The Sacrifice of Socrates

Una sottile analisi delle vicende che portarono alla morte di Socrate e alla generazione della sua figura mitizzata in Platone, The Sacrifice of Socrates (Michigan State University Press 2012) di William Blake Tyrrel si inscrive in quella fioritura di testi che ha il suo radicamento nell’opera di René Girard. Tyrrel vede in Socrate una personalità liminale rispetto alla Città e ai suoi ordinamenti, che sono sacrificali: da un lato il filosofo ha in sé i segni vittimari più classici (brutto, diverso dagli altri per costumi e valori, quasi inumano nel suo eccezionale valore militare, corruttore di giovani in quanto distrugge in loro la fede nelle divinità tradizionali, e nelle virtù che queste garantiscono, e nelle pratiche religiose consuete su cui si regge la Polis). Tyrrel interroga i testi platonici che mettono in scena Socrate, ma anche le commedie che ne hanno fatto oggetto di riso da parte degli Ateniesi. Alla fine, Socrate appare come un vero e proprio pharmakos, mediante l’espulsione del quale un’Atene in piena crisi mimetica pensa di poter ristabilire la propria salute, minacciata dal miasma distruttore diffuso ovunque dall’elenchos di Socrate. Continua a leggere

Margini e paraggi

Margini e paraggi. La filosofia dell'ultimo Novecento

Margini e paraggi, di Marco Baldino (Aracne 2012), è un denso libro di  128 pagine in cui i nodi fondamentali del pensiero occidentale dell’ultimo secolo vengono al pettine. Attraverso una serie di brevi capitoli sfilano Heidegger, Deleuze, Quinzio, Cacciari, Foucault, Agamben, Nancy, Negri, Althusser, Derrida, Kojève, Lévinas, Baudrillard, Lacoue-Labarthe: un po’ d’Italia e tantissima Francia, Baldino pensa essenzialmente in francese. Mi colpisce la presenza di Quinzio, che appare eterogeneo al massimo grado in un testo-contesto in cui il problema di fondo è la legittimazione della filosofia, ovvero quello della distinzione fondamentale tra il filosofico e il non filosofico, quello di una differenza che si è poi anche miseramente tradotta in quella tra chi può fregiarsi del titolo accademico di filosofo-studioso di filosofia e chi fuori dall’accademia non può. Ma lo stupore rientra subito: perché la differenza e il sacro stanno insieme, e Quinzio è un pensatore nella fine del sacro, o meglio nella sua eclissi. La filosofia professionale essendo ormai una vuota forma, Baldino percorre spezzoni del crinale pericolosissimo oltre il quale si apre l’abisso dell’indifferenziazione, col suo correlato: la illegittimità di ogni potere, di ogni istituzione, e di ogni discorso. Si tratta di un testo tragico, che apre lo sguardo sul nucleo della tragedia contemporanea, ove rilucono passi come questo che riguarda Baudrillard: «È dalla dialettica del singolare e dell’universale che nasce il terrore, nel momento esatto in cui un singolo (ad esempio Bin Laden) si alza e dice: eccomi autorizzato a ritenere che tutta l’umanità sia subornata dai falsi valori della democrazia, del mercato e del liberalismo… Tagliamo la testa all’America. Ebbene, chi autorizza Bin Laden? Questa è la forma del problema postmoderno che Baudrillard non ha saputo affrontare e, forse, nemmeno cogliere.» (p. 114) Non c’è dubbio che questo problema post-moderno visto dallo Jemen si presenti con altri colori, tuttavia per noi occidentali oggi questo è il problema: chi è legittimato e perché a porre la differenza e a generare la legittimità.

Religione, filosofia

Penso che la ripulitura filosofica di una religione sia radicalmente impossibile, tranne che riducendola a filosofia, ovvero negandola come religione. E non v’è dubbio che nella storia della Chiesa i rapporti con la filosofia siano stati ambigui, di necessità. Da un lato la volontà di Dio, espressione che è impossibile tradurre in linguaggio coerentemente filosofico senza cadere in paralogismi, contraddizioni e antropomorfismi di diverso ordine e grado. Dall’altra i miracoli, tema essenziale della pietà cattolica (oggi ridotto a quello di rare guarigioni da qualche forma di tumore e totalmente privato dell’aspetto storico-fattuale del mirum). Torna sempre di nuovo la questione dell’unità del reale, dell’olismo su cui annaspa anche il pensiero di Mancuso, e della possibilità di pensare la trascendenza. Tra una fede infantile e ingenua da un lato, e la riduzione alla mera simbolica sospetta di insignificanza dall’altro, una via mediana si presenta oggi impossibile ma inevitabile.

