Rileggo Simone Weil 49

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I santi che hanno approvato la Crociata, l’Inquisizione o la conquista dell’America. Penso che abbiano avuto torto. Non posso ricusare la luce della coscienza. Se, pur essendo tanto al di sotto di loro, su questo punto io vedo più chiaramente, dovevano essere accecati da qualcosa di ben potente. Questo qualcosa è la Chiesa come cosa sociale, come àmbito del Principe di questo mondo. Se ciò ha fatto loro tanto male, quale male non farebbe a me? (II, 250) Continua a leggere

La crociata di Himmler

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Avvince molto più che tanti romanzi odierni il libro di Christopher Hale La crociata di Himmler. La spedizione nazista in Tibet nel 1938 (Himmler’s Crusade, 2003, trad. it. di S. Minucci, Garzanti 2006). Vi è molta avventura, qualcosa che ogni tanto ricorda Indiana Jones, ma i fatti narrati sono reali e documentati. Il protagonista della storia è Ernst Schäfer, studioso, esploratore ed SS, con incarico da parte di Himmler di svolgere un’ardita spedizione nel cuore del Tibet per trovarvi tracce di un’antichissima presenza ariana. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 48

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Dio ci ha rivestito di una personalità – ciò che noi siamo – affinché noi ce ne svestiamo. (II, 214)
Lebbrosi. (…). La lebbra sono io. Tutto ciò che io sono è lebbra. L’io come tale è lebbra. (II, 215) Continua a leggere

Il canto delle crisalidi

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Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.

Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.

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Rileggo Simone Weil 47

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La morte degli esseri cari è una purificazione, se non si crede alla loro immortalità.

Dio invia la sventura indistintamente ai cattivi e ai buoni, così come la pioggia e il sole. (Egli non ha riservato la croce al Cristo). Egli non entra in contatto con l’individuo umano in quanto tale se non mediante la grazia puramente spirituale che corrisponde allo sguardo volto verso di lui, cioè nella misura esatta in cui l’individuo cessa d’essere tale. Nessun avvenimento è un favore di Dio; soltanto la grazia. (II, 212) Continua a leggere

La persuasione e la rettorica

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Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo pel continuare, esser nati non è che voler continuare: gli uomini vivono per vivere: per non morire. La loro persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte. Così che se si fa loro certa la morte in un certo futuro – si manifestano già morti nel presente. Tutto ciò che fanno e che dicono con ferma persuasione, per un certo fine, con evidente ragione – non è che paura della morte. ( …)  Continua a leggere

Osservazioni sulla morale cattolica

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Nel capitolo VII, Degli odi religiosi, Manzoni sostiene che essi in Italia siano stati poca cosa rispetto a ciò che sono stati nelle altre grandi nazioni europee:

Sia però lecito d’osservare che, tra le cagioni che possono aver cambiato il carattere degli Italiani, questa, se ci fu, deve aver certamente operato assai poco; giacché non c’è forse nazione cristiana dove i sentimenti d’antipatia col pretesto della religione abbiano avuto meno occasione di nascere e d’influire sulla condotta degli uomini. In verità, riguardando a questa parte della storia, noi troviamo piuttosto da piangere su quella Francia e su quella Germania che ci vengono opposte. Ah! tra gli orribili rancori che hanno diviso l’Italiano dall’Italiano, questo almeno non si conosce; le passioni che ci hanno resi nemici non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 46

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Distruzione di una città, di un popolo, di una civiltà: quale azione meglio di questa dà all’uomo la falsa divinità? Già uccidere un uomo, il proprio simile, lo eleva in immaginazione al di sopra della morte. Ma uccidere qualcosa di sociale, quel sociale che è al di sopra di noi, che noi non arriviamo mai a comprendere, che ci costringe in ciò che è quasi il più interiore di noi stessi, che imita il religioso fino al punto di confondervisi salvo discernimento soprannaturale…
Il pentimento provato dai Greci per quest’azione, sentimento soprannaturale, ha valso loro il miracolo della loro civiltà.
La volontà di potenza. Rajas. È la tentazione di Adamo e quella del Cristo. (II, 210) Continua a leggere

La filosofia delle università

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Volgiamo lo sguardo intorno a noi. Quello che Schopenhauer chiama dappochezza, cioè il non valore (e per non valore intendo i gruppi umani concreti in cui prevalgono i bassi istinti e l’utilitarismo ad essi collegato) che instaura il suo potere mediante la mistificazione, per consolidarla ed estenderla, perché può sussistere e soggiogare le masse solo attraverso di essa, questo non valore oggi trionfa ovunque, mediato socialmente dai media. Ma la cosa più rilevante in ciò è questa: mentre nella prima fase dello sviluppo mediatico occidentale i media si autoconcepivano come mediatori di qualcosa che aveva la sua origine e il suo fondamento in altro, e non nel medium stesso (da ciò il nome), ora i media si intendono come la fonte stessa del valore, ovvero il medium media se stesso.
È anche per questo che l’informazione è caduta così in basso, non informa più su nulla, o quasi. Di qui anche nei notiziari le ossessive comunicazioni circa lo share dei programmi della rete cui il singolo tg appartiene, comunicazioni che non interessano minimamente gli spettatori ma servono a sottolineare l’autoreferenzialità del medium. La mediaticità da accidente è fatta sostanza, quindi la sua funzione muta. Essa si pone come eidolon, e proclama che chi non le appartiene non è. Di fronte a questo eidolon, la casta dei chierici ha compiuto un tradimento ben più grave di quello denunciato a suo tempo da Benda.

Si danno molti generi di bellezza, ma una sola verità, allo stesso modo che esistono molte muse, e una sola Minerva. Per questo appunto il poeta può sdegnare tranquillamente di frustare ciò che non vale; il filosofo invece può trovarsi nella situazione di doverlo fare. La dappochezza infatti, una volta affermatasi, si oppone ostilmente proprio a ciò che vale, e l’erbaccia invadente soffoca la pianta utile. La filosofia è per sua natura esclusiva, e stabilisce anzi il modo di pensare di un’epoca: come i figli dei sultani, così anche un sistema dominante non ne tollera nessun altro accanto a sé. A ciò si aggiunga che il giudizio in proposito è sommamente difficile, e che anzi è già faticoso il conseguimento dei dati che lo condizionano. Se quindi il falso viene messo in circolazione con artifizi, e viene ovunque proclamato da prezzolate voci stentoree come vero e autentico, lo spirito dell’epoca ne viene avvelenato, la corruzione si estende a tutti i rami della letteratura, ogni più alto slancio spirituale si arresta, e a ciò che realmente è buono e genuino sotto ogni riguardo viene a trovarsi contrapposto un baluardo che resiste a lungo.

Arthur Schopenhauer, La filosofia delle università, trad. it. di G. Colli, Adelphi 1992, p.44

Rileggo Simone Weil 45

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Se pensassi che Dio m’invia il dolore con un atto della sua volontà e per il mio bene, crederei di essere qualcosa, e trascurerei l’uso principale del dolore, che è d’insegnarmi che sono niente. Non si deve dunque pensare nulla di simile. Ma è necessario amare Dio attraverso il dolore (sentire la sua presenza e la sua realtà con l’organo dell’amore soprannaturale, l’unico che ne sia capace, così come si sente la consistenza della carta attraverso la matita).
Allo stesso modo lo spettacolo della miseria degli uomini m’insegna che essi sono niente, e, a condizione che io m’identifichi con loro, che io sono niente. Non è solo in quanto essere umano determinato, è in quanto essere umano che io sono niente. In quanto creatura. Continua a leggere