Ateismo nel cristianesimo

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(Matt. 7, 20, sgg.). I primi frutti, nei quali oggi come in ogni tempo la buona novella può essere riconosciuta sono quelli di una reale, e non fittizia rivoluzione socialista; laddove nemmeno l’albero che li porta deve stare sul suolo tradizionalmente religioso. Esso sta vicino a chi dice di no, all’ateismo, al soggetto che si è liberato, oltre che dal timore della trascendenza, anche dalla chimera della trascendenza, anche da ogni ipostasi patriarcale. E dunque questo nuovo albero non cresce affatto sul suolo della trivialità, che germoglia cosí facilmente dall’illuminismo fattosi fisso e statico. E neppure si erge lontano dalla trascendenza, nel nichilismo cosí pericolosamente diffuso da un ateismo senza implicazioni, che non raggiunge l’umano movimento della libertà ed il suo fondamento di speranza.

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Quando la demistificazione della trascendenza ha strappato nel contempo ogni fondato trascendere, ogni trascendere utopicamente fondato sull’uomo e sul contenuto del mondo, allora abbiamo come miserabile conseguenza la trivialità, come infernale effetto il nichilismo. La trivialità elimina il timore, è vero, ma si paga il fio con un’altra stretta: l’atrofia. E nel nichilismo il timore si elimina ad un prezzo ancora piú alto, quello della disperazione. La demistificazione concreta tuttavia non si riduce a trivialità, ma coglie stupita ciò che nessun intelletto umano, nessuno sguardo ha ancora sfiorato, nascondendosi nella realtà non ancora divenuta; senza naufragare nel nichilismo, tutta concentrata nella fondata speranza che con esso non è detta l’ultima parola. Il nichilismo, pestifera manifestazione di una borghesia che tramonta e suo specchio, trova senza dubbio le sue premesse anche nel materialismo meccanico, nella tipica assenza di un fine e di uno scopo cosmologici. L’esser-ci, inteso come semplice ciclo del movimento della materia non ha nessun senso: nell’assolutismo di questa demistificazione esso si conclude interamente con il cane, con la scimmia, con l’atomo. Al contrario il materialismo dialettico (e sulla porta sta scritto: vietato l’ingresso ai meccanicisti) conosce una serie ininterrotta di punti di partenza e di centri di produzione oltre a quelli fisicalici-chimici: la cellula, l’uomo che lavora, gli intrecci di carattere per eccellenza qualitativo della struttura e della sovrastruttura. Spiegando il mondo a partire da se stesso esso conosce le molteplici materie di un processo ininterrotto che si svolge dalla quantità alla qualità. E soprattutto gli è noto il problema reale di un regno della libertà qualificato umanamente: antidoti, questi, contro la trivialità ed il nichilismo e l’incremento di ciò che nella religione non era esattamente oppio, ma idolo oppressivo. Ma nel momento in cui il materialismo dialettico ode e coglie la voce potente della tendenza di questo suo mondo, nel momento in cui esso impone di lavorare secondo  il suo “verso-dove” ed il suo “a-che-scopo,” esso afferra il vivo senza religione traendolo dalla religione morta, il trascendere senza trascendenza, il soggetto-oggetto della fondata speranza. E questa realtà permane anche dopo che tutto l’oppio (ed anche l’aldilà, paradiso dei pazzi) è bruciato, e fa da appello e da guida per un al di qua compiuto, per una nuova terra. Ed infine, solo quando scompaiono gli dèi tabú del timore, entra in scena il mistero adeguato all’uomo non piú terrorizzato. L’affetto che a ciò si accompagna ed il profondo rispetto, tanto lontano dalla trivialità e dal nichilismo, accolgono una realtà inquietante ma senza paure, straordinaria ma non inumana. Nel profondo rispetto si riflette la sublimità che porta con sé il presentimento della nostra futura libertà ed un trascendere privo di autoalienazione. Questo passare al di sopra, questo superamento non rispecchiano l’ipostasi di un idolo del timore, ma la latenza del nostro pensato giorno della resurrezione. Laddove oltre il timore anche l’ignoranza non ha asilo alcuno ed al contrario hanno il loro fondo il voler ed il poter sapere della speranza. Il messianico è il rosso segreto di ogni illuminismo che si mantiene rivoluzionario e pregnante.

Ernst Bloch, Ateismo nel cristianesimo (Atheismus in Christentum, 1968), trad. it. di F. Coppellotti, Feltrinelli 1971, pp. 297 – 298.

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4 risposte a "Ateismo nel cristianesimo"

  1. “Solo un ateo può essere buon cristiano, solo un cristiano può essere buon ateo”
    Se alla base dell’ Ateismo nel cristianesimo c’è la cosiddetta teologia della speranza (non a caso il regnante Ratzinger ha pubblicato Spes salvi quale prima enciclica), è pur vero che nell’attuale cristianesimo c’è più ipocrisia che ateismo, e l’ipocrisia sta nei fatti.
    Guardiamo ai fatti. Non è ipocrisia che da Radio Maria è stato detto che il terremoto in Abruzzo è stato voluto dal Signore cosicché quelle anime partecipassero alla sofferenza di Cristo? Come a dire che l’Aids è la punizione divina per l’uso smodato del sesso. Ipocrisia.Di fronte ai disastri Cristo era chiaro. Interpellato su un crollo non disse alcunché sul volere del Padre, anzi.
    Credo e ritengo che il cattolicesimo debba subire una radicale e profonda diversità d’intuire il senso religioso del Popolo di Dio.
    Bloch ha ragione nel sintetizzare che un cristiano è un ateo migliore, perché non c’è miglior ateo di un credente ipocrita, ma se non erro un atteggiamento simile vanta altri termini, di cui Cristo fu il primo a coniarne il senso: simulacri, tombe splendenti in cui dentro c’è solo putrefazione.

