Rileggo Simone Weil 42

weilquaderni

La miseria umana contiene (rispetto a noi) il segreto della Saggezza divina, e non il piacere. Ogni ricerca di un piacere è ricerca di un paradiso artificiale, di uno stato più intenso (superiore in quanto più intenso), di un’ebbrezza, di un accrescimento. Ma essa non ci dà niente, se non l’esperienza della sua vanità. Soltanto la contemplazione dei nostri limiti e della nostra miseria ci pone al livello superiore. (II, 161) Continua a leggere

Homo necans

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Col progresso della coscienza le civiltà superiori esigono una serietà assoluta, il sacrificio umano effettivamente compiuto. La massima espressione del potere statale fu pertanto la pena di morte; la notevole corrispondenza tra l’esecuzione capitale del criminale come festa pubblica e un rituale sacrificale è stata più volte descritta. Nei tempi antichi la pena di morte non minaccia tanto l’assassino profano quanto chi infrange comandamenti religiosi, calpesta un recinto “inaccessibile”, entra, non consacrato, nella casa dei misteri o depone un ramoscello su un falso altare. Il tabù diviene addirittura il pretesto per trovare vittime allo sfogo della sacra volontà di distruzione. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 41

weilquaderni

Solo Israele ha resistito, in senso religioso, a Roma, perché il suo Dio benché immateriale era un sovrano temporale, al livello dell’imperatore; ed è grazie a questo (rovesciamento) che il cristianesimo ha potuto nascere là. Elezione, se si vuole, in questo senso. La religione d’Israele non era abbastanza elevata da essere fragile, e grazie a tale solidità ha potuto proteggere la prima crescita di ciò che è il più elevato.
(Nell’ordine delle condizioni di esistenza, il bene produce il male, e il male il bene; ma a partire da meccanismi determinati). (II, 183-184) Continua a leggere

I Greci e l’irrazionale

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Dunque né Protagora né Socrate corrispondono esattamente al concetto popolare moderno di razionalista greco. Quel che a noi sembra strano è che ambedue mettono da parte tanto facilmente il contributo delle emozioni nel determinare la condotta umana normale. E sappiamo da Platone che anche i suoi contemporanei lo trovavano strano ; su questo punto c’era una frattura netta fra gli intellettuali e l’uomo comune. «Quasi tutti, dice Socrate, non vedono la conoscenza come una forza (ισχυρóν), e tanto meno come una forza dominante, direttiva ; credono che spesso un uomo possa possedere la conoscenza ed essere governato da altre cose : una volta dall’ira, un’altra volta dal piacere o dal dolore, talvolta dall’amore, molto spesso dalla paura; la conoscenza la immaginano, in realtà, come uno schiavo, bistrattato da tutte queste cose ». Protagora ammette che questa è l’opinione corrente, ma ritiene che non meriti una discussione, perché « la gente comune direbbe qualunque cosa ». Socrate, che invece la discute, spiega quest’opinione traducendola in termini intellettuali: la prossimità di un piacere o di un dolore immediato porta a falsi giudizi, analoghi agli errori di prospettiva visiva ; un’aritmetica morale scientifica correggerebbe questi errori.

Eric R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale (The Greeks and the Irrational,  trad. di V. Vacca De Bosis, La Nuova Italia 1978, pp. 221 – 222). Continua a leggere

Paleologo

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Bellissima edizione delle memorie di Giorgio Sfranze, col testo greco a fronte, splendidamente curata da Riccardo Maisano, questo Paleologo. Grandezza e caduta di Bisanzio, Sellerio 2008. Giorgio Sfranze ha vissuto al servizio della casata imperiale dei Paleologo gli ultimi anni di Bisanzio, in posizione di grande responsabilità diplomatica. Questo suo diario, questo commentario asciutto e tragico, si legge con un senso di stupefazione e di angoscia, come sempre quando si entra in contatto ravvicinato con uno spirito consapevole, e travolto dai tempi e dalla tragedia della storia. Sfranze, che ebbe una vita ricca di imprese e di sventure, tra le quali quella di un figlio quattordicenne fatto prigioniero e ucciso dal sultano di sua propria mano, finì i suoi giorni poveramente in un monastero, dopo aver bevuto fino all’ultima goccia l’amaro calice.
Impossibile resistere (almeno per me) ad un incipit di questo genere:

