Ateismo nel cristianesimo

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(Matt. 7, 20, sgg.). I primi frutti, nei quali oggi come in ogni tempo la buona novella può essere riconosciuta sono quelli di una reale, e non fittizia rivoluzione socialista; laddove nemmeno l’albero che li porta deve stare sul suolo tradizionalmente religioso. Esso sta vicino a chi dice di no, all’ateismo, al soggetto che si è liberato, oltre che dal timore della trascendenza, anche dalla chimera della trascendenza, anche da ogni ipostasi patriarcale. E dunque questo nuovo albero non cresce affatto sul suolo della trivialità, che germoglia cosí facilmente dall’illuminismo fattosi fisso e statico. E neppure si erge lontano dalla trascendenza, nel nichilismo cosí pericolosamente diffuso da un ateismo senza implicazioni, che non raggiunge l’umano movimento della libertà ed il suo fondamento di speranza. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 51

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Lo spirito non è forzato a credere all’esistenza di niente. (Soggettivismo, idealismo assoluto, solipsismo, scetticismo. Vedere le Upaniṣad, i taoisti e Platone, che usano tutti di quest’attitudine filosofica a titolo di purificazione). Per questo l’unico organo di contatto con l’esistenza è l’accettazione, l’amore. Per questo bellezza e realtà sono identiche. Per questo la gioia pura e il sentimento di realtà sono identici.
Tutto ciò che è colto con le facoltà naturali è ipotetico. Solo l’amore soprannaturale afferma. In tal modo noi siamo co-creatori.
Noi partecipiamo alla creazione del mondo decreando noi stessi. (II, 262-263) Continua a leggere

Del tragico

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Tragico è quel conflitto in cui le forze che si combattono tra loro hanno tutte ragione, ognuna dal suo punto di vista. La molteplicità del vero, la sua non-unità, è la scoperta fondamentale della coscienza tragica.
Ecco perché nella tragedia è viva la domanda: Che cosa è vero? Il diritto si afferma, nel mondo? La verità trionfa? Il manifestarsi di una verità in ogni forza che agisca e, insieme, i limiti di tale verità e quindi la rivelazione di un’ingiustizia in ogni cosa è il processo della tragedia.

( Karl Jaspers, Del tragico, 1952, trad. it. di I. A. Chiusano, SE 1987, p. 39)

Dante, l’inevitabile

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Sono solo cinquanta pagine, e si leggono in fretta, ma sono piene, e lasciano molto. La storia dell’Albania letta attraverso Dante. Si rimane sconcertati e pensosi. Sconcertati ad esempio alla scoperta che molte donne albanesi si chiamano Beatrice. Il saggio di Ismail Kadaré Dante, l’inevitabile (Dante, l’incontournable, 2006, trad. it. di F. Spinelli, Fandango 2008) pone tante questioni, ad esempio quella delle lingue e di come siano soggette a oppressione a volte più delle fedi religiose e politiche. E’ accaduto all’albanese sotto il dominio turco. E anche la questione di come sia possibile che popoli vicini come l’italiano e l’albanese conoscano così poco l’uno dell’altro (soprattutto gli Italiani degli Albanesi). Continua a leggere

Il Pastore di Erma

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“Rivestiti dunque di ilarità, che sempre ha grazia presso Dio ed è accetta a lui, e gioisci in essa. Infatti, tutte le persone ilari fanno il bene, pensano al bene e disprezzano la tristezza.
L’uomo triste, invece, fa sempre il male: in primo luogo fa il male perché affligge lo spirito santo che è stato dato all’uomo; in secondo luogo, affliggendo lo spirito santo, commette una iniquità, perché non prega e non loda Dio. Infatti la preghiera dell’uomo triste non ha mai la forza di salire all’altare di Dio”. Continua a leggere

La strada di Smirne

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Smirne come Troia, come Corinto, come Cartagine: una città splendida data alle fiamme, cancellata nella sua parte antica, nella memoria di una convivenza tra stirpi, lingue e religioni differenti. Bisogna ammetterlo: l’Oriente antico e medievale, fino ai primi del Novecento, era infinitamente più variegato e tollerante culturalmente e religiosamente di quanto sia oggi. E ciò che ne ha cambiato il volto è stato il nazionalismo, la peste del mondo.
La lettura del romanzo di Antonia Arslan La strada di Smirne (Mondadori 2009), compimento del precedente La masseria delle allodole (di cui qui) genera in me due pensieri. Il primo riguarda gli imperi. Essi si creano mediante la forza, e la loro costruzione esige sangue e vittime. Una volta costruiti, però, solitamente garantiscono pace e tolleranza, a causa del loro fondamento nella molteplicità. Così il sogno della pace universale è sempre un sogno imperiale. Quando un impero si dissolve, la violenza cresce in modo esponenziale.
Il secondo pensiero riguarda la città. La distruzione di Smirne antica, la “bella infedele” come è chiamata nelle tragico-elegiache pagine della Arslan, evoca altre distruzioni di splendide città, e la weiliana idea che una città sia infinitamente più della somma dei suoi abitanti. Il mostruoso espandersi degli aggregati urbani della nostra epoca è l’altro volto della distruzione militare delle città. In entrambi i casi è l’anima della città ad essere annientata, e con essa le anime di coloro che vivono nelle sue case.

Religione, Rivoluzione e Futuro

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Il superamento dell’idolatria politica e dell’apatia politica è un dovere particolare della fede cristiana. Essa dovrebbe continuamente giungere ad una iconoclastia politica dei miti, simboli e dei culti personali della religione politica del momento poiché solo così le diverse «religioni dei cittadini» possono venire aperte alla «religione dell’uomo» e le diverse società giuridiche ad un futuro comune dei popoli secondo l’ideale di cittadinanza universale. Continua a leggere

Gli animali hanno diritti?

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Animal Rights and Wrongs è il titololo originale di questo libro di Roger Scruton, la cui prima edizione inglese risale al 1996, e che è stato pubblicato in traduzione italiana (di D. Damiani, non sempre precisissima, a mio avviso) da Raffaello Cortina nel 2008 col titolo Gli animali hanno diritti?. Per me, che sono cacciatore e pescatore, la tematica dei diritti degli animali è assai interessante, e devo dire che nellle argomentazioni di Scruton mi ritrovo totalmente. Anch’io, come lui, ritengo che non abbia senso pensare che gli animali abbiano diritti per sé, e che la questione si ponga solo dal punto di vista umano, esclusivamente all’interno dell’orizzonte della rappresentazione umana. Infatti non ha alcun senso pensare che gli animali abbiano diritti anche prescindendo dal loro rapporto con gli umani, e questo per il semplice fatto che la sfera del diritto è una produzione della nostra specie, e di nessun’altra. Continua a leggere

Saggi

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Il vero terreno e il vero oggetto dell’impostura sono le cose sconosciute. In primo luogo perché la stranezza medesima dà credito; e poi perché non essendo tali cose argomento delle nostre riflessioni abituali, esse ci tolgono i mezzi per combatterle. Per questo, dice Platone, è molto più facile soddisfare la gente parlando della natura degli dèi che della natura degli uomini, poiché l’ignoranza degli ascoltatori offre una strada bella e larga, e piena libertà di maneggiare una materia occulta. Continua a leggere