Rileggo Simone Weil 44

weilquaderni

Le rappresentazioni della miseria umana (Iliade, Giobbe, fuga di Gilgameš (…) sono belle. Questa miseria non altera dunque la bellezza del mondo. Ma a che cosa è dovuta la loro bellezza, dal momento che la miseria stessa – a livello quasi infernale – è così orribile? Al fatto che nella rappresentazione appare la gravità? (p. 191)

Il fatto che il contenuto in sé orrendo, terribile, insostenibile di una rappresentazione sia nell’arte reso non solo sostenibile, ma anche piacevole, nel senso di quel piacere profondo che si prova quando si è travolti da un’emozione estetica, questo fatto su cui si è meditato dai tempi dei Greci e che spesso è stato percepito come paradossale o enigmatico, va senza dubbio riportato all’origine dell’umano. Il segreto è nella rappresentazione stessa. La rappresentazione in sé è ciò che consente all’umano il distacco dal flusso degli appetiti e delle emozioni e la loro disponibilità trascendentale. Non solo l’oggetto d’appetizione e le relazioni sociali con i co-specifici nella rappresentazione vengono fissati trascendentalmente rispetto al mondo mondano, ma anche la catena degli eventi, che appare come tale nel momento in cui nella mente umana si accende la triade passato-presente-futuro. Nessuna realtà può apparire come evento se non all’interno della temporalità. E questa ha molto che fare con la percezione della sicurezza. La distanza del soggetto che contempla l’opera d’arte dai contenuti terribili di quella è la distanza tra chi è al sicuro e chi è coinvolto attualmente, mediata dalla rappresentazione. Perciò la prima opera d’arte è il racconto di una caccia sanguinosa del paleolitico.

Ma l’origine in senso storico essendo inattingibile, su di essa si può solo speculare filosoficamente

Un pensiero su “Rileggo Simone Weil 44

  1. la bellezza a volte si nutre del vero che la rappresenta, certi dipinti sulla sofferenza del cristo hanno in se la bellezza del vero…(nella sofferenza c’è la verità).
    la distanza che si ha tra sè e l’opera è quella che si chiama critica e che ci fa vedere le cose sotto un aspetto meno …come dire…intimo con l’opera stessa.
    serve solo ad esaltare l’essenziale, quando riesce a vederlo…
    è dove c’è la miseria che si avverte la fame, il cibo allora acquista il suo valore pieno…
    ciao Fabio
    C.

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