ROSA ULTIMA

rosa ultima

di Fabio Brotto

Di arcangeli e di fate anche dicevi
alla sera del piccolo che ero
tu vestale del tempo, antica nonna.
E sembrava una fiaba. Ed era il vero.
Altro il vero non era se non fiaba.

L’angelo che ferma il tempo era il più bello.
Ma non venne.
Né per me, né per te.
Venne quello del tempo veloce.
Dieci anni fece un giorno.
Lui che martella il flusso – rovine dentro il cuore.

E la bella fanciulla ho conosciuto.
Ma fu ieri, e oggi sono vecchio.
E la fata non venne,
perché serva del tempo è, non regina.
E la bella fanciulla oggi è una statua
fredda e grigia, e guarda l’occidente.

Io chiedevo, chiedevo, chiedevo
perché sapevo che tu lo sapevi.
Tu – che fissasti il volto meduseo
ora sei pietra, e non mi puoi parlare.

Non ricercavo il nettare segreto
di voluttà delle parole. Alieno
d’ogni potere, al moto sola scala
la mente. Disciplina i veloci brevi anni
lo sai – Shantì – la spina conficcata.
Nel verde sai la rosa dell’assente.

Dentro, un bambino agitato nella culla.
Quarant’anni passati nel cammino
del deserto dei libri, di un destino.
La fame. Intorno il nulla.

EPOS

epos

di Fabio Brotto

Dura materia l’alta mente pose 
quando durava il vento delle cose
e di rose suonava alta la guerra.
Ora molle ti sciogli nella terra.

L’Essere unito in sé contento giace.
Giace. Il riposo eterno è il solo sogno.
Anime disfiora nella pace.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 -1896)

BEATITUDINE

beatitudine

di Fabio Brotto

È beato colui che scende al fondo
come una pietra.
E vede i morti, Amleto
tentando ancora il volto della Luna.
Troppo leggero, ti tiene in superficie
triplice veto. Il solo mutamento
basta a privarti di sommersi Dei.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

ETERNITÀ

Eternità

di Fabio Brotto

In quale notte, dimenticata
la beffa degli anni luce
nel ticchettio dell’orologio.
risuonante
per la tua brevità,
sentisti fermo
tutto con te il tuo cuore?

In quale notte mai
non votato all’oblio,
ma sempre a te presente
nell’amore di tanti,
escluso il divenire,
ti percepisti?

Quella passò.
Piccole eternità son seminate,
piccole morti.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896)

SILENZIO

silenzio

Fosse orgoglio o viltà d’isolamento
che stringeva nell’arido dominio
aure preziose nei sepolcri bianchi,
fosse individua virtù l’incantamento
di miriadi di monadi dorate
prigioniere di spiriti stanchi,
augurerò.
E sulla moltitudine di voci
si sparga un indomabile silenzio.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 -1896)

LA GUIDA

La guida

di Fabio Brotto

Vidi chiara la luce: era un sospiro
del dio malato che finiva in te.
Navigavamo vie non più soavi,
quella luce la stella, tu la guida.
Poche parole incrociavamo in mille
nodi perversi. Si fermava il tempo.
Scongiuravamo l’impotente abisso.

E giocavo con te, la guida cieca.
Tu ragionavi ancora, e io ti amavo.

Immagine : disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896). Treviso, collezione Fabio Brotto.

ACQUA

acqua

di Fabio Brotto

Acqua: i mille segni. 
La coscienza nell’acqua.
Lo spirito nell’informe, la sorgente.
Fertile di inganni la sirena.
Madre fedele delle sue rovine.

Fecondò l’ordine, soggiacque.
Genera le miriadi, scioglie i morti.
Dio ci si specchiava.
E lei ci chiama.

Immagine: particolare da un affresco di Giuseppe Ghedina (1825- 1896)

IN ALTO

IN ALTO

Quando in alto dicevano parole
che tu spendevi sicuro. Come pietra
tra le miriadi. Sole incombustibile.
Nessun gemello ti si spegneva
e tu vivevi duro. O roccia salda
nel divenire. Specchio infrangibile.

Fu nel passato in ben diverso tempo.
Il diamantino. Gioia del presente.
S’accartocciava. Generava grandi
meravigliosamente cose. Finito.
Interrogavi l’ora in dolore
e i quaranta anni.

Immagine: disegno di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896). Treviso, collezione Fabio Brotto

APOCALYPSIS

Apocalypsis

Ritorneranno i tempi d’acqua chiara
e un uccello canterà la luce d’alba
dopo il sonno più grande della legge.
E noi leggeri figli di fantasmi
verremo a bere parole in labirinti
liberi dalla bestia della legge,
splendendo un pellicano in luce d’alba.

Non giovane morii.
Ma della metamorfosi profonda
– sterminio degli istanti e ognuno pretendeva croce eterna –
una sostanza stabile non venne.
Alti naufragi ti chiederò.
Piccola mente, rispondi!
Ma chi, chi subirà?
Specchio d’ira, le larve dell’Altissimo.

Alte solitudini. Rive acherontee.
Il naufrago frutto delle onde
coglilo tu piccolo piccolo.
L’angelo e la sirena sullo scoglio.
Ogni goccia è una strada per l’eterno.
Frantumano le onde.
Nelle tane del mare giocano i serpenti.

ECATE DEL SONNO

ecate

Quale sibilla dirà per me nell’antro materno
le parole di bronzo di una legge che duri
o quale angelo mai verrà dal cielo feroce
con la notizia della fine eterna?

Non c’è risposta, ma la superficie è calma:
il movimento delle tue miriadi, Dio, se ci sei,
gioca col nulla, e in palio c’è soltanto
l’agonia del pensiero che ti cerca, e ancora,
in una nicchia scavata dal dolore, sembra
che resti un po’ di desiderio, male vivo anzi
già quasi morto.
Eppure – ahi! – voi venite a schiera,
o miei fantasmi della tenerezza,
più soave parlando nella sera.

Intorno in alto è un pianeta d’aria
dove miriadi vanno in strade d’oro.
Sotto, la selva che ci tiene fermi
e condensa la nebbia del dolore.
Il sonno resta tra inferno e paradiso,
nell’attesa del grande vicino,
nel desiderio dell’eterno riso.

Tu sussurri, signora di sgomento,
epifania di un popolo di sogni
che parlano dell’ora che non viene.

Amore delle trepide frontiere,
signore dei sentieri senza sbocco,
si alimenta del sonno ove è fuggita
come una ninfa tepida e serena
navigatrice delle vie soavi
quella che è sogno, in sé troppo piena.

Tu nel tepore della luminosa
notte d’estate stendi la tua lunga
ala perversa della cruda e sola
mia fede, e al sogno mente,
santa compagna delle tue rapine,
l’algida mente.

Tacciono tutte le stirpi degli alati
figli del sonno nella notte quieta.
Guardano solo con occhi spalancati
me passeggero sulla terra vuota.

L’immagine è un disegno su carta di Giuseppe Ghedina (1825 – 1896).