    Buon Cammino

  2. La fede biblica attribuisce a Dio una signoria totale sulla natura e sulla storia. Per questo gli interlocutori di Gesù non possono fare a meno di pensare che le 18 persone travolte dal crollo della torre di Siloe siano macchiate di gravi peccati. Ora, il problema teologico è proprio quello di definire i termini delle signoria divina. La risposta di Mancuso è semplice: Dio non agisce nella storia né nella natura. Non mi pare che alle sue tesi sia stata data una risposta soddisfacente da parte di alcun teologo, e questo rivela quando grave sia la questione. La risposta di Gesù in Luca 13 sposta il problema sul piano della conversione personale-collettiva: “Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Una risposta potrebbe essere letta anche come “non può essere data alcuna risposta al problema del rapporto tra volontà divina e dolore innocente”.

  3. Mancuso nel suo tentativo di unire fede-scienza, e reinventare il cristianesimo (citando la Weil, come si cita una enciclopedia) dimentica un dato oggettivo: Adonai – amo molto quest’espressione, perché YHWH in lettura ebraica è appunto Adonai – è Signore della storia, non è un Deus che è nell’iperuranio e non governa il creato. Il Credo che si recita dal 325 è chiaro (come lo erano le formule del Credo della fede – hanno tutti basi bibliche, vetero e neo testamentarie -antecendenti, cfr. il Denzinger che è pure online).
    Alle tesi di Mancuso sono state date risposte, che però oggi paiono obsolete a causa del dogmatismo imperante.
    Vede Fabio, quando chiunque s’accosta alla Teologia (cattolica o riformata, la teologia è la medesima a parte poche divergenze) il primo luogo che s’incontra è Es 3:14. Adonai è intervenuto nella storia ascoltando il grido d’ Israele. Storicamente l’ebraismo lo si può vedere e leggere come religione patriottica, e lo è; ma l’affermazione di Mancuso è borderline, perché svuota di senso un dogma esigente (per usare un termine di Rahner): l’Incarnazione. E’ in essa che Dio ha agito nella storia. Ogni altra risposta a Mancuso personalmente credo debba avere più base di teologia biblica che non meramente filosofica.
    Seguo Mancuso da anni, non c’è solo Mancuso che tenta di riformare un obsoleto concetto di chiesa. L’errore, o meglio l’equivoco che si legge fra le righe di Mancuso è che di fatto svuoti tutti i dogmi, mentre la sua battaglia è quella – come molti altri teologi cattolici, e non, d’oltre Alpe tentano – di riformare l’Ecclesiologia.
    Finché questo non avverrà, ci sarà solo una bella religione, il cristianesimo, che sì ha prodotto cultura ed altro, ma che in nome di Dio ha pure ucciso e fatto stragi al pari e peggio dei peggiori dittatori della storia, e l’Angelo della Scuola nelle sue opere avvallò dogmaticamente i regicidi di re dubbiosi sui dogmi, avvallò le cacce alle streghe etc…
    Forse accanto a Mancuso dovremmo un po’ rileggere Voltaire!

    Grazie d’avermi letto ed ospitato.

  4. “Quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Una risposta potrebbe essere letta anche come “non può essere data alcuna risposta al problema del rapporto tra volontà divina e dolore innocente”.
    Be’ mi permetterà Fabio. Il dolore di per sé è sempre innocente, ma da qui a credere che Cristo l’abbia pensato ne passa! Gesù è un ebreo: pensando da ebreo, visse nel I secolo, pensa o gli si è fatto pensare molte cose, dato che Gesù non ha scritto nulla. Il cuore del messaggio evangelico cristico è la fede, quella pistis tanto citata: è in forza della fede che per dirla con la Cei “Si fanno i frutti della conversione” (Mt 3:8) [che letteralmente è “fate pertanto frutto degno di cambiamento di mentalità -metanoias, traslitterato e cito a memoria in modo disordinato e me ne scuso-]. Poi però Mancuso si contraddice nei suoi scritti: con Augias, per esempio, riconoscendo il dogma dell’Incarnazione, afferma che Dio è entrato nella storia, certo e secondo mancuso ne sarebbe pure uscito, giacché non agisce in essa. Il problema, non è né Mancuso nè il dolore innocente: finché non si capisce come mai al problema del dolore e della marginalità sociale l’AT e il NT hanno dato risposte diverse, meglio si è capito, perché ci sono studi importanti su questo, molto anteriori a Mancuso, nel sentimento comune si avrà sempre il risuonare d’un predicatore che controbatte che partecipiamo con il nostro dolore alla passione di Cristo. Ma mi sbaglio o è risorto? E se è risorto patisce ancora? Nel ‘500 i mistici vedevano Cristo sofferente e straziato di piaghe a non finire, mentre strano a dirsi il Poverello d’Assisi ebbe visioni mistiche dal Crocifisso di S. Damiano, che poi è in iconografia un Cristo glorioso e non sofferente. Comunque ho scritto di getto e forse questi argomenti, Fabio, li conoscerà meglio di me.

    Grazie d’avermi letto ed ospitato.

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