Intellettuali

Dialogo sulla questione degli intellettuali e di una nuova cultura

 «Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia.»

 Tommaso Campanella

 

   Caio e Mevio delibano le loro bevande seduti al tavolino di un caffè che si trova nel centro di una grande città del nord. La conversazione non può svolgersi all’aperto, perché la stagione primaverile tarda ad arrivare e il cielo è grigio e piovoso come in autunno. Un ininterrotto viavai di persone che entrano ed escono fa da sfondo ai loro discorsi. 

 Caio: il tema che intendo sottoporre oggi alla lente focale della tua sagacia, caro Mevio, riguarda una figura topica della modernità, l’intellettuale, che sembra però appartenere, se lo confrontiamo con l’immagine militante che di esso si era imposta nel secolo scorso, una razza in estinzione.

Mevio: questa, ottimo Caio, è una delle prime questioni da indagare. La figura dell’intellettuale è stata al centro, negli ultimi decenni, di processi professionali, tecnologici, linguistici e sociali molto complessi. È una delle figure sociali maggiormente investite dal cambiamento, anzi ‘è’ il cambiamento, dal momento che la conoscenza investe l’intero processo produttivo. Tuttavia, se da un lato gli specialismi si sono rafforzati, dall’altro non abbiamo più figure intellettuali capaci di andare oltre il proprio sapere specifico e di proporre una visione d’insieme della società.

Caio: non vorrei essere schematico, caro il mio Mevio, ma se è vera la premessa che tu poni (e io penso che sia vera), allora dobbiamo esaminare l’interrelazione fra i processi che hai evocato e i caratteri che contraddistinguono la fase politico-culturale che stiamo vivendo in Italia: la modernità della destra, il radicamento del populismo, la marginalità della sinistra e l’impalpabilità dell’opposizione. Il corollario inesorabile che discende da questo teorema è “il silenzio degli intellettuali”, titolo del recente saggio di Alberto Asor Rosa, noto studioso di orientamento marxista, che richiama (credo intenzionalmente) il titolo di un libretto a più voci apparso alcuni anni fa e intitolato “Il silenzio dei comunisti”.

Mevio: in effetti, caro Caio, al centro dell’analisi è da porre proprio il rapporto tra politica e cultura: un rapporto che si è logorato da entrambi i lati a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando si verificò il rovesciamento di egemonia dalla sinistra alla destra. È in quegli anni che si è aperta la frattura fra intellettuali e politica, e non so se sia stato il rovesciamento di egemonia a provocare la frattura o viceversa. Sta di fatto che allora ebbe inizio una sordità reciproca le cui conseguenze furono, da un lato, il venir meno di una tensione verso la cultura che la politica aveva mantenuto viva e, dall’altro, una duplice reazione degli intellettuali, che portò una parte della cultura della sinistra alla radicalizzazione e un’altra parte a rinchiudersi all’interno dei recinti dell’accademia.

Caio: permettimi di aggiungere che i giovani sono, fra i soggetti della società organicamente interessati alla ricostruzione del rapporto tra la politica e la cultura, quindi tra intellettuali e politica, non solo coloro che pagano il prezzo più pesante della frattura su cui tu hai giustamente posto l’accento, ma anche le vittime principali di quella “dittatura dell’ignoranza”, imposta dal regime vigente nel nostro paese, che ha dato il titolo a un recente testo di Giancarlo Majorino. Eppure, la politica è una delle forme più alte in cui si esprime l’attività sociale della persona umana. Se questo è vero, la domanda che allora ci dobbiamo porre è la seguente: come far risorgere nelle nuove generazioni la passione per la politica?

Mevio: questa è una domanda a cui trovare una risposta è arduo, se si considera che nel nostro tempo, condizionato dall’effetto congiunto della mutazione antropologica, della ‘rivoluzione passiva’ e della ‘dittatura dell’ignoranza’, non vi sono più quelle figure che erano gli ‘intellettuali militanti’: non vi sono più i Bobbio, i Geymonat, i Galante Garrone, uomini che scrivevano per passione e nelle cui parole si avvertiva la forza dello sdegno e del coraggio, insieme con la lucidità che veniva dalla ragione e dal cuore. Scrivevano chiaro perché pensavano chiaro e pensavano chiaro perché dentro l’animo avevano chiarezza morale.