Questo racconto delle mie sventure e di alcuni eventi accaduti durante la mia vita infelice è stato scritto da me, il misero Giorgio Sfranze, un tempo protovestiarita e ora monaco indegno col nome di Gregorio.
Meglio sarebbe per me se non fossi nato, o se fossi morto bambino! Ma poiché così non è stato, sappiate che nell’anno 6909 io nacqui, addì 30 d’agosto, martedì, e fui tenuto a battesimo dalla pia e santa monaca Tomaide, della quale al momento opportuno racconterò la vera storia
(p. 51)

Rileggo Simone Weil 40

weilquaderni

L’obbedienza a Dio, vale a dire, nella misura in cui non possiamo concepire, immaginare, né rappresentarci Dio, al nulla. Questo è allo stesso tempo impossibile e necessario – in altri termini soprannaturale.

La religione in quanto fonte di consolazione è un ostacolo alla vera fede, e in questo senso l’ateismo è una purificazione. (pp. 164 -165) Continua a leggere

Artemis Efesia

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L’errore di coloro che pongono l’alternativa Freud o Jung è appunto di restar sul piano della psicologia come scienza, anche se i due studiosi stessi credettero di rimanere su quel piano. Ma dovrebbe subito disingannare la riflessione che Freud fu costretto dalla logica interna delle sue ricerche a occuparsi appunto di storia delle religioni e a scrivere libri come Totem e Tabù e Mosè e il monoteismo; quanto a Jung, del suo interesse storico per le religioni non è il caso di sottolineare l’evidenza. In realtà nelle mani di entrambi la psicanalisi si rivelò tutt’altra cosa che della « psicologia », né più né meno invece che una o più proposte di filosofia della religione nella Iinea di un Hegel e di un Feuerbach, sia pure tenendo conto degli elementi che i loro particolari studi psicologici permettevano di utilizzare.

Albino Galvano, Artemis Efesia. Il significato del politeismo greco, Adelphi 1967, p.104

