EPOS

epos

di Fabio Brotto

Dura materia l’alta mente pose 
quando durava il vento delle cose
e di rose suonava alta la guerra.
Ora molle ti sciogli nella terra.

L’Essere unito in sé contento giace.
Giace. Il riposo eterno è il solo sogno.
Anime disfiora nella pace.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 -1896)

BEATITUDINE

beatitudine

di Fabio Brotto

È beato colui che scende al fondo
come una pietra.
E vede i morti, Amleto
tentando ancora il volto della Luna.
Troppo leggero, ti tiene in superficie
triplice veto. Il solo mutamento
basta a privarti di sommersi Dei.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

ETERNITÀ

Eternità

di Fabio Brotto

In quale notte, dimenticata
la beffa degli anni luce
nel ticchettio dell’orologio.
risuonante
per la tua brevità,
sentisti fermo
tutto con te il tuo cuore?

In quale notte mai
non votato all’oblio,
ma sempre a te presente
nell’amore di tanti,
escluso il divenire,
ti percepisti?

Quella passò.
Piccole eternità son seminate,
piccole morti.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

SILENZIO

silenzio

Fosse orgoglio o viltà d’isolamento
che stringeva nell’arido dominio
aure preziose nei sepolcri bianchi,
fosse individua virtù l’incantamento
di miriadi di monadi dorate
prigioniere di spiriti stanchi,
augurerò.
E sulla moltitudine di voci
si sparga un indomabile silenzio.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 -1896)

LA GUIDA

La guida

di Fabio Brotto

Vidi chiara la luce: era un sospiro
del dio malato che finiva in te.
Navigavamo vie non più soavi,
quella luce la stella, tu la guida.
Poche parole incrociavamo in mille
nodi perversi. Si fermava il tempo.
Scongiuravamo l’impotente abisso.

E giocavo con te, la guida cieca.
Tu ragionavi ancora, e io ti amavo.

Immagine : disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896). Treviso, collezione Fabio Brotto.

ACQUA

acqua

di Fabio Brotto

Acqua: i mille segni. 
La coscienza nell’acqua.
Lo spirito nell’informe, la sorgente.
Fertile di inganni la sirena.
Madre fedele delle sue rovine.

Fecondò l’ordine, soggiacque.
Genera le miriadi, scioglie i morti.
Dio ci si specchiava.
E lei ci chiama.

Immagine: particolare da un affresco di Giuseppe Ghedina (1825- 1896)

IN ALTO

IN ALTO

Quando in alto dicevano parole
che tu spendevi sicuro. Come pietra
tra le miriadi. Sole incombustibile.
Nessun gemello ti si spegneva
e tu vivevi duro. O roccia salda
nel divenire. Specchio infrangibile.

Fu nel passato in ben diverso tempo.
Il diamantino. Gioia del presente.
S’accartocciava. Generava grandi
meravigliosamente cose. Finito.
Interrogavi l’ora in dolore
e i quaranta anni.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896). Treviso, collezione Fabio Brotto

APOCALYPSIS

Apocalypsis

Ritorneranno i tempi d’acqua chiara
e un uccello canterà la luce d’alba
dopo il sonno più grande della legge.
E noi leggeri figli di fantasmi
verremo a bere parole in labirinti
liberi dalla bestia della legge,
splendendo un pellicano in luce d’alba.

Non giovane morii.
Ma della metamorfosi profonda
– sterminio degli istanti e ognuno pretendeva croce eterna –
una sostanza stabile non venne.
Alti naufragi ti chiederò.
Piccola mente, rispondi!
Ma chi, chi subirà?
Specchio d’ira, le larve dell’Altissimo.

Alte solitudini. Rive acherontee.
Il naufrago frutto delle onde
coglilo tu piccolo piccolo.
L’angelo e la sirena sullo scoglio.
Ogni goccia è una strada per l’eterno.
Frantumano le onde.
Nelle tane del mare giocano i serpenti.

ECATE DEL SONNO

ecate

Quale sibilla dirà per me nell’antro materno
le parole di bronzo di una legge che duri
o quale angelo mai verrà dal cielo feroce
con la notizia della fine eterna?

Non c’è risposta, ma la superficie è calma:
il movimento delle tue miriadi, Dio, se ci sei,
gioca col nulla, e in palio c’è soltanto
l’agonia del pensiero che ti cerca, e ancora,
in una nicchia scavata dal dolore, sembra
che resti un po’ di desiderio, male vivo anzi
già quasi morto.
Eppure – ahi! – voi venite a schiera,
o miei fantasmi della tenerezza,
più soave parlando nella sera.

Intorno in alto è un pianeta d’aria
dove miriadi vanno in strade d’oro.
Sotto, la selva che ci tiene fermi
e condensa la nebbia del dolore.
Il sonno resta tra inferno e paradiso,
nell’attesa del grande vicino,
nel desiderio dell’eterno riso.

Tu sussurri, signora di sgomento,
epifania di un popolo di sogni
che parlano dell’ora che non viene.

Amore delle trepide frontiere,
signore dei sentieri senza sbocco,
si alimenta del sonno ove è fuggita
come una ninfa tepida e serena
navigatrice delle vie soavi
quella che è sogno, in sé troppo piena.

Tu nel tepore della luminosa
notte d’estate stendi la tua lunga
ala perversa della cruda e sola
mia fede, e al sogno mente,
santa compagna delle tue rapine,
l’algida mente.

Tacciono tutte le stirpi degli alati
figli del sonno nella notte quieta.
Guardano solo con occhi spalancati
me passeggero sulla terra vuota.

L’immagine è un disegno su carta di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896).

ULIXES

ulixes

Se mai nel mare troverò la lacrima
scesa dal volto della mia sirena
che inebriata del nulla in Occidente
canta l’amore e il vuoto e la mia pena,
allora ogni parola sarà pietra
ad innalzare una città di dèi.

Come di dolce tenebra
splende il tuo occhio, donna,
e forma l’incolmabile distanza
del deserto segreto delle altezze
che divide nel cuore dell’eone
le speranze dai puri compimenti.

Nell’attesa di tutto il silenzio
io ricordo la voce beata
che diceva impossibili eventi.
E ti vedo, ti vedo velata
come di dolce tenebra.
Sale la notte in superficie calma.

L’idolo ancora luce nell’oscuro
della tua vita, piccola consorte
conficcata alle fibre dello scoglio.
Il vento dell’inverno teso svolge
tutte le cose ma non ti sbianca il forte
volto, e io ti so pagana.

Andiamo insieme, io trafitto in cuore
dal vuoto dell’eterno, tu ripiena
del sussurro di plastiche miriadi.
La tua sostanza nella terra madre.
Passa i fiumi fatali amore il grande?

La tua sostanza fatta di fantasmi
non discioglie la luce. Fa dolere
l’intima pietra il canto di sirene
da cui l’inesorata nave ti allontana.

Disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)