L’esile libretto di W.G. Sebald Le Alpi nel mare, le ultime cose scritte da Sebald. Una visione dalla Corsica, ma forse non della Corsica, perché lo scrittore tedesco ovunque vede una sola cosa: la distruzione, la consumazione di tutte le cose. Qui soprattutto della natura corsa. Ho sempre pensato che la meravigliosa scrittura di Sebald, animata da una sovrabbondante pietà, non riesca a dar conto della pienezza dell’essere, e della multiforme vita degli esseri, e anche delle differenze che intercorrono tra gli esseri umani. Qui giungo a questa conclusione: le foto che costellano i libri di Sebald, e ne sono parte integrante, non potevano non essere quello che sono: in bianco e nero e prive di vita. Rispetto ai Corsi, l’atteggiamento di Sebald appare assolutamente non antropologico. Egli non li capisce, non può non solo calarsi dentro, ma neppure accostarsi al loro modus vivendi, non afferra la vitalità di una cultura nel suo essere differente, vede in loro soltanto il barbarico primitivismo e la brama di distruzione (anzitutto delle foreste). La foto di copertina, con un cancello di ferro e un muro oltre i quali si intravede il mare, e sbarrano la strada verso di esso, potrebbe essere assunta come cifra dell’intera opera sebaldiana.
LIBRI
I ferri del mestiere
A valle è scomparsa la neve, si
pensa a scavare canali di ghiaia:
a capire la secca, il suo morso
che divarica i legni del cortile,
lo stomaco del cane spaccato
col badile. Rimane
un’arcata di sasso da stringere
con le mani – un destino.
Fammi sentire la sete dei cani,
dimmi da dove viene la fine, se
siamo vicini agli incroci bruciati
o deposta selvaggina assonnata
nella fodera del bracconiere. Che
una porta si richiude – e le prede
riposano, salvate nel sale.
Divenire nulla 16
La Modernità sarebbe andata ben oltre la soglia del nichilismo proprio della cultura romantica, in cui “anche dove gli esiti artistici si rivelano più legati a una dimensione nichilistica, la maggior parte degli scrittori … sembra continuare a muoversi nell’ambito di una poetica (e di un’estetica) della trasfigurazione”. [L. Zagari, Mitologia del segno vivente, Il Mulino 1985, p.75]. Secondo Luciano Zagari la Morte di Danton di Georg Büchner è il testo in cui per la prima volta si esibisce il crollo del Valore fondativo, crollo così totale che “il nulla è così radicale da capovolgersi e porsi come pieno [c. mio]” [Ivi, p. 52]. Il nulla è solido (Leopardi) e sta (Celan). “Là dove l’assurdo non è più limitato all’approccio del soggetto al Valore ma intacca la struttura oggettiva del Valore stesso, là si può dire che il romanticismo è alla fine e si annunzia la più radicale crisi dei nostri giorni” [ibidem]. Continua a leggere
10 buoni motivi per essere cattolici
Ho letto questo libro (Laurana 2011) per la stima che nutro per Valter Binaghi, uno che pensa liberamente e non teme le discussioni, e le cui idee sono spesso stimolanti. Il libro è fatto così: c’è una lunga, personale, e secondo me del tutto inutile proprio perché troppo personale, introduzione di Tullio Avoledo. Poi ci sono dieci capitoli, ciascuno diviso a metà: la prima scritta da Giulio Mozzi, la seconda da Valter Binaghi. Le parti di Mozzi non saprei come definirle, la sua scrittura vuol qui essere leggera e frizzante, ma nello stesso tempo acuta e densa, e non ci riesce. Appena ho letto cose come quella che qui riporto mi son detto: ma questo che è, che vuole? Dunque, il primo capitolo nel suo titolo dice il primo motivo per essere cattolici: perché questo mondo è stato creato. Continua a leggere
Divenire nulla 15
Scrive Max Horkheimer: “Gli uomini sono muti, anche se apparentemente parlano e parlano. Ma si dimentica troppo facilmente che il linguaggio è morto perché l’individuo che parla all’altro non ha più nulla da dire come singolo individuo … ossia è impotente, non può far nulla, non fa nulla, non conta nulla” [Taccuini, Marietti 1988, p. 170]. E che ne è di chi – comunque – parla? Anche il parlare del filosofo è sospetto. “Che il filosofare parlato e persino scritto – per quanto profondo o acuto possa essere – suoni sempre un poco sciocco, è cosa evidente (…). Quando si tratta della verità, solo il silenzio salvaguarda l’autocontrollo, ogni parola è lamento prolisso, sempre inopportuno”. [Ivi, p. 9] Questa crisi della parola è presente in qualche modo anche a Leszek Kolakowski, che inizia così la sua opera Orrore metafisico [Il Mulino 1990]: “Un filosofo moderno che non abbia mai provato l’esperienza di sentirsi un ciarlatano è uno spirito così misero che sicuramente il suo lavoro non varrà la pena di essere letto”. Continua a leggere
