Dike

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La debolezza del pensiero attuale si verifica anche in questo, nella sua assoluta incapacità di porre la relazione tra arte (letteratura in primis) e giustizia. Poiché l’artista moderno è fondamentalmente un apostata, un rinunciatario o un velleitario servo delle emozioni (ovvero della parte bassa dell’umano), egli si pensa come uno scuotitore della società, un ribelle o un anarca, mai come uno che debba rappresentare la giustizia come virtù dell’anima. Etica ed arte sono scisse concettualmente da secoli, e coincidono talvolta solo per accidens. Ma questo non può che accadere necessariamente, nel momento in cui il sistema culturale di riferimento si intende come fluido, mutevole, incostante, ed è diffusa universalmente la convinzione dell’arbitrarietà, convenzionalità e relatività delle tavole dei valori. Il valore etico di un comportamento e di un’azione può essere misurato solo in rapporto ad una legge intesa come assoluta (in quanto libera dal flusso caotico degli eventi e delle passioni), da cui le norme positive attingono forza. Nel momento in cui quell’assolutezza diviene impensabile, allora restano solo le pretese della singolarità, le brame del soggetto, e infine il mero prevalere della forza. Come si vede nell’Italia contemporanea.

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Se tuttavia ci rendiamo conto che le trame della tragedia greca vengono costruite nell’ambito delle regole di un sistema culturale accettato non altrimenti definito, che uno degli scopi della tragedia è quello di proseguire il compito omerico di raccomandare queste regole tramite la descrizione di cosa succede a chi le sfida, che la funzione primaria del coro è quella di sottolineare la lezione ripetendo quali sono le regole, che i simboli della giustizia e delle altre virtù vengono presentati come parte dell’azione allo scopo di accentuare la tensione tragica tra pretese morali contrapposte; se, infine, ci rendiamo conto che al tempo di Platone la lingua greca era pronta a definire cosa in realtà è la giustizia per sempre – allora incominciamo anche a comprendere il probabile motivo della sorprendente ostilità platonica nei confronti della poesia, nei confronti di Omero, e in particolare nei confronti della tragedia greca. A parte le sue obiezioni contro i negativi effetti emotivi della poesia, il suo rifiuto vero e proprio è di carattere epistemologico. Definendo la giustizia come una condizione della psyche, egli aveva detto che essa non si occupa dell’« azione esteriore ». Quando scrive l’ultimo libro del suo trattato, egli aggiunge (603c 4 sgg.) che « [la poesia] mimetica imita esseri umani che compiono azioni imposte o volontarie, che pensano che sia [soltanto] l’azione che porta al loro benessere o il suo opposto; loro piangono, loro gioiscono solo entro questi limiti ». In questo modo egli descrive il carattere della poesia orale; deve avere forma narrativa, deve somigliare a un panorama di attori e di atti, mai a delle relazioni concettuali. Noi, con la nostra mentalità post-platonica, le imponiamo tali relazioni concettuali sotto forma di critica o di interpretazione; questo perché rimaniamo sconcertati di fronte al rifiuto platonica della poesia; ma quelle relazioni concettuali non sono presenti nel verso greco. Per lui tutta la poesia in quanto poesia ha questa caratteristica senza possibilità di eccezioni. Infatti essa è sempre una mimesi. Ciò che viene detto tramite la mimesi, così egli aveva appena sostenuto (596d 8 sgg.), può esser confrontato a degli oggetti fisici riflessi a caso in uno specchio girevole in grado di dare un’illusione ottica che produce immagini deformanti e contraddittorie degli stessi oggetti; al contrario, l’elemento di calcolo contenuto nell’anima corregge, tramite la misura e il numero, queste distorsioni e quindi evita il verificarsi di contraddizioni nei medesimi oggetti; dovrebbe esser impossibile poter sostenere opinioni contrarie in grado di porre una sfida alla scienza della misurazione.

Dike. La nascita della coscienza (The Greek Concept of Justice from Its Shadow in Homer to Its Substance in Plato, 1978, tred. it. di M. Piccolomini, Laterza 1983), pp. 408 – 409.

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