Ararat, di Frank Westerman (Ararat, 2007, trad. it. di C. Cozzi, Iperborea 2009) è la storia di un’ascensione del famoso monte avvenuta nel settembre 2005, e di tutte le vicende che hanno spinto l’autore all’impresa. Le motivazioni sono nella problematica spirituale del quarantenne Westerman, nel suo abbandono della fede evangelica in età adolescenziale dovuta al conflitto tra narrazione biblica e scienza. Nella società nordeuropea questo conflitto è stato assai più forte che nei paesi cattolici, proprio per il peso che la Bibbia aveva nell’educazione dei giovani e nella vita religiosa delle persone. Qui peraltro dalla storia narrata sono assenti la critica biblica, il dibattito sui generi letterari nelle Scritture, ecc. Da una parte una Bibbia ad litteram, dall’altra Darwin e i geologi. E Westerman è spinto alla Montagna da una forza oscura, quasi vi potesse trovare chissà quale rivelazione. Egli non è credente ma neppure ateo, e non si accontenta di un vacuo agnosticismo: inquieto, parte e va verso una vetta che infine, avvolta nella tormenta di neve, per pochi metri gli sfugge. Un esito altamente simbolico. Continua a leggere
Fabio Brotto
Micronote 5
1. Politica significa sempre sporcarsi le mani. Ma bisogna vedere con che cosa.
2. Per fermare il macigno smosso da Penati ci vorrebbe un Ercole. Non lo vedo. L’Italia di oggi produce al massimo nani Brunelli e Cerchi magici.
3. ”Produzione letteraria”. Solo l’industrialismo poteva generare questa orribile espressione. Un uomo libero dovrebbe rinunciare ad usarla. Ma gli scrittori e gli intellettuali non sono affatto liberi. Anche quelli che si pensano “antagonisti”. Continua a leggere
Specismo
Il bosco, dentro il quale vivano anche specie animali inconciliate con noi, è più naturale e più vitale, perché amplia il concetto di vita e di natura. Anche gli animali hanno un progetto di vita e mirano a realizzarlo. Anzitutto, cercano ciò che gli fa piacere ed evitano ciò che gli dà dolore. In secondo luogo, mirano a riprodursi. Se un’altra specie vivente si attribuisce il diritto di stroncare questi progetti, stabilisce di fatto una graduatoria fra le specie, non molto diversa dalla graduatoria fra le razze, di recente memoria. Non sarà razzismo, ma è specismo. Continua a leggere
L’eccesso del male
Scrivendo sull’ «eccesso del male» non penso anzitutto alle sofferenze che genera l’ingiustizia sociale, a quelle dei prigionieri nei campi di concentramento, a quelle di interi popoli immolati nelle guerre moderne. Penso alla sofferenza privata. I morti delle catastrofi collettive sono anzitutto singole anime che hanno visto avvicinarsi la morte soltanto per loro.
Denunciando il male nella sua dimensione politica, lo si suppone familiare e facile per la singola anima. Gli si inventa un rimedio della sola misura con cui lo si considera: un rimedio politico. Ma forse il favore di cui gode il pensiero politico nella nostra epoca, sotto l’influenza del marxismo e di tutte le ideologie dell’era delle masse e delle maggioranze, risulta da un indebolimento del pensiero stesso, che la questione dell’anima, della sua perdizione e della sua beatitudine ormai ostacola e intimidisce.
Philippe Nemo, Giobbe e l’eccesso del male, Citta Nuova Editrice 1981, p. 9
Aristotele detective
“I primi casi” della (relativamente) fortunata serie di romanzi di Margaret Doody con Aristotele nel ruolo di investigatore. Lo trovo un divertissement ben riuscito, e una lettura piacevole. Prerequisito: aver fatto il classico, e non aver odiato il greco e la filosofia. Questo Aristotele anziano e acuto osservatore degli umani e di tutta la realtà è una figura che molto mi piace. Ho sempre trovato che scrivere romanzi ambientati nell’antichità sia una missione impossibile per tutta una serie di ragioni, anzitutto per la difficoltà estrema che lo scrittore incontra nel tentativo di spogliarsi del sé culturale contemporaneo per dotare i personaggi del sé culturale dell’era cui appartengono. Nell’Atene in dissoluzione in cui sono ambientate le storie della Doody, in effetti, possiamo intravedere alcuni caratteri del nostro mondo attuale, e in particolare proprio il suo avvertirsi come mondo in dissoluzione, ma i personaggi pensano e sentono da Greci antichi, e condividono i valori della loro cultura (per esempio non si sognano di vedere qualcosa di negativo nella schiavitù). Tra l’altro, la lettura di questi testi ci ricorda che la condizione della donna greca non era più emancipata di quella della donna islamica tradizionalista, a cominciare dal velo.