Caio: l’impressione che si riceve oggi, invece, è che contro quelle figure di intellettuali militanti esista una sorta di avversione, quasi che insegnare significhi soltanto chiudersi nell’isolamento di un’indagine rigorosa o nel formalismo di una lezione impeccabile e non anche essere, come erano questi intellettuali, dei maestri; e maestri non di nozioni, ma di passioni e di convinzioni. Le loro parole cambiavano la vita di chi sentiva quelle parole, e la cambiavano non per un giorno, non per una settimana, ma per tanti anni, perché un libro di Bobbio, un saggio di Geymonat o un discorso di Galante Garrone cambiavano veramente la vita quando trovavano occhi e orecchie ricettivi e ben connessi con la mente. Oggi di queste figure, non solo in Italia ma nel mondo intero, sembra non esservi più traccia.

Mevio: sì, è così, e va anche detto che in Italia vi è un’aggravante, che è rappresentata da un certo fastidio verso questo genere di figure, ormai considerate polverose, moraliste, appartenenti al passato, mentre oggi, se si è un intellettuale, è ‘politicamente corretto’ essere leggeri, frizzanti, simpatici. Sennonché, questo è il mio fermo convincimento, l’intellettuale non deve essere simpatico, ma ruvido; deve avere il coraggio di parlare e di affrontare i temi del suo tempo, sapendo che può svolgere “la missione del dotto” solo se ha passione civile e se decide di battersi all’ultimo sangue contro la ‘dittatura dell’ignoranza’.

Caio: D’altra parte, come tu stesso hai rilevato poc’anzi, la reazione che è prevalsa in séguito alla frattura fra gli intellettuali e la politica è stata quella di ritirarsi dall’impegno e di ritornare al ruolo tradizionale. Mi rendo conto che questa deriva non si può interrompere solo con appelli volontaristici, ma già sottolineare che il problema si pone, che bisogna ricostruire un rapporto tra la cultura e la politica, che non si può accettare che le nuove generazioni rifluiscano nel qualunquismo, nel cinismo o nella disperazione, e che è necessario ed urgente dare risposta al “che fare” della cultura, sono altrettanti passi compiuti nella giusta direzione.

 [Caio,continuando a parlare, cava dalla tasca un foglietto.]

     A questo proposito, vorrei leggerti un testo del 1932, incluso nel volume di Bertolt Brecht, «Scritti sulla politica e sulla società», tradotto in lingua francese ma non disponibile in italiano. Al centro di questa straordinaria pagina brechtiana vi sono le categorie della grande cultura borghese, di cui viene registrato l’esaurimento in una fase storica in cui non si è ancora manifestata una nuova cultura. Ecco il testo: «In breve: quando la cultura, in pieno crollo, sarà coperta di sozzure, quasi una costellazione di sozzure, un vero deposito d’immondizie; quando gli ideologi saranno diventati troppo abietti per attaccare i rapporti di proprietà, ma anche troppo abietti per difenderli, e i signori che avrebbero voluto, ma che non hanno saputo servire, li scacceranno; quando parole e concetti non avranno quasi più niente a che vedere con le cose, con gli atti e con i rapporti che designano e si potrà sia cambiare questi ultimi senza cambiare i primi, sia cambiare le parole lasciando immutati cose, atti e rapporti; quando, per poter sperare di uscirne vivi, si dovrà essere pronti a uccidere; quando l’attività intellettuale sarà stata ristretta al punto che ne soffrirà lo stesso processo di sfruttamento; quando il tradimento avrà cessato di essere utile, l’abiezione redditizia, la stupidità una raccomandazione; quando non ci sarà più niente da smascherare perché l’oppressione avanzerà senza la maschera della democrazia, la guerra senza quella del pacifismo, lo sfruttamento senza quella del consenso volontario degli sfruttati; quando regnerà la più cruenta censura di ogni pensiero, che però sarà superflua, non essendoci più pensiero; oh, allora la cultura potrà venir presa in carico dal proletariato nel medesimo stato della produzione: in rovina.» Le domande che Brecht si pone sono dunque le seguenti: quando si produrrà l’avvento di una nuova cultura? e come essere certi di tale avvento in un’epoca in cui è arduo distinguere, data la loro mescolanza, gli ultimi fuochi del tramonto dai primi bagliori dell’alba? La parola chiave, mio caro Mevio, è perciò “quando”.

Mevio: un testo davvero straordinario e davvero profetico! Due considerazioni mi vien fatto di avanzare, così all’impronta. La prima riguarda il rapporto tra il futuro e il passato: il nuovo, gli embrioni di una cultura socialista, non potrà affermarsi se non attraverso una sorta di appropriazione dialettica e selettiva della rovina, cioè della decadente, ma lucida, cultura borghese. La seconda considerazione riguarda il problema della lingua e della sua funzione rappresentativa rispetto alla realtà, laddove ciò che Brecht rileva in modo icastico e irrefutabile è lo stato di decomposizione della lingua, causato dal disprezzo per la chiarezza, per il rigore e per la coerenza, che accomuna i tre più nefasti nemici che annoveri ancor oggi la cultura (sia quella borghese sia quella socialista): il pressappochismo subculturale, il fanatismo anticulturale di origine ideologico-religiosa e la prostituzione giornalistica e commerciale.

