Divenire nulla 16

La Modernità sarebbe andata ben oltre la soglia del nichilismo proprio della cultura romantica, in cui “anche dove gli esiti artistici si rivelano più legati a una dimensione nichilistica, la maggior parte degli scrittori … sembra continuare a muoversi nell’ambito di una poetica (e di un’estetica) della trasfigurazione”. [L. Zagari, Mitologia del segno vivente, Il Mulino 1985, p.75]. Secondo Luciano Zagari la Morte di Danton di Georg Büchner è il testo in cui per la prima volta si esibisce il crollo del Valore fondativo, crollo così totale che “il nulla è così radicale da capovolgersi e porsi come pieno [c. mio]” [Ivi, p. 52]. Il nulla è solido (Leopardi) e sta (Celan). “Là dove l’assurdo non è più limitato all’approccio del soggetto al Valore ma intacca la struttura oggettiva del Valore stesso, là si può dire che il romanticismo è alla fine e si annunzia la più radicale crisi dei nostri giorni” [ibidem].

La radicale crisi dei nostri giorni: ciò non si preannuncia forse già nei Notturni di Bonaventura, in cui il sarcasmo che ridicolizza il grande tema romantico della perdita per sempre [Nella poesia segnata da una fondamentale malinconia del divenire, “l’oggetto (…) viene posto, ma viene posto come perduto, dicibile poeticamente solo a patto del suo darsi come perduto”. – E. Gioanola, Leopardi, la malinconia, Jaka Book, 1995, p.161] proprio nella sua essenza di “fondale scenico” (Chiusano), sembra anticipare quella spettacolarizzazione che è una caratteristica fondamentale di certo nichilismo diffuso del Novecento? Nella conclusione del fantasmagorico sedicesimo Notturno anche i sentimenti hic et nunc provati dal soggetto narrante sono avvertiti come “forme del Nulla come ogni cosa” [Rizzoli, 1984, p. 143]. E la teatrale conclusione dell’opera è questa: “Al tocco delle mie dita tutto frana in cenere, non giace più che un pugno di polvere sulla terra, un paio di vermi satolli se ne strisciano via di soppiatto, come morali oratori funebri che si siano troppo inteneriti al banchetto funerario. Semino questo pugno di polvere paterna negli spazi e cosa rimane? … Nulla!”[Ivi, p. 145. Potrebbe essere interessante un confronto con Jean Paul. Si veda il suo Discorso del Cristo morto, il quale, dall’alto dell’edificio del mondo, proclama che non vi è Dio alcuno, in Jean Paul, Scritti sul nichilismo, Morcelliana 1997. Numerosi contributi critici sono da registrare intorno alle varie influenze esercitate dal breve, sconvolgente scritto pauliano. Su Celan, ad esempio, e Dostoevskij. Mi limito a citare W. Rehm, Jean Paul – Dostoevskij. Eine Studie zur dichterischen Gestaltung des Unglaubens, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1962.]

“Lontano, sulla tomba dell’amata, scorgo ancora il visionario che abbraccia il nulla!”
“E l’eco dilegua per l’ossario l’ultima parola: nulla!”.

Una risposta a "Divenire nulla 16"

  1. ” ‘Surrexit autem Saulus de terra apertisque oculis nihil videbat’.
    Eckart legge: ‘ Paolo si alzò da terra e, con gli occhi aperti, vide il nulla…e questo nulla era Dio’ “. ( M.Eckhart, Sermoni tedeschi, a cura di Marco Vannini,Adelphi, Milano, p.199 e passim. Citato da Elvio Fachinelli, in La mente estatica,Adelphi, Milano, 1989, p. 45).

    Questo nulla era Dio perché vuoto di forma, di colore, di tangibilità e di qualsiasi concettualizzazione. Un po’ come quando in musica un’ottava raggiunge il culmine e, nell’intervallo … pare mancare qualcosa, non è vero?

    Ai limiti della cosiddetta psicologia, si potrebbe dire la piccola esperienza di un vuoto non nichilista, ma come fresca traccia di una intensità che insistendo come “nulla” sollecita proprio per la sua mancanza di questo o di quello e assenza di rappresentazione.
    Il quasi-nulla insiste, quindi va considerato realisticamente, nonostante o forse proprio per la sua quasi-impercettibilità. Il nulla invece non esiste se non come angoscia di annichilimento e nessuno “possiede” il vuoto del Dio che resta in ogni segno – come una specie di ferita, di mancanza a essere radicale o di apertura all’invisibile e a quello che sarà. Nel punto – intenso e feroce – in cui la vita va comunque realmente aldilà dell’Io e del mio – Paolo si alzò da terra e, con gli occhi aperti, nihil videbat: solo meraviglia?

    Aggiungerei che il Dio della chiesa cattolica è soprattutto quello di Paolo, incontrato in una “visione” mentre era attivamente impegnato nella persecuzione implacabile dei primi cristiani. In Paolo la dissociazione opera creativamente, aprendosi alla novità dello Spirito e contribuendo all’edificazione, per così dire, di un reale più largo di quello sottomesso alla supremazia della legge e alla vetustà della lettera.

    La questione della sua “visione” oggi si porrebbe nel contesto delle ricerche, condotte sugli Alterede States of Consciusness ( SMC, Stati Modificati di Coscienza). Non a caso in copertina alla prima edizione feltrinelliana di Saggio sulla transe di Georges Lapassade, figura un particolare della “Conversione di Saulo” del Caravaggio.
    Numerose religioni, quasi tutte, hanno il loro momento originario in un’esperienza ‘ipernormale’ che coinvolge i loro fondatori, solo che spesso lo si dimentica.

    Momento originario di molteplici esperienze, non necessariamente mistiche, l’estatico incorre spesso nel rifiuto, anche se probabilmente l’estasi è alla base delle esperienze più creative della vita umana. Tuttavia – poiché coinvolge strati percettivi, emotivi e cognitivi non ordinari – l’estatico nella nostra cultura è stato colto perlopiù “ come area di frontiera, pericolosa dal punto di vista dell’affermazione di un io personale, ben individualizzato” ( Elvio Fachinelli). In altre culture e in altri momenti storici la naturale disponibilità all’estasi è stata invece riconosciuta come una risorsa a cui dare forme socialmente utili attraverso vere e proprie istituzioni, come ad esempio quelle dei Misteri eleusini, ecc.

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