Julien Green, Se fossi in te… (Si j’étais vous…, 1947-1970), trad. it. di Clio Pizzingrilli, Quodlibet, Macerata 2003. La storia narrata è quella di un patto col diavolo, dal quale il protagonista riceve il dono di poter entrare, col solo recitare una formula all’orecchio di un’altra persona, nel corpo di questa, sloggiandone l’io, e sostituendolo col proprio, mentre l’io dell’altro, a sua volta, viene infuso nel corpo del protagonista. Uno scambio fulmineo, che non è che il punto di partenza di una catena di scambi, potenzialmente infinita. Ho scritto io, ma in realtà ciò che Fabien prende dagli altri in successione non è solo il corpo, ma anche le attitudini, le pulsioni, insomma la psiche. Cosa dunque passa dall’uno all’altro? Questo romanzo, il più problematico tra tutti quelli scritti da Green, evidenzia tutte le difficoltà di un’antropologia dualistica, che divide radicalmente nel concetto l’anima dal corpo. In effetti, soprattutto in alcune di queste successive incarnazioni, i confini tra le identità appaiono quanto mai labili, e “Fabien” tende a svanire, perfino il ricordo della formula si annebbia progressivamente in “lui”. Visionario e soffocante, come tutti i romanzi del Green precedente la grande trilogia della vecchiaia, che io chiamo della conciliazione, ci presenta nella figura della giovane Élise, vanamente innamorata, una degli avatara di Adrienne Mesurat. Questo è un romanzo della vanità, nel senso dell’Ecclesiaste. Vano è l’amore di Élise, vano è lo scontento iniziale di sé, che porta Fabien, pencolante tra una sensualità che lo alletta ed un cattolicesimo di formalistico rigore, a porgere orecchio a Brittomart, ambigua figura del Tentatore. Vane sono le successive incarnazioni. Vano è anche il ritorno a se stesso, come mostra il nebbioso finale, poiché lo stesso non è mai stato veramente tale. Questo è un libro del vuoto. E c’è una senso di vecchio cattolicesimo, quello poi che fornisce il quadro generale ai grandi scrittori francesi che vengono etichettati come cattolici—Bernanos, Mauriac, Green, ecc.—un cattolicesimo ossessionato dal senso del peccato (un peccato tutto legato ai sensi) e dalla perdizione dell’anima, e assetato di grazia, e insieme atterrito dalla difficoltà dell’ottenerla e del conservarla. Ma qui infine ci si chiede: che cosa c’è di sostanziale che possa perdersi, stante la fragilità dell’io, la sua tendenza a farsi altro e a svanire? Dove sta l’anima? Cosa c’è di veramente unico e stabile nel tempo, che possa essere graziato? Fabien è un intellettuale annoiato di sé.
E ancora una volta gli venne lo strano pensiero di non voler più essere se stesso; in modo inesplicabile sentiva che questo pensiero lo avrebbe arricchito. (p. 65)
E Brittomart demonio sa parlare, come sempre, in un modo che l’intellettuale trova irresistibile.
Essere eternamente gli stessi non è sopportabile per spiriti affinati dalla riflessione. Uscire da sé, divenire un altro, non è uno dei sogni più intelligenti che l’uomo abbia custodito in sé? (p.75)
Capita che siano stampati dei libri mirabili, e che pochi se ne accorgano. Devo la conoscenza e la lettura del testo di James G. Frazer La crocifissione di Cristo, seguito da La crocifissione di Aman di Edgar Wind (Quodlibet, Macerata 2007) alla gentilezza del curatore Andrea Damascelli, che mi ha donato una copia del libro. In verità, i testi di Frazer e di Wind sono datati, ma al loro interno è possibile scoprire cose ancora molto interessanti, e anche degli spunti ancora utili all’avanzamento della conoscenza religiosa e antropologica.
Il velo di Draupadi (Le voile de Draupadi, 1993, trad. it. di M. Ferrara, Edizioni Lavoro, Roma 2004) di Ananda Devi è un romanzo che tiene fede al suo titolo. Sebbene sia scritto da un’autrice mauriziana di oggi (fatte salve le differenze, la Mauritius della Devi non può non ricordare la Trinidad di Naipaul: due isole con popolazione mista e molti Indiani immigrati da poche generazioni ), e in francese, esso ha un tema che non mi pare realmente colto dai pochi commenti cui ho potuto accedere, compresa la prefazione di Marie-José Hoyet: la questione del sacrificio della donna, inteso anzitutto nel suo senso più immediato e letterale.

razione che antichi riti sacrificali pagani possono esercitare ancora su uomini della nostra epoca, e addirittura su pastori protestanti nordici già missionari in Africa, è un tema piuttosto interessante. Ne potrebbe uscire anche un grande romanzo, soprattutto se questo tema fosse sapientemente intrecciato con il clima postbellico di una Finlandia e ha vissuto l’alleanza con Hitler ed una serie di eventi feroci e di pulizie etniche spietate. Il romanzo di Leena Lander La casa del felice ritorno (Iloisen kotiinpaluun asuinsijat, 2000, trad. it. di D. Sessa, Iperborea, Milano 2002) non è un grande romanzo per due motivi principali: manca nella strutturazione generale, troppo cinematografica e in fondo poco originale, con quell’imperversare dei flash-back che da decenni è quasi di rigore in buona parte della narrativa europea corrente; e manca nell’approfondimento dei caratteri dei personaggi, i cui moventi appaiono abbastanza gratuiti (anche questo è un elemento generico del romanzo postmoderno, tuttavia). Il personaggio più importante in una narrazione che si pone il tremendo tema dello scontro tra paganesimo e umanesimo cristiano-occidentale, il pastore protestante che durante la missione in Africa ha sentito il richiamo del cuore di tenebra, avrebbe richiesto una mano più potente di quella della Lander, brava scrittrice ma non adatta all’alto volo.
Giaceva nel letto in uno stato comatoso, troppo insensibile per alzarsi a sedere o anche soltanto per pensare. Il sole calò e nascose il volto dietro l’orizzonte. I corvi gracchiarono e volarono via. I passeri tornarono ai loro nidi. La notte si avvicinò in fretta, a grandi passi, lasciando una scia di silenzio, e ricoprì gli imperi del mondo con il suo manto di tenebra e desolazione. (p. 289)