Caio:…e io aggiungerei una terza considerazione, che chiama in causa il ruolo alternativo che è chiamato a svolgere, nelle attuali condizioni di produzione, circolazione e consumo della cultura, l’intellettuale inteso quale figura ideal-tipica di quel “progetto incompiuto” che è la modernità. Riassumo tale ruolo attraverso tre personaggi emblematici: Ulisse, simbolo della passione per il reale, che si traduce nella ricerca di nuovi mondi e di nuove conoscenze; Enea, simbolo della difesa intelligente e produttiva della tradizione culturale; Socrate, simbolo della coerenza intellettuale e morale che non teme il conflitto con i poteri costituiti e che, pur sapendo che le convinzioni su cui fonda la propria coerenza sono relative e non assolute, è disposto a battersi per esse sino alla morte.

Mevio:…Ulisse, Enea, Socrate…Tendere verso un simile modello è una scelta talmente ‘inattuale’ nella nostra età ‘post-eroica’, che già per questo solo motivo meriterebbe di essere presa in attenta considerazione. Ma è anche l’unica scelta che possa misurarsi con le due domande che io e tu abbiamo posto: il “che fare” della cultura oggi e il “quando” di una nuova cultura domani.  

Caio: vedo arrivare Arianna. Arrivederci alla prossima occasione, mio diletto Mevio. Non disturbarti a pagare le consumazioni, provvedo io.

Mevio: a presto, amatissimo Caio.

    Mevio, dopo aver risposto con un cenno e un sorriso al saluto di Arianna, segue con lo sguardo assorto l’amico che si allontana assieme alla figlia, fin quando i due scompaiono nel flusso delle persone che entrano ed escono in continuazione dal locale.

 Eros Barone

2 pensieri su “Intellettuali

  1. Socrate Ulisse Enea…
    certo ci sono stati altri personaggi nei successivi 25 secoli, ma dovremmo chiederci perchè come esempi-archetipi i primi a saltare fuori sono sempre i cari vecchi greci.
    E’ un rigurgito di classicismo europeizzante? Che ne dicono in Cina in India in Giappone ?
    Al liceo il professore di italiano (ex camionista autodidatta, approdato nel dopoguerra alla cattedra di un prestigioso liceo classico di Bologna) diceva che, in quanto ad idee, gli ultimi venti secoli non avevano aggiunto nulla al sapere umano.
    Ammetteva di essere un po’ drastico nel suo giudizio, e ci invitava a discutere con lui, proponendo qualche “new entry”. Nessuno ebbe il coraggio di proporre una candidatura. Ci mettemmo insieme in un gruppo e presentammo una piccola schiera di “papabili”. Ricordo Gesù, S.Agostino, Cartesio, Shakespeare, Cervantes, Dante…
    La sua reazione fu il rifiuto di prendere in considerazione il nostro lavoro di squadra (era il ’68 !). Se qualcuno era convinto, si facesse avanti di persona, “dopo aver studiato MOLTO BENE il candidato…”
    Nessuno si fece avanti

  2. Carissimo professore EROS BARONE, sono arcicontento di ritrovare, sulle pagine del computer, la sua presenza e le sue sostanziose, illuminanti riflessioni. E’ felicissima la scelta del DIALOGO come strumento espositivo. Ho perduto ogni contatto con ARIANNA, la sua brava e saggia figliola. Sarei assai contento, se Lei me ne comunicasse l’indirizzo, o la E MAIL. Il mio indirizzo elettronico è magnofp@alice.it
    Ammiro, oltre alla chiarezza delle sue argomentazioni, la sua appassiona e indomita COMBATTIVITA’. Ho notizia delle continue, ignobili persecuzioni, che ha subite nel corso degli anni. Il figlio di MAMMA ARIANNA è coriaceo ai colpi degli INFAMI. Io porto con me i miei ottantatrè anni di età : per camminare utilizzo una terza gamba, cioè il bastone. La testa e il cuore funzionano ancora bene. Nella sua vita credo di potere cogliere un solo neo : una certa disattenzione verso la propria famiglia. Lei, per stare dietro all’UNIVERSALE, ha trascurato il PARTICOLARE, che Le stava accanto. Gli uomini “HABENT SUA FATA”. Un forte abbraccio da FRANCESCO PAOLO MAGNO.

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