Le due paci

Avatar di Fabio BrottoBrotture

La soglia dell’umano. Il passaggio originale dalla bestia all’umano. Quel piccolo ma abissale gradino che pone la differenza tra lo scimpanzé e l’umano nonostante un patrimonio genetico quasi identico. Migliaia e migliaia di anni di crisi mimetiche, di infiniti atti di soppressione violenta di appartenenti a gruppi proto-umani, col conseguente senso di sollievo collettivo, fino ad arrivare al momento in cui (quando?) il benessere collettivo del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente, ed ecco la sua divinizzazione.
Il mito e il rito. Il religioso violento nasce insieme all’umano, per René Girard, e non è distinguibile dal processo di ominizzazione. Questo è uno dei nodi oscuri del sistema girardiano. Questa divinizzazione della vittima che all’improvviso avviene dopo non essere avvenuta per un tempo lunghissimo mi è sempre apparsa come un inspiegato deus ex machina teorico. L’attribuzione…

View original post 862 altre parole

Il canto dell’essere e dell’apparire

Avatar di Fabio BrottoBrotture

 Ne Il canto dell’essere e dell’apparire (Een lied van schjin en wezen, 1981, trad. it. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1991, 5ª ed. 2000) Cees Nooteboom svolge il tema del rapporto tra la scrittura narrativa e la realtà che vi è rappresentata (che spesso si chiama vita, e sono due termini vaghi, sovrapposti, definire i quali è ardua impresa). Metaletteratura, ma aggraziata direi, e lieve, e breve nella misura delle novanta pagine. La storia è doppia: v’è da un lato una coppia di scrittori, senza nome, uno dei quali concepisce una storia ambientata un secolo prima in un paese a lui del tutto sconosciuto, la Bulgaria, e destinata a concludersi a Roma.
Perché in Bulgaria, perché un secolo prima? Lo scrittore non sa spiegarselo, i personaggi gli sono inspiegabilmente apparsi, e sembrano vivere una vita indipendente, e nello stesso tempo sono senza dubbio sue creature. Sono due…

View original post 450 altre parole

Il primo

Avatar di Fabio BrottoBrotture

 cap.jpg

Il romanzo di Gaetano Cappelli Il primo (Marsilio, Venezia 2005) è stato scritto per un certo ambiente anzitutto, e ad esso parla in un certo modo, e questo parlare è lo strato più superficiale e immediatamente leggibile del testo. L’ambiente è quello intellettuale cui Cappelli appartiene e che ben conosce (case editrici, salotti, artisti, editors, gente di spettacolo e di televisione, e la folla immensa degli aspiranti scrittori—gente spesso meschina, ignorante e sanza lettere—che premono insistono si fanno in quattro per poter ottenere ciò che tutto il loro essere brama: la pubblicazione).
Ma il libro nel sistema del mercato è un oggetto che potenzialmente si rivolge ad ogni ambiente, ad ogni lettore. E io, che sono un estraneo a quell’ambiente, non mi sono chiesto quali scrittori italiani siano presenti nella storia sotto (parzialmente) mentite spoglie. Mi sono chiesto, invece, quale sia il senso complessivo di questo romanzo…

View original post 369 altre parole

Due cavalieri nella tempesta

Avatar di Fabio BrottoBrotture

giont«Prima che arrivi la vecchiaia, ci s’immagina che ci saranno ancora una gioia o due. Invece no, non una. Per tutta la vita si fa quel che si deve per diventare vecchi e, quando lo siamo, ci si accorge che si è fatto di tutto per diventare un’assoluta nullità. Se uno muore a quarant’anni, tutti lo piangono; se uno continua a vivere fino a settanta, si pensa che sia una bella cosa. E lui è più infelice che se fosse morto. Quando si è morti, se non altro, non si vede più, non si sa più, non si parla più. Si pensa agli affari propri, non si ha più bisogno di immischiarsi in quelli degli altri. Tutto quel che può succedere, succede: non c’è più bisogno di occuparsene. Ma chi diventa vecchio in mezzo a una famiglia continua ad aver sempre bisogno di fare tutto; è come un asino che…