Phineas Finn

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Devo l’interesse per l’opera complessiva di Anthony Trollope, che mi ha portato a leggerne l’Autobiografia e alcuni romanzi, ad un capitolo del libro di Robert Polhemus Erotic Faith. Si tratta di un capitolo intitolato The Mirror of Desire: Anthony Trollope’s Phineas Finn / Phineas Redux (1869-74) (pp. 196 – 222). Le pagine di Polhemus mi hanno indicato in Trollope un fine analista della dinamica del desiderio, e dei rapporti tra eros, società e politica. Del resto Trollope, che vide da vicino la vita politica e parlamentare inglese, vi dedicò un ciclo di romanzi, detti i romanzi Palliser dal cognome di uno dei personaggi principali (con la sua consorte). In questo ciclo, e soprattutto nei due romanzi il cui protagonista è l’irlandese Phineas Finn, un giovane affascinante, ambizioso, e anche moralmente retto, si delineano perfettamente l’idea di Trollope romanziere che il romanzo in quanto tale debba sempre avere al suo centro l’amore, e il compenetrarsi di eros e politica in una unica sfera, peraltro sfaccettata, problematica e iridescente.
In Phineas Finn (Aegypan Press 2008) vediamo il giovane Finn lasciare il luogo natale e la quasi-fidanzata Mary, entrare nel Parlamento inglese interrompendo la sua carriera legale (e non prendendovi un soldo, perché nell’Inghilterra del tempo il parlamentare non percepisce nulla), emergere e farsi apprezzare nel mondo politico e nei salotti che contano, innamorarsi prima della bella e intelligente Laura Standish, poi della bella e battagliera Violet Effingham, infine della bellissima e affascinante Marie Max Gosler. Tre donne belle, ovviamente – non l’ho ripetuto a caso – ma anche assai differenti tra loro, e tutte e tre dotate di forte personalità. Nel mondo vittoriano di Trollope, in cui si stanno ponendo lentamente le basi dell’emancipazione femminile, queste tre donne sono tre diverse figure dell’emergere della donna come soggetto di desiderio, come protagonista tendenzialmente attivo della vita sociale e di relazione, e come attrice con un progetto di vita proprio. Come accade in tutti i grandi autori, poi, anche in Trollope i personaggi acquistano un’autonomia che li porta ad azioni il cui significato oltrepassa quello che l’autore intenderebbe attribuire loro, e a raggiungere un senso che all’autore stesso può sfuggire. Così, è evidente come Mary Flood Jones, la quasi-fidanzata dell’inizio, cui infine Phineas ritorna, e che sposa, la quale oltre ad essere carina non è di per sé nulla, solo dedizione all’amato e volontà di annullarsi in lui, questa vergine vittoriana cui Trollope guarda inizialmente con la massima simpatia, di fronte alle tre altre appare un mero vuoto, uno specchio per il narcisismo maschile e null’altro. Infatti nella memoria del lettore si spegne subito, mentre le altre rimangono, perché non sono puri specchi dell’eros maschile, ma sono a loro volta creature che guardano e desiderano.
Laura agli inizi della carriera di Phineas si pone come una sorta di mentore in gonnella, e lo spinge e lo guida. Lui se ne innamora, e le si propone apertamente, lei lo respinge perché non ha più nulla, avendo impegnato tutte le sue sostanze per salvare dalla rovina il riottoso e selvaggio fratello Lord Chiltern, e deve a sua volta cercare un matrimonio di salvezza economica con il rigoroso calvinista Kennedy. Pagherà poi questa sua scelta con una vita di angustie morali e di rimorso: il marito tenterà di annientarne la personalità, perché nella sua visione di assolutismo patriarcale la moglie è solo un’appendice del marito. Le tristi vicende matrimoniali di Lady Laura fanno da contrappunto ai successivi sviluppi della vita sentimentale di Phineas Finn.
Violet Effingham è una giovane ereditiera, brillante e piena di spirito, che piace moltissimo a Phineas, tanto che per lei entra in competizione col fratello di Laura, Lord Chiltern, giungendo addirittura ad un duello con lui, qualcosa che la società ormai condanna senza appello. Infine Laura lo respinge a sua volta, e non perché non le piaccia (Phineas piace a tutti, uomini e donne, è bello e simpatico), ma perché, ragionando – ne diffida un poco, anche perché si è già innamorato di un’altra, e quindi il suo amore le appare leggero, la sua personalità non abbastanza consistente. Infine si persuade di aver sempre amato il pericoloso, asociale e violento Chiltern, perché sicuramente lui ha sempre amato lei.
Marie Max Gosler è una giovane vedova ricchissima e totalmente libera e indipendente, una personalità fortissima, bramata da molti, e in particolare dal potentissimo Duca di Omnium, che lei respinge perché innamorata di Phineas. Dal quale verrà a sua volta respinta (in Phineas Finn, ma ritornerà in Phineas Redux) perché egli ha scelto l’insignificante Mary come sua sposa.
Si può notare come la tematica dell’eros e del matrimonio (congiunti in Trollope – nella società occidentale è dottrina comune che il matrimonio debba derivare da un innamoramento, e che se questo non c’è la relazione sia infelice necessariamente) evochi quella della rivalità. Per ognuna delle donne di cui in successione Phineas si innamora si dà un rivale. Due rivali hanno la meglio su Phineas, dell’ultimo, che dovrebbe essere il più temibile, è lui a trionfare, per poi rinunciare però al premio (donna bellissima, ricchissima e intelligentissima, che gli avrebbe permesso una piena realizzazione sociale e politica) e ridursi ad una vita periferica e modesta in Irlanda con la piccola Mary.
Ora, è chiaro come senza rivalità mimetica sia difficile che si generi storia romanzesca. Il romanzo per procedere e svilupparsi richiede rivalità e impedimento. Quando gli impedimenti sono superati e la rivalità sciolta in amicizia o superata in altro modo – con la sconfitta di uno dei rivali – il romanzo si spegne, muore. La vita con Mary Flood Jones non può essere che la fine della storia, l’annullamento del divenire nella piattezza dell’esser-sempre-uguale. Per questo Mary (in seguito) dovrà morire, e il vedovo Phineas potrà tornare nel mondo dell’azione romanzesca come Phineas Redux.
Una nota sul motivo per cui Finn lascia il Parlamento inglese e la vita politica. Il motivo è sempre attuale: Phineas si accorge che è impossibile mantenere la sua personale libertà di opinione e di azione, e quindi anche di voto in aula, e nello stesso tempo militare in uno schieramento, come è del resto inevitabile. La ragione di partito ti obbliga a votare per quello che indica il partito, non per quello che a te singolo pare giusto. Ma questo è eticamente insostenibile per Phineas, che quindi rassegna le dimissioni dall’importante (e retribuito) incarico di governo che era riuscito a conquistare.