De philosophia italica 5

 

Gioberti, Mosca e Gramsci sono gli autori su cui si sofferma l’importante appendice del De philosophia italica. Vander li utilizza per mettere in luce il carattere ideologico (borghese) della teoria della classe politica, sposando risolutamente l’analisi gramsciana ed affermandone l’estrema attualità, come si vede nell’uso cardinale del concetto di egemonia. Continua a leggere

De philosophia italica 4

Il terzo capitolo del libro di Vander è dedicato a Vincenzo Cuoco. La riflessione di Cuoco sul fallimento della rivoluzione francese è la riflessione di Gramsci sul fallimento della rivoluzione russa, scrive  Vander a p. 99. Modernizzazione dell’Italia e rivoluzione sono la stessa cosa, e l’eterno ritardo del nostro Paese è dovuto per il nostro autore alla rivoluzione passiva cui sono state condannate le masse popolari italiane. Una rivoluzione passiva che è un processo politico di lunga durata da cui sono state sistematicamente tenute fuori, con una costante privazione di autonomia e di potere politico. Lo sguardo di Vander, come abbiamo notato fin dall’inizio, è sempre proiettato sull’oggi, e non può sfuggire il significato di affermazioni come questa, in nota (ibidem): “Gli ‘antichi regimi’ di tutti i tempi avranno sempre dalla loro il popolo se i rivoluzionari non rinunceranno ad elitismo e intellettualismo, ricercando sistematicamente il consenso popolare”. Continua a leggere

De philosophia italica 3

La critica a Cartesio e al suo razionalismo comporta secondo Vander una critica a Parmenide (p.69). Debbo dire che leggendo Vander mi convinco sempre più che il termine metafisica viene correntemente utilizzato in accezioni differenti. Con un’analisi attenta forse questo uso incerto potrebbe essere riconosciuto anche all’interno di questo testo. Personalmente, ritengo che ogni anti-metafisica sia sempre una metafisica, e che lo siano anche le concezioni dialettiche e i materialismi, storici o non storici. Del resto, a p. 85 leggiamo che “la politica si fonda su una metafisica del finito, che significa: su una filosofia dialettica”.

La filosofia vichiana, acutamente interpretata da Vander, conduce ad “una fondazione della politica come scienza del conflitto sociale e di potere” (p.93). Tale scienza, è detto a p. 95, concepisce una quarta forma di stato, oltre a monarchia, aristocrazia e democrazia (ma qui Vander non usa quest’ultimo termine per non rischiare confusioni), uno stato in cui i “supremi signori” sono gli uomini “onesti e dabbene”, una vera “aristocrazia naturale”, in una repubblica in cui la guida politica spetta  a quelli che, indipendentemente da classe e censo, si distinguono per la loro attitudine e competenza, onestà, ecc. La questione della classe politica e della sua natura e selezione si pone con tutta la sua problematicità.

 

De philosophia italica 2

Il secondo capitolo di De philosophia italica è dedicato a Vico. Secondo Vander, Vico con la sua opposizione a Cartesio non scivola affatto nell’irrazionalismo, ma …”non si limitava a rovesciare il paradigma cartesiano (cioè non metteva semplicemente la ragione al servizio del corpo), sosteneva invece che solo il loro ‘insieme ‘, teoria e prassi, ragione e passione, idee e corpo, costituisce il fondamento, la verità. Solo un pensiero incarnato (essenzialmente storico) può poi determinarsi nei più astratti concetti (della filosofia, della scienza, ecc.), cioè ‘è proprio per questo che penso’. Il pensare preso separatamente è una determinatio (che è dimidiatio, cioè astrazione) del fondamento dialettico (p.51). Continua a leggere

De philosophia italica 1

È sempre un piacere per me leggere i libri di Fabio Vander, uno dei pochi pensatori forti dell’Italia contemporanea. Anche se (e forse proprio perché) lo sento lontano, nella stessa misura lo trovo stimolante. L’ultimo suo libro, De philosophia italica. Modernità e politica in Vico e Cuoco (Pensa Multimedia 2010) , affronta una serie di questioni dalle rilevanti ricadute politiche, tra le quali spicca quella della rivoluzione passiva e dell’eterno trasformismo italiano.  Continua a leggere

Dialogo sul senso e sullo scopo del filosofare

                                di Eros Barone

     Il dialogo tra Caio e Mevio (un classico esempio del ‘confilosofare peripatetico’)   scaturisce da una passeggiata attraverso il centro della città ligure, che porta i due amici davanti alla sede di un prestigioso liceo classico,  la cui severa mole littoria occupa uno dei vertici, quello di ponente, di Piazza della Vittoria. Il palazzo della questura, situato nel vertice di levante, delimita la rigorosa geometria di una piazza vasta, solitaria e silenziosa: una piazza, si potrebbe dire, che è non meno dechirichiana per la sua atmosfera di quanto sia piacentiniana per la sua architettura. In mezzo, ortogonali ai due squadrati e imponenti edifici, si elevano due scalinate convergenti che, creando un effetto altamente scenografico, incorniciano quattro grandi aiuole sovrapposte. Sul tappeto verde raso di queste aiuole spiccano fiori bianchi e rossi che, disposti con raffinata arte topiaria, formano, a partire dal basso, le immagini di un’ancora e delle tre caravelle di Cristoforo Colombo. Continua a leggere