Minareti, croci, bandiere


Gli umani sono esseri simbolici. I simboli per essi sono più importanti di qualsiasi cosa, ne vivono a tutti i livelli della loro vita, anche quando non lo sanno. E anche ne muoiono, ne sono morti e ne moriranno.
I simboli hanno molto a che fare con l’appartenenza, l’unità del gruppo, la gerarchia e la differenziazione, senza le quali gli umani non possono sopravvivere. Essi devono identificare se stessi, e non possono farlo se non escludendo ciò che non sono. Io imparo quello che sono escludendo quello che non sono. Il “tu non sei” per il bambino è importante quanto il “tu sei”.

Oggi nel mondo occidentale si registra una chiara frattura che vede da un lato coloro che sostengono le ragioni dell’identificazione e della differenziazione, dall’altro coloro che difendono quelle dell’unità e dell’indifferenziazione. Con una generale incapacità di cogliere la vera complessità, e le ragioni dell’altro. Ma bisognerebbe pensare, non abbandonarsi a slogan e sentimentalismi. Rispondere anche, in modo convincente,  a domande come: perché dovrei preferire una società multietnica e multiculturale ad una omogenea?
E dovrebbe far riflettere  il fatto che proprio il popolo svizzero, che è il più composito d’Europa, meno unito dal punto di vista etnico e linguistico della Cina, abbia rifiutato la possibilità che siano innalzati nuovi minareti. Decisione democratica, ad excludendum. Il senso è: vogliamo restare svizzeri, non diventare un’altra cosa. Sottovalutare il bisogno di identità, di permanenza e di radici è un errore intellettuale.

La Lega ha un colore (il verde, lo stesso colore dell’Islam), ma non una bandiera. Ha sempre disprezzato il tricolore, simbolo del dominio romano sulle operose genti del Nord. Bossi addirittura invitò un giorno a farne uso in gabinetto. E’ del resto un po’ strano che un movimento che vuole l’indipendenza di un pezzo della Penisola non abbia una bandiera come tutti gli altri movimenti indipendentisti del mondo. Almeno i venetisti hanno il gonfalone col leone di San Marco.
Pure, ecco che Calderoli, galvanizzato dalla vittoria del referendum no-minareti in Svizzera, propone che sul tricolore sia inscritta una croce. Le idee si confondono, perché questo costituirebbe comunque un’ accettazione da parte leghista del tricolore come segno di una unità nazionale-culturale. Il ministro Frattini in TV dichiara di primo acchito che la proposta di Calderoli meriterebbe un’attenta considerazione, poiché già diversi stati europei hanno la croce nella loro bandiera. Tuttavia Frattini non dice croce, dice crocifisso. Poiché è impensabile che confonda due realtà così differenti, si deve pensare ad un lapsus, che si spiega per il tanto parlare di crocifissi nelle scuole ecc. Ma il lapsus rivela comunque, ed è un elemento di preoccupazione, come il simbolo religioso sia stato ormai assunto da molti a livello identitario, politico, statuale.

Da notare che la croce dalla bandiera italiana è andata via con la caduta della monarchia.

6 risposte a "Minareti, croci, bandiere"

  1. Storicamente la limitazione o addirittura la negazione di libertà religiose non ha mai portato ad effetti positivi, anzi, ha sempre costituito un passo indietro per l’uomo. Mi viene difficile pensare a limitazioni della libertà religiosa che abbiano rappresentato un qualche progresso o miglioramento. Ed è per questo motivo che il risultato del recente referendum svizzero mi preoccupa, a prescindere dal fatto che il bisogno di identità nazionale non vada sottovalutato (come lei giustamente afferma).

    Per quanto riguarda il tricolore, c’è l’art 12 della Costituzione che lo definisce e descrive com’è fatto. Per cambiarlo dunque bisognerebbe modificare quell’articolo della costituzione, il che richiederebbe un processo lungo e difficile. Questo dovrebbe metterci al riparo da strane idee di cambiamenti da apportare alla bandiera nazionale. Sul fatto che il crocefisso sia ormai strumentalizzato per ragioni politiche concordo pienamente con lei.

    1. Si può essere d’accordo sul principio di libertà religiosa, e tuttavia l’accordo è spesso astratto, nel senso che astrae dalle reali condizioni storiche, e anche prescinde da un’analisi condivisa del concetto di libertà religiosa. Per non parlare che anche della differenza nel modo di intendere la religione. Ad esempio: è ammissibile e pensabile come possibile in Occidente (e altrove) la compresenza di religioni che intendono la stessa libertà religiosa in modi abissalmente differenti?

  2. Sicuramente si tratta di una convivenza quanto meno difficile, se non pericolosa in molti casi (basti pensare al terrorismo islamico). Sarebbe sbagliato bendarsi gli occhi di fronte a questo nuovo scenario, però allo stesso tempo mi domando: che atteggiamento deve assumere lo Stato nei confronti delle confessioni religiose? Purtroppo le alternative non sono molte, riassumendole penso che se ne possano trovare solo tre: si può avere uno Stato confessionale (come l’Iran o un qualsiasi Paese europeo del ‘600), uno Stato “ateo” (come l’URSS) e infine uno Stato “democratico”, che professa l’eguaglianza di tutte le religioni di fronte alla legge. Noi occidentali abbiamo trovato un equilibrio con quest’ultimo modello, e non so quanto sia auspicabile cambiare rotta per uno degli altri due. O forse esiste una quarta alternativa che non ha ancora trovato una sua attuazione nella storia? Mi sono domandato pure questo.

  3. Il fatto è che il modello liberale-occidentale funziona solo con le religioni intese secondo il concetto liberale-occidentale, ovvero religioni sostanzialmente relegate nel privato della singola persona. Quando una religione aspira ad essere anche un agente sociale, lì nascono i problemi.

  4. FARO E BAIONETTA . Lo disse il vecchio fondamentalista Recep Tayyip Erdogan, oggi primo ministro turco, quando era sindaco di Istanbul, proclamando con le parole del poeta turco Gökalp: “La democrazia è soltanto il treno sul quale saliamo fino a quando saremo arrivati all’obiettivo. Le moschee sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette, le cupole i nostri elmi e i credenti i nostri soldati”.

    Queste parole esprimono chiaramente ( sia pure con accenti isterici) la concezione tracotante e militaresca di un islam in piena decomposizione e ricomposizione in un neo-islam globale che non distingue fra religione e stato e sembra muoversi lungo un tipico asse paranoico-sacrificale. E’ comprensibile che alla vista di un minareto-baionetta la gente, non solo in Turchia, provi qualche timore. Insomma, non occorre essere svizzeri per prendere sul serio l’avanzata dell’oscurantismo islamista e cercare di pararsi il culo ( correndo il rischio di passare per un ignorante “islamofobo”, ecc.).

    A tale proposito mi paiono attuali le osservazioni di Freud scritte nel 1929, durante l’ ascesa sfolgorante e quindi non vista del regime nazista: “Che immane ostacolo alla civiltà dev’essere la tendenza aggressiva, se la difesa contro di essa può rendere tanto infelici quanto la sua stessa esistenza!”. Quella di Freud è un’osservazione in nota a « Il disagio nella civiltà », a proposito del precetto “ama il prossimo come te stesso”. Dopo aver riconosciuto la funzione civilizzatrice di tale precetto, osserva : “ Eppure, chi nella presente civiltà s’attiene a tale precetto si mette solo in svantaggio rispetto a chi non se ne cura. Che immane ostacolo alla civiltà dev’essere la tendenza aggressiva, se la difesa contro di essa può rendere tanto infelici quanto la sua stessa esistenza!”.

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