Dike

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La debolezza del pensiero attuale si verifica anche in questo, nella sua assoluta incapacità di porre la relazione tra arte (letteratura in primis) e giustizia. Poiché l’artista moderno è fondamentalmente un apostata, un rinunciatario o un velleitario servo delle emozioni (ovvero della parte bassa dell’umano), egli si pensa come uno scuotitore della società, un ribelle o un anarca, mai come uno che debba rappresentare la giustizia come virtù dell’anima. Etica ed arte sono scisse concettualmente da secoli, e coincidono talvolta solo per accidens. Ma questo non può che accadere necessariamente, nel momento in cui il sistema culturale di riferimento si intende come fluido, mutevole, incostante, ed è diffusa universalmente la convinzione dell’arbitrarietà, convenzionalità e relatività delle tavole dei valori. Il valore etico di un comportamento e di un’azione può essere misurato solo in rapporto ad una legge intesa come assoluta (in quanto libera dal flusso caotico degli eventi e delle passioni), da cui le norme positive attingono forza. Nel momento in cui quell’assolutezza diviene impensabile, allora restano solo le pretese della singolarità, le brame del soggetto, e infine il mero prevalere della forza. Come si vede nell’Italia contemporanea. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 39

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Mancanza di fede, nell’ortodossia totalitaria della Chiesa. Chiunque chiede del pane a Dio non riceverà delle pietre. Se a colui che desidera la verità appare un errore, questo è per lui una tappa verso la verità, e se continua lo vedrà come un errore. Colui che non desidera la verità s’inganna, ma s’inganna anche recitando il credo. La condanna degli errori era cosa buona; ma non « anathema sit ». In quale modo si può stabilire che un certo errore non sia necessario per un certo spirito in quanto tappa? Sarebbe stato sufficiente dire: Chiunque dice che… non è giunto alla verità. Proteggere i piccoli? Non bastava la preghiera?
Se io chiedo la verità, ogni pensiero che mi appare come vero mi viene da Dio, fosse pure un errore, ed io non ho il diritto di respingerlo per sottomissione a un’autorità anche liberamente accettata.
Ogni religione è l’unica vera, vale a dire che nel momento in cui la si pensa è necessario applicarle così tanta attenzione, come se non vi fosse nient’altro; allo stesso modo ogni paesaggio, ogni quadro, ogni poesia,ecc. è l’unico bello. La «sintesi» delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore.
(II, 152 – 153) Continua a leggere