni di tipo etico, oltreché ecologistiche o scientifiche.
    Sostenere che “cacciare è bello perché dà piacere” è un’ argomentazione, a mio avviso, debole, meramente utilitaristica e potenzialmente pericolosa, quando applicata all’ ambito delle azioni umane: denota una prospettiva androcentrica ed un po’ miope del mondo.
    Se ciò che dà piacere producesse automaticamente legittimazione a perseguirlo cadremmo nella barbarie, con grande soddisfazione, tra gli altri, di sadici, stupratori, assassini e compagnia bella…

  4. Cara Morena, il mio discorso si poneva su un piano precedente quello dell’etica. Sostengo che la caccia non implica affatto “odio” per quello che viene cacciato, e che non va confusa con la brama di distruzione. Non sosterrei mai che il piacere sia per sé fonte di legittimazione.

  5. Lo so, cara Carla, che per molti è difficile digerire l’idea che gli animali (innocenti creature) provino piacere nell’atto dell’uccisione. Io, che da una vita osservo il comportamento di cani e gatti non ne sono sorpreso per nulla. Comunque, eccoti due fondamentali fonti.
    Jaak Panksepp, “Affective Neuroscience. The Foundations of Human and Animal Emotions”, Oxford University Press, N.Y. 1998. Le ricerche di Panksepp e del suo gruppo, condotte secondo protocolli rigorosissimi e con l’utilizzo di strumentazione avanzata, fino ai nostri giorni, hanno mostrato quel che io ho sinteticamente detto nel post.
    Debra Niehoff, “The Biology of Violence”, Free Press, N.Y. 2002: vi si spiega come quando si andò alla ricerca di un circuito cerebrale unificato per la fame, se ne trovarono due, uno per gli aspetti fisici della stessa, e uno per quelli emozionali, che sono distinti anche negli animali. Il che spiega anche la possibilità, negli umani, dell’anoressia.

  6. Il mio gatto orientale, che è totalmente domestico dalla nascita e non si è mai avventurato all’ esterno se non da me trasportato nella sua gabbia da passeggio, mi ha dato motivo di ipotizzare anche altre teorie, a riguardo del piacere derivante dall’ uccisione della preda.
    Per la prima volta libero nel giardino molto naturale di una tenuta agrituristica tra i colli senesi, di cui eravamo gli unici ospiti, ha cacciato con abilità e precisione un’ intera famiglia di topolini di campo, attendendo con felina perizia e pazienza le loro intermittenti uscite dalla tana sotterranea. Li ha uccisi e poi me li ha “offerti” tutti, depositandoli, uno per uno, ai miei piedi, come per farmene dono. Pare un atto d’ “amore”, che faccia seguire al piacere provato (di cui aveva evidentemente conoscenza ancestrale), una forma di altruistica generosità…

    1. Quello che racconti corrisponde a osservazioni fatte da molti su cani e gatti. Nel suo libro “la macchina degli abbracci” Temple Grandin racconta, ad esempio, del cane di un suo amico che un giorno uccise una marmotta, e la portò trionfante al padrone inorridito.

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