View original post 347 altre parole

Il bambino che parlava con la luce

ardu

Per anni e anni famiglie e associazioni hanno invocato per bambini, ragazzi e adulti con autismo un’efficace e duratura presa in carico, e purtroppo in molti luoghi d’Italia debbono farlo ancora, ricevendo risposte deboli e distratte. Questa espressione è risuonata infinite volte in incontri, convegni, corsi di formazione, dibattiti. La realtà cui essa rinvia rimane ancora in larghissima misura insoddisfacente, soprattutto per l’insufficienza delle risorse, ma anche per l’impegno e la qualità professionale e umana di chi dovrebbe gestirle, spesso ancor più insufficiente. Una presa in carico, infatti, esattamente come un’inclusione scolastica o l’inserimento in un centro diurno, può essere effettuata in un modo puramente burocratico, privo d’anima, di reale impegno, di voglia di comprendere e accettare le persone autistiche, la cui diversità rappresenta una sfida, e richiede una dedizione particolare, pena il fallimento, la sofferenza, l’adagiarsi su di una misera routine impiegatizia, nel senso peggiore del termine. Il libro di Maurizio Arduino Il bambino che parlava con la luce (Einaudi 2014) è  la testimonianza di come una presa in carico possa e debba essere anzitutto una presa a cuore. Ed è soltanto una presa a cuore dei bambini e ragazzi con autismo, e di quel che saranno e non saranno da grandi, ciò che spinge l’educatore, lo psichiatra, lo psicologo, l’operatore a cercare di comprendere l’autismo dall’interno, in quel bambino, in quel ragazzo concreto, nella sua vita quotidiana, all’interno della famiglia, della scuola, di ogni ambiente di vita. Arduino, psicologo impegnato da molti anni sulla frontiera dell’autismo,  narra qui quattro storie di quattro diverse persone autistiche, Silvio, Cecilia, Elia, Matteo (non a caso una femmina e tre maschi vista la distribuzione della sindrome tra i due sessi), dai primi anni, attraverso il loro percorso di vita, fino alla fine del percorso scolastico di ciascuno. Sono narrazioni vivide e ben costruite, ricche di particolari, e capaci di trasmettere molta informazione sull’autismo, mostrando anzitutto la grande differenza tra un soggetto autistico e un altro, ma anche ciò che li accomuna in un unico spettro. Anche chi non sia personalmente coinvolto in queste problematiche può leggere questo libro, che pur non essendo narrativa in senso stretto, vi si avvicina molto, perché della narrativa possiede i due elementi costitutivi che determinano la fascinazione del lettore: personaggi e loro destino.
Silvio, Cecilia, Elia, Matteo sono personaggi, contornati da molti altri personaggi: genitori, educatori, compagni di scuola. La narrazione di Arduino evidenzia la natura autistica delle relazioni che i quattro protagonisti vivono, anzitutto in famiglia, mostrando come pur non uscendo dalla loro stessa natura queste relazioni possano arricchirsi, e la vita della persona autistica aprirsi a nuove possibilità, rimanendo fondamentalmente se stessa, senza subire violenza. Nel libro, il rispetto della fragilità della persona con autismo da parte di Arduino e dei suoi collaboratori si unisce ad un atteggiamento di apertura mentale, di empatia e di umiltà, alla disponibilità al tentativo di calarsi nei panni dell’altro, del soggetto autistico e dei suoi familiari:
«La sensazione, ascoltandoli, era quella di essere di fronte all’ennesima montagna da scalare. Mi capita spesso di averla, lavorando con le famiglie di bambini con autismo. I genitori mi stavano trasmettendo un misto di impotenza e fretta di agire che stavo facendo miei, consapevole che l’agire era il modo per contrastare l’impotenza.» (p. 275) «In alcune occasioni era successo che i genitori mi raccontassero di strategie efficaci a cui io non avevo mai pensato. Il denominatore comune che le accomunava era sempre lo stesso: la profonda comprensione del bambino e la capacità di vedere con i suoi occhi.» (p. 113)
Il fondamentale umanesimo di Arduino lo porta alla flessibilità nel metodo e alla critica di approcci troppo rigidi:
«Avevo insomma la sensazione che una sperimentata metodologia di trattamento dell’autismo potesse fallire perché non teneva conto di una variabile fondamentale: le emozioni, i sentimenti, i pensieri che la metodologia stessa evocava nei genitori. L’efficacia di un intervento educativo e l’uso di una tecnica testata scientificamente non sono indipendenti dalla persona che li applica.» (p.45) «I libri riportano le tecniche utilizzabili per affrontare un problema, ed è importante che uno psicologo o un terapista le conosca e le sappia applicare, ma il risultato dell’applicazione dipende da molti fattori. Le persone, per esempio, sono una variabile fondamentale. Il loro modo di pensare e di comportarsi, le loro reciproche relazioni e le emozioni che mettono in gioco costituiscono le materie prime da amalgamare per raggiungere lo scopo. È un po’ come quando si fa il caffè con la moka: la macchinetta rappresenta la «tecnica», ma il risultato finale dipende in modo determinante dalla qualità dell’acqua e da quella del caffè.» (p. 93)
Una parte importante del testo è dedicata al racconto di quello che avviene nelle scuole che i quattro frequentano, e alle situazioni particolari e spesso molto problematiche che derivano dalla legislazione italiana e dalla struttura della scuola (e dall’organizzazione del sostegno scolastico).
«Come tradurre metodi nati nelle scuole speciali di altri paesi, frequentate solo da alunni disabili, nella realtà italiana, dove bambini disabili e non si trovano nelle stesse classi? Di sicuro bisogna partire da una conoscenza approfondita dei singoli casi, delle esigenze di quel bambino specifico di cui dobbiamo occuparci, poi occorre una buona dose di creatività per adattare le strategie alle caratteristiche della scuola. » (p.118)
Destino dei personaggi, dicevamo. Alle soglie dell’età adulta ogni vicenda umana di persona con autismo si fa problematica, sospesa sul vuoto, dominata da un’incertezza angosciosa. Anche i quattro del libro, che pur hanno avuto la fortuna di incontrare professionisti preparati, impegnati e generosi, nonostante tutti i loro progressi e conquiste, non sfuggono a questa incertezza: Silvio, il bambino che parlava con la luce, ed Elia, colui che corre sul campo di battaglia, frequenteranno un Centro Diurno. Cecilia, la bambina delle corde, lavorerà in un vivaio di piante. Matteo, che vive in un mondo di numeri e si laurea in matematica, è atteso da un futuro avvolto dalle nebbie.

