L’Amore e l’Occidente

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Letto nel 1978, L’Amore e l’Occidente di Denis de Rougemont (1939, trad. it. di L. Santucci, Rizzoli 1977) mi è subito apparso come un libro per me capitale. E’ stato un punto di svolta nella mia comprensione della letteratura e della civiltà occidentali e soprattutto una formidabile spinta a pensare. E’ uno di quei libri che spargono attorno a sé una forte luce, e che possono anche accecare quelli che non sono stati dotati dei giusti occhiali. Ancora oggi è un rimedio sovrano contro ogni catarismo, ogni gnosticismo. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 44

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Le rappresentazioni della miseria umana (Iliade, Giobbe, fuga di Gilgameš (…) sono belle. Questa miseria non altera dunque la bellezza del mondo. Ma a che cosa è dovuta la loro bellezza, dal momento che la miseria stessa – a livello quasi infernale – è così orribile? Al fatto che nella rappresentazione appare la gravità? (p. 191) Continua a leggere

Is Nature Enough? 7

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Un naturalista darwinista sarà pronto a fare affermazioni come questa del biologo David Sloan Wilson: “Il metro aureo che deve misurare tutte le altre forme di pensiero non è la razionalità. E’ l’adattamento la pietra di paragone con cui si deve giudicare la razionalità insieme con le altre forme di pensiero” (Darwin Cathedral: Evolution, Religion and the Nature of Society – University of Chicago Press, 2002, p. 228). Continua a leggere

Is Nature Enough? 6

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Per essere una fonte di senso un valore deve funzionare come qualcosa di più di un’arbitraria invenzione umana. Se io pensassi alla verità come ad un mero prodotto della creatività umana, allora nulla potrebbe impedirmi di decidere che la mia vita e le mie azioni siano guidate piuttosto dall’inganno che dalla veridicità. Naturalmente il naturalista istintivamente rifiuterà un proposito del genere. Ma perché? Che cosa c’è nella visione del mondo di un naturalista che rende la veridicità un valore incondizionato, il bene assoluto che ognuno deve venerare? Se si assumesse seriamente che tutti gli ideali che conferiscono un fine alla vita sono contingenti produzioni del cervello umano o convenzione culturale, sembrerebbe incoerente per i naturalisti dirmi in effetti che io devo trattare i valori della verità e della veridicità come se questi non fossero delle mere invenzioni. Continua a leggere

Is Nature Enough? 5

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Il naturalismo secondo me sovverte implicitamente il significato del nostro anelito estetico quando svaluta di fatto la bellezza come una proiezione umana e quindi priva di una qualsiasi realtà indipendente dalla costruzione umana. Privilegiando il campo teoretico (oggettivante) del significato, il naturalismo nelle sue moderne trasformazioni scientifiche ha insegnato che la realtà, al di là delle sue apparenze esteriori, è essenzialmente predicibile e routinaria. Continua a leggere

Is Nature Enough? 4

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Intorno ai 15 – 16 anni avevo concentrato il mio sempiterno interesse per il mondo animale sulle formiche. Ore infinite di osservazione, lettura di libri e articoli scientifici, esperimenti… Mi interessavano in particolare le “guerre” che le formiche della stessa specie o di specie diverse conducono tra loro, e le loro cause. E mi interessavano le “armi” delle formiche, e in particolare il veleno. Il veleno delle formiche può essere spruzzato (in genere si tratta di acido formico, come nella formica rufa e nella formica sanguinea) o iniettato con un pungiglione (come nelle formiche del genere myrmica, quali la myrmica rubra e la myrmica ruginodis, le cui punture sono davvero dolorose, quasi come quelle delle vespe – ho sperimentato su di me quasi tutte le punture possibili in italia, dallo scorpione ai ragni alla tracina al calabrone a vespe di ogni specie: mi manca solo la vipera). Continua a leggere

Is Nature Enough? 3

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La visione del mondo che possiamo definire naturalismo, e che è uno degli sviluppi del materialismo, si fonda su alcuni princìpi, o assunti di base. Haught li elenca in sette punti. Gli ultimi due sono propri di quella varietà del naturalismo che si può chiamare naturalismo scientifico. Eccoli (p. 9):

1. Al di fuori della natura, che include gli umani e le loro creazioni culturali, non esiste nulla.

2. Ne consegue che la natura è auto-originantesi.

3. Dato che non vi è nulla oltre la natura, non vi può essere alcuna intenzione superiore o fine trascendente che possa dare alcun significato durevole all’universo.

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Is Nature Enough? 2

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Questo è il libro di un teologo. Un teologo che da anni dialoga con la scienza e studia i caratteri dello scientismo contemporaneo. Haught tuttavia in questo libro non fa teologia nel senso di svolgere un ragionamento che parta dalla Rivelazione (secondo lo statuto della teologia cristiana qual è comunemente intesa), ma fa pura filosofia, ovvero si sforza di usare la ragione nel modo più critico e radicale che le risulti possibile. Poiché filosofare significa anzitutto porre le questioni ultime, portando la ragione fin dove può giungere, e non sottraendo nulla alla messa in questione, alla problematicità radicale. I suoi punti di riferimento espliciti sono Henri Bergson, Michael Polanyi, Alfred North Whitehead, Bernard Lonergan e Pierre Teilhard de Chardin. Continua a leggere

Is Nature Enough? 1

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Questo libro esaminerà la tesi secondo cui tutto quello che esiste è solo la natura, e per comprenderlo basta la scienza. Il libro si chiederà specialmente se il naturalismo scientifico sia razionalmente coerente. Voglio sottolineare, tuttavia, che il naturalismo scientifico non è affatto la stessa cosa che la scienza. La scienza è un modo fruttuoso ma autolimitantesi di apprendere alcune cose circa il mondo, mentre il naturalismo scientifico è una visione del mondo che oltrepassa di gran lunga la conoscenza verificabile, insistendo sull’adeguatezza esplicativa del metodo scientifico. (p.6)

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(John F. Haught, Is Nature Enough? – Meaning and Truth in the Age of Science, Cambridge University Press, New York 2006)

Rileggo Simone Weil 43

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Solo Israele ha resistito, in senso religioso, a Roma, perché il suo Dio benché immateriale era un sovrano temporale, al livello dell’imperatore; ed è grazie a questo (rovesciamento) che il cristianesimo ha potuto nascere là. Elezione, se si vuole, in questo senso. La religione d’Israele non era abbastanza elevata da essere fragile, e grazie a tale solidità ha potuto proteggere la prima crescita di ciò che è più elevato. (II, 183 – 184)
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