Divenire nulla 14
Come meravigliarsi se il nichilismo relativistico attacca la sostanza stessa del tempo? “La vita umana si riduce a un istante non già perché sopprima e conservi in sé la durata, ma perché cade in balìa del nulla, e si ridesta alla coscienza della sua vanità di fronte alla cattiva infinità del tempo stesso” [Minima moralia, p. 195]. Grazie alla scienza moderna e alla tecnica, “nel ticchettìo fragoroso dell’orologio si percepisce, per così dire, lo scherno degli anni luce per la breve durata della nostra esistenza”[ibidem]. Dunque il trionfo del divenire, che in Occidente si costituisce come l’unica verità, porta all’annientamento del tempo: il triumphus temporis non può che essere già in se stesso la negazione della sostanzialità del tempo, e con essa la fine della parola. Continua a leggere
Divenire nulla 13
L’esito relativistico del razionalismo ha tuttavia radici ben salde nell’antico. Scrive Theodor W. Adorno: “Ogni psicologia, a cominciare da quella di Protagora, esaltando l’uomo con l’affermazione che egli è misura di tutte le cose, ha fatto di lui, nello stesso tempo, l’oggetto, il materiale dell’analisi, e, una volta collocatolo tra le cose, lo ha assegnato alla loro nullità [c. mio]. La negazione della verità oggettiva attraverso il ricorso al soggetto include la negazione di quest’ultimo: non resta più nessuna misura per la misura di tutte le cose, che cade in balia della contingenza e si trasforma in falsità”. [Minima moralia, Einaudi, Torino 1979, pp. 64-65] Continua a leggere
Gli anelli di Saturno.
Die Ringe des Saturn, 1995 (sott. Eine englische Wallfahrt), tradotto per Adelphi da A. Vigliani col titolo Gli Anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra, presenta tutte le caratteristiche fondamentali della visione del mondo di W.G. Sebald e della sua scrittura. Saturno è l’astro della melanconia, e l’opera di Sebald sta tutta sotto il suo segno. Se la natura è un circuito di produzione e distruzione, il melanconico fisserà sempre lo sguardo, meravigliato e pieno di pathos, sul secondo fattore. Egli contemplerà il morire a milioni: delle aringhe sulle spiagge del Mare del Nord o degli alberi contagiati dai virus e abbattuti anch’essi a milioni dalla tempesta perfetta del 1987. Non contemplerà con altrettanta meraviglia lo spuntare e il rifiorire ovunque della vita dalla distruzione, le miriadi di forme, perché anch’esse stanno per lui sotto il segno del divenire nulla, del passare e dello svanire di tutte le cose. Così la distruzione causata dall’uomo si colloca per Sebald sullo stesso piano di quella operata dalla Natura. Dal primo fuoco acceso da un nostro progenitore, noi umani stiamo sotto il segno della consumazione, della combustione: e i personaggi che Sebald incontra nel suo vagabondare hanno tra loro solo differenze epidermiche, non sono veri personaggi autonomi, e tra loro si confondono. Parlano tutti con la voce di Sebald, sono sue mere rifrazioni, e la stessa struttura del testo lo dimostra. Un testo come tutti gli altri di Sebald, ipnotico e incantante, una estrema propaggine del romanticismo tedesco filtrato dal cuore oscuro del XX secolo.
Sul Covile
Rileggendo Simone Weil sul Covile.
Sacrifice
Sacrifice è il titolo di un libretto edito dalla Michigan State University Press nel 2011, che raccoglie i testi di alcune conferenze tenute da René Girard qualche anno fa in Francia. L’argomento fondamentale è il sacrificio nella tradizione dei Veda e dei Brahmana, letti con le categorie della teoria mimetica. Chi ha familiarità col pensiero girardiano non farà nuove scoperte, ma avrà l’ennesima conferma della coerenza con cui il pensatore francese procede nell’applicare le categorie che hanno reso famose (anche se spesso assunte un po’ superficialmente) le sue idee. Stimolante per me questo accenno al ruolo della violenza negli spettacoli di oggi:
Ciò che sostituisce ai giorni nostri i riti sacrificali, nella misura in cui essi possono effettivamente essere sostituiti, è lo spettacolo violento. A seconda della dose somministrata, l’effetto calmante può essere trasformato in una scossa violenta, una eccitazione insana. Ogni cosa qui dipende da una modulazione simile a quella che i Brahmana cercano di realizzare, col minimizzare la violenza dei riti che, “obiettivamente”, ne contengono troppa, esagerando di contro la violenza di quelli che ne contengono troppo poca. Durante i tempi di turbolenza, il sistema si rompe e la violenza viene montando negli spettacoli così come nelle strade. Questa tendenza ha fatto nascere nei sapienti un’ansia come quella di Platone quando leggeva Omero. (pp. 8 – 9)
nei