Fabio Brotto

Bontà

Avatar di Fabio BrottoBrotture

goodcov.jpgLa storia narrata da Tim Parks in questo romanzo, Bontà (Goodness, 1991, trad. it. di G. Granato, il Saggiatore 2007) è una storia dura. Per me in particolare, che sono padre di un ragazzino gravemente disabile. È la storia di un giovane che patisce, per così dire, l’estrema bontà dei genitori. Il padre, un missionario anglicano, muore martire in Africa, la madre si dona sempre e in ogni circostanza agli altri, senza mai nulla chiedere per sé, una cristiana perfetta.
E lui, George, vuole invece essere una persona normale, che si vive la sua vita come tutti gli altri, che si fa la sua carriera, che ha successo, una bella moglie, la bella casa, la bella auto, e insomma la realizzazione del sé borghese contemporaneo. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, e lui cede alla voglia di maternità della moglie (non desiderava figli), ecco il novum

View original post 452 altre parole

The Prophetic Law

The Prophetic Law: Essays in Judaism, Girardianism, Literary Studies, and the EthicalSandor Goodhart è un girardiano di ferro, profondamente persuaso, uno che scrive che «un giorno le teorie di René si porranno come il fulcro dal quale tutte le altre teorie potranno essere comprese» (p. 87). The Prophetic Law (Michigan State University Press 2014) presenta un lungo sottotitolo che dà immediatamente conto della complessità del testo: Essays in Judaism, Girardianism, Literary Studies, and the Ethical. Si tratta di scritti vari, e a volte addirittura di relazioni su dibattiti a convegni, che tuttavia sono ordinati in modo da offrire un senso generale, che è fondamentalmente questo: il tentativo da parte dell’autore, uno tra i primi seguaci di Girard e tra questi uno dei pochi israeliti, di inserire il girardianesimo, come una posizione profetica del tutto coerente, nel grande spirito del profetismo ebraico. Il personale cristianesimo di Girard, con la sua enfatizzazione del ruolo decisivo e insostituibile di Gesù nello smascheramento del meccanismo sacrificale nascosto fin dalla fondazione del mondo, rappresenta infatti certamente un ostacolo all’accoglimento della teoria mimetica nel suo insieme da parte di coloro che, pur attratti dai suoi punti fondamentali, vogliono rimanere fedeli alla propria religione (o al proprio ateismo, aggiungerei). Per abbattere questo ostacolo, Goodhart svolge una raffinata serie di analisi di testi, soprattutto della Scrittura ebraica, direi con spirito rabbinico e con grande apertura mentale. Il fine è quello di mostrare che Gesù non aggiunge nulla di sostanziale al Giudaismo, ma ne è uno dei possibili inveramenti. Interessanti soprattutto lo studio della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, e quella di Mosè, svolte con una rigorosa applicazione delle categorie mimetologiche girardiane. La figura di Gesù è vista poi come quella di un grande profeta che ha talmente assimilato la profezia di Isaia e la figura del Servo Sofferente da decidere di incarnarle, fino alla morte, e ad una conseguente resurrezione che è una sorta di fulminante evento nella coscienza dei discepoli, che squarcia dopo la morte del maestro l’illusione della realtà sacrificale in cui fino a quel momento erano stati immersi (p.88) .
Gesù è da Goodhart totalmente inserito nell’orizzonte profetico ebraico, e i cristiani sono legittimati, nonostante duemila anni di conflitti, come una componente, per così dire di un ebraismo universale. Nello stesso tempo, tuttavia, Goodhart asserisce che il girardianesimo è praticabile entro qualsiasi cultura, perché svela la verità di tutte, e quindi nessuno dovrebbe rinunciare alla propria, che piuttosto va vista in una nuova ottica. Un’opera già iniziata dallo stesso Girard con le sue riflessioni sul superamento del sacrificio nell’induismo, ma senz’altro ancora molto immatura.
Noto infine come degne di attenzione le parti del libro dedicate all’instaurazione di un dialogo postumo, per così dire, tra René Girard ed Emmanuel Levinas, in cui è in questione la fondazione dell’etica (un punto sul quale Girard non ha scritto molto). Il discorso di Goodhart approda a questa conclusione: «La soggettività nel modo in cui la descrive Levinas e il pensare attraverso la posizione della vittima nel modo descritto da Girard sono una sola e unica cosa.» (p. 227)

