La casa della moschea

Un libro scritto in stato di grazia, La casa della moschea di Kader Abdolah (Het huis van de moskee, 2005, trad. it. di E. Svaluto Moreolo, Iperborea 2008). Questo testo dovrebbe anzitutto stimolare una riflessione sulla magia della traduzione, quel processo per cui le lingue comunicano tra loro dentro le singole menti e nel rapporto che unisce gli umani, al di là di ogni confine. Iraniano esule in Olanda, Abdolah scrive in olandese, mantenendo però vivo il contatto con la lingua d’origine e con lo spirito della sua terra. Questo libro lo incorona grande maestro di arte della narrazione.
La storia si dipana lungo molti anni, avendo come suo centro un complesso architettonico antico, di cui fa parte la moschea principale della città di Senjan. C’è una folla di personaggi, alcuni dei quali davvero indimenticabili, tra cui spicca il mercante di tappeti e responsabile per tradizione familiare della moschea stessa, il saggio Aga Jan, espressione di un Islam coerente e ricco di umanità. Le vicende attraversano gli anni dell’occidentalizzazione spinta dallo Scià, della montante rivoluzione islamista, della guerra Iran-Iraq, della repressione e del fanatismo khomeinista. Tra i personaggi v’è lo stesso Khomeini, ritratto nella sua austera e limitata quotidianità. Il quadro che ne esce è insieme immenso e ricco di particolari, come un enorme tappeto persiano.
Ci sono personaggi di alta levatura morale, altri che cercano nell’adesione fanatica alla sharia il senso della propria esistenza, altri che vivono pericolosamente ed empiamente, come il fratello di Aga Jan, che passa da una donna all’altra e prova la massima ebbrezza nel fare l’amore nella moschea o sul minareto. Episodi che sconfinano nel realismo magico sono mirabilmente raccordati con aspetti del volto più duro della storia.
È anche molto ricco di personaggi femminili questo romanzo, a cominciare dalla moglie del protagonista, che detiene il segreto della bellezza dei tappeti che il marito realizza, un segreto legato al mondo degli uccelli, e ad una pratica che solo le mura della moschea conoscono. Uno dei miracoli di questo libro è l’intreccio tra il reale e il simbolico. La cifra ne è il tappeto.
C’era una volta una casa, una casa antica, che si chiamava “la casa della moschea”. Inizia come devono iniziare le favole, la narrazione di Abdolah, con una prosa piana, dai periodi brevi, ma ricca di rifrazioni e di echi. E termina dopo 450 pagine con Aga Jan che, dopo essere divenuto esperto delli vizi umani e del valore, scende nella stanza più remota e segreta della moschea, e da quella tenebra innalza una lode a Dio, che è “luce su luce”.

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