Sessantenni

Un manifesto per i sessantenni (scritto da Federico Campagna, che dichiara di essere un ventisettenne). Mi pare un’operazione inutile e velleitaria. Fosse almeno divertente! Io sono un sessantenne, pienamente convinto che le categorie trentenni, quarantenni, novantenni, centenari, ecc., abbiano un valore sociologico scarso, e politico nullo. Anche a causa di un problema filosofico. Un 59enne, qual ero io lo scorso anno, è più affine ad un 58enne o ad un 61enne? Ovvero: da quando uno è pienamente sessantenne, e fino a quando? Il quando trapassa nel modo. Un medico diventa davvero sessantenne nello stesso momento di un minatore o di un contadino o di un sottoproletario? E un manager, e un giudice? E un uomo ed una donna compiono 60 anni, ma sono sessantenni allo stesso modo? In realtà, è chiaro che il discorso di Campagna è rivolto ai suoi coetanei, nello stesso momento in cui i sessantenni presi di mira sono quelli che furono sessantottini (o meglio che erano adolescenti nel 1968, cioè una particolare generazione). Ma, ahimè, nemmeno questi coetanei sono una classe, e non hanno tutti lo stesso interesse economico, politico e culturale. Il sostanziale fallimento dei moti del Sessantotto e del Settantasette richiederebbe forse un umile studio da parte dei giovani intellettuali bramosi di occupare la scena, ma essi stessi troppo narcisisti, anche quando accusano di narcisismo gli altri.
Congiuntivo
“Io trovo che è un commento non appropriato” [grassetto mio] dice Giulio Tremonti al Meeting di Rimini. Mi colpisce. Ma perché mai l’insigne ministro non dice “trovo che sia“, come dovrebbe? Certo non perché non conosca l’italiano, il motivo deve essere un altro. Il motivo sta nella caduta generale verso l’indifferenziato. Ha ragione Gianni Letta quando pronuncia il celebre detto “tutto precipita”. Così è, e ciò che precipita per primo è il linguaggio, il marcatore della differenziazione. Basta ascoltare attentamente i giornalisti televisivi e gli uomini politici per trovarsi davanti all’evidenza di una profonda mutazione della lingua italiana, cui avevo dedicato una nota nel 2008 (https://brotture.net/?s=pronomi). Il congiuntivo è un modo della complessità, della soggettività che dubita, del rispetto dell’alterità. Un modo che accoglie la natura incerta, ipotetica, probabilistica del reale. Un modo della sottigliezza e dell’indagine. Un modo intimamente dialogico. Questo modo non si addice alla società italiana contemporanea, ed infatti sta scomparendo. Anche la lingua apodittica di Tremonti lo usa sempre più raramente. La comunicazione pubblica e politica si va anzi spostando dal piano puramente linguistico ad uno in cui più che i concetti e le parole contano i toni e i movimenti del corpo. Le parolacce e i gesti volgari di Calderoli & C rappresentano un passaggio decisivo in questa discesa verso l’Averno dell’indifferenziazione.
L’autoritarismo
Uno studio di Jean-Pierre Deconchy e Vincent Dru (L’Autoritarisme, 2007, trad. it. di R. Ferrara, il Mulino 2011). In realtà uno studio di studii, un metastudio, che inizia dalla famosa ricerca di Adorno sulla personalità autoritaria. Dopo una cavalcata sulle analisi, le scale, i sistemi di rilevamento e di elaborazione dei dati, ecc., non è che il concetto di autoritarismo risulti infine particolarmente illuminato. Si tratta in effetti di un concetto estremamente ambiguo, e soggetto ad ogni forma di distorsione ideologica. Mi è piaciuta l’affermazione a pag. 71 a proposito di certe ricerche: “Era dunque forte la tentazione – funzionale e non perversa – di ricorrere ad ogni mezzo per «cancellare» quanto c’è di complesso nel campo sociale, a tutto vantaggio del rigore e della precisione: è l’eterna tentazione degli studiosi di scienze umane”.
Morfologia dell’immaginario

Morfologia dell’immaginario (Arcipelago Edizioni 2009) di Gabriella Brusa-Zappellini è un’affascinante e complessa discesa nelle origini della rappresentazione, dell’immagine e del segno aniconico tracciato su pareti di grotte o su pietra. L’arte paleolitica è lontanissima nel tempo, ma proprio per questo ci attrae, perché l’umano ha avuto una origine, e quell’arte è vicina all’origine. Ma non così tanto, perché le ricerche scientifiche vanno allontanando sempre più nel tempo le prime tracce dell’ homo sapiens sapiens. Così, l’oggetto che questo libro mi ha fatto conoscere e che d’ora in avanti sarà sempre nella mia mente è di 80.000 anni fa. Una incisione il cui significato sarà sempre ipotetico (come quello dei bisonti di Altamira, del resto), ma che sicuramente è geometrica, e forse paleomatematica. Eccola qui: Continua a leggere
Alberi
La via del bosco. Diventare pastore di alberi. Ricercare verdi dimore. Via dalla pazza folla.
Un boschetto di platani in Vallalta. Rara visione, di solito i platani li vediamo bestialmente potati, ridotti a miseri tronchi semispogli e deformi lungo le strade, in tristi file. Mai così, felici in branco, secondo natura. E basta salire sulla cima del colle, e guardare verso l’Adriatico. Vedrai la pianura veneta coperta di asfalto e cemento, i campi sempre più ristretti, i centri commerciali dilaganti, la maledizione dello sviluppo senza guida di ragione.