 

Il mondo è una prigione

Avatar di Fabio BrottoBrotture

petr.jpgScritto tra il 1944 e il 1945, Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni è uno dei più interessanti tra i non pochi testi che sono stati accantonati, obliati per decenni dalla cultura letteraria dominante in Italia (mi viene in mente il caso di Herling). Opportunissima dunque l’edizione di Feltrinelli (2005). Arrestato dai nazifascisti nel 1944 a Roma, incarcerato e torturato, Petroni rischiò la fucilazione. Il suo libro-testimonianza non ha nulla a che fare, però, con la produzione letteraria “resistenziale” ed ideologica, sostanzialmente ottimistica, se mai si avvicina alla prospettiva abissale di Primo Levi, ma a me pare ancor più problematico e aperto ad una interrogazione radicale. Poiché in Petroni è la stessa idea di libertà ad essere posta in questione. E non in modo accademico: Petroni ha visto la morte in faccia quando è stato interrogato dalle S.S., ma la sua liberazione dal carcere non lo fa sentire…

View original post 240 altre parole

Il libro delle parabole

Il libro delle paraboleIl sottotitolo di questo romanzo di Per Olov Enquist del 2013 (trad. it. di K. De Marco, Iperborea 2014) è un romanzo d’amore. Ma è un sottotitolo ingannevole: il libro è una sorta di gemmazione del più ampio Un’altra vita, di cui mantiene la sostanza di autobiografia, ma esplora le motivazioni dell’impossibilità della scrittura di un romanzo d’amore da parte dello stesso Enquist. Allo stesso modo si potrebbe definirlo un romanzo sull’attesa della morte, con gli amici anziani dello scrittore anziano che in molti hanno già varcato il fiume, mentre altri lo attendono presso le sue sponde. Due sono i poli: da un lato il rapporto tormentato con l’eros, segnato da una mistica iniziazione sessuale di Enquist quindicenne da parte di una solitaria e misteriosa cinquantenne, episodio che lo segna per sempre; dall’altro il rapporto col cristianesimo rigoroso della madre, una dimensione che lo scrittore oltrepassando il piano autobiografico ha esplorato splendidamente ne Il viaggio di Lewi. Lo sfondo culturale è molto svedese e molto protestante, e alcune sfumature sono comprensibili solo da chi abbia una qualche idea di quei movimenti di Risveglio che hanno animato, problematicamente, l’estremo nord dell’Europa.

Trattato del ribelle

Avatar di Fabio BrottoBrotture

 jun.jpgL’eterna dialettica dei pochi e dei molti, di questo si tratta qui, nel Trattato del ribelle di Ernst Jünger (Der Waldgang, 1980, trad. it. di F. Bovoli, Adelphi 1990, 10ª edizione 2007). Waldgang è la via del bosco, Wald, e il titolo italiano non mi piace, rende scolastico ciò che appartiene ad un’altra orbita. Un’orbita fortemente germanica, e profondamente reazionaria (dove reazionario non è connotato negativamente).La libertà piena è dei pochi, e quella dei molti ne è derivazione secondaria, questo è il senso di questo libro. Non è un caso che il modello della libertà che qui Jünger tematizza sia quello del proscritto dell’antica Islanda, dell’uomo bandito che diviene eroe selvatico, che vive fra gli animali e nella natura. Imboscato, che in Italia, terra anti-silvana per eccellenza, suona negativissimo, non può avere senso spregiativo nella lingua dei popoli che, come ha meravigliosamente scritto Elias Canetti, hanno negli…

View original post 564 altre parole