Scuola e non scuola 6

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Scuola e non scuola 4

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

San Gennaro

Il miracolo di San Gennaro 

L’interdetto antico non aveva forse, sin dall’inizio, questo significato? Non colpiva forse l’eccesso sacramentale dell’immagine, proprio  nel momento in cui presidiava la miracolosa libertà delle teofanie per segni ed enigmi, in cui realmente accadevano miracoli fra gli uomini e si poteva discutere faccia a faccia con Dio? Dio non si dà nell’immagine-feticcio che ne sostituisce la realtà, rappresentandola. Non c’è sacramento reale, se c’è godimento immaginario.

P. Sequeri in S. Natoli, P. Sequeri, Non ti farai idolo né immagine, il Mulino 2011,  p.130.

Sacrificium primum

 In te la luce, in te muore la pace
pietra squadrata, orgoglio dell’altare.
Rivedi i sacrifici, le miriadi
prostrate all’aura divampante, i sacri
detti di bronzo. Antico un colle
fu salito da deboli piedi. I tuoi davvero,
occhi rinati dalle glebe,
fiore dell’occidente. Rose che morse
l’affanno delle leggi cangianti, il fiume
delle civiltà declinanti. Come potesse
una benedizione avida, illusa
cambiare i mondi. Muto astro d’amore
tinge le spine che carne avida nutre. Continua a leggere

Tempo di cotogne

In cucina mia moglie sta preparando la marmellata di cotogne. Un lavoro di cui le sono grato: questa marmellata mi piace e mi ricorda la mia fanciullezza. Andavo matto per la cotognata, quando ero uno scolaro delle elementari, e mi ricordo quelle piccole confezioni monodose con l’involucro trasparente, quelle protomerendine. Si chiamavano marmellatine, e c’erano anche quelle di ciliegie, pesche e albicocche. Questa della foto deve però essere una riedizione filologica, le merendine sono perfettamente uguali a quelle di allora, ma il ciclista mi sembra avere un aspetto odierno.

La seconda mezzanotte

La seconda mezzanotte

Non scrivo mai di libri non letti, ma per l’ultimo di Scurati devo proprio fare un’eccezione. Ad Antonio Scurati e al suo romanzo Il sopravvissuto avevo dedicato questa mia cronica . Quel romanzo mi era piaciuto, ma i successivi non mi hanno convinto. Ho visto nell’autore una smisurata ambizione, e una sovrastima delle proprie capacità letterarie. Una presunzione sconfinante col narcisismo, e una brama di successo che lo spinge a scrivere storie che devono anzitutto compiacere un ampio pubblico di lettori. Non condanno certo la narrativa di consumo e di intrattenimento, purché non voglia passare per altro, né disprezzo chi la produce, anzi ne posso ammirare le doti, purché non voglia passare per grande scrittore. Si legga come viene presentata l’ultima opera di Scurati, La seconda mezzanotte: Continua a leggere

Filosofia della paura

Non cita mai René Girard il norvegese Lars Svendsen nel suo La filosofia della paura, edito in Italia da Castelvecchi nel 2010 (trad. di E. Petrarca). Ma la paura è un fenomeno mimetico per eccellenza, e lo stesso Svendsen si avvicina alla connessione tra paura e vittima.

Un altro valido elemento che va comunque considerato è che un pericolo diventa degno di attenzione quando c’è qualcuno da incolpare. (p. 61) Continua a leggere

Novant’anni dopo

Un inglese che combatté nella tremenda battaglia di Passchendaele nel 1917 torna a visitare i luoghi del massacro. Novant’anni dopo. Ha 109 anni, ma vede e parla. In quel volto segnato dal tempo e in quelle poche parole sussurrate percepisco più verità di quanta sia contenuta in milioni di discorsi. Harry Patch depone un mazzo di fiori su di una lapide in cui sono scritti i nomi dei caduti tedeschi.

A noi appare lontanissima la Seconda Guerra Mondiale, figurarsi la prima. Ma io sono nato nel 1950, cinque anni dopo la fine della seconda, e mio padre nacque nel 1920, due anni dopo la fine della prima. Harry Patch ha davvero attraversato un secolo, nascendo nel precedente e morendo nel successivo (17 giugno 1898 – 25 luglio 2009), e ha lasciato questo mondo da poco. A 106 anni ha incontrato l’ultimo tedesco sopravvissuto alla battaglia, un uomo di 108 anni, facendo amicizia con lui.

Non posso non pensare al passare dei decenni, ai mondi differenti che si succedono, e a quanto viene preteso, in termini di adattamento culturale, agli esseri umani. Nasci in un mondo, muori in un altro, che non è che uno dei tanti che hai attraversato. Ovvero, tu formi il tuo mondo nel primo decennio della tua vita, ma i decenni successivi trasformano tutto, e tu ti devi adattare a ciò cui non sei stato chiamato. Io sono nato nel 1950, e sono una persona di quel mondo lì. Anche ora, col mio notebook davanti, penso ai cavalli da tiro che ancora popolavano le stradine bianche della campagna veneta di quel tempo, e alle grandi barche dei carbonai veneziani, gli uomini neri che non ci sono più, come tante altre realtà viventi sprofondate nell’abisso del passato.

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Portale

Chissà cosa avrei immaginato da bambino trovandomi qui. Forse un portale conducente ad un regno segreto nel cuore della montagna. Avevo una fervida fantasia, e costruivo mondi immaginari, che condividevo però con fratello e amici. Mio figlio Guido, autistico, non ha un grammo di immaginazione, non ha mai fatto un gioco simbolico, non è mai stato in grado di capire che una macchinina giocattolo è una rappresentazione di un’automobile reale. La straordinaria ricchezza dei mondi fantastici gli è stata preclusa dalla condizione neurobiologica del suo cervello. Per lui non esistono siffatti portali. Simile a un pianoforte senza tasti, con cui è impossibile suonare non solo Beethoven, ma anche una canzoncina dell’asilo infantile.

Precarietà italica

Vado alla scuola di mio figlio Guido, autistico a basso funzionamento e del tutto averbale di 13 anni, che frequenterà la terza media. Ci vado per parlare con la sua nuova insegnante di sostegno e con la nuova addetta all’assistenza. Le cambia entrambe, queste figure fondamentali per lui, e per una persona con autismo i cambiamenti sono sempre difficili. Bisogna prepararli. La sua scuola, la Arturo Martini di Treviso, autonoma quando anni fa la frequentò la mia primogenita, poi aggregata ad un’altra come succursale, quest’anno farà parte di un istituto comprensivo, come ora s’usa per risparmiare. Appena arrivo, ahimè, vedo che l’entrata principale è bloccata: sono in corso lavori di ristrutturazione o sistemazione di impianti, di messa a norma, o cose del genere. Saranno in corso anche durante i primi giorni di scuola. Ottimo per mio figlio, che soffre rumori e confusione, come tutti gli autistici, e non potrà entrare a scuola per la solita porta, e non troverà le persone con cui è abituato ad interagire. Si cercherà di provvedere in qualche modo, gli mostreremo le foto dell’insegnante e dell’addetta, e quella dell’entrata provvisoria, in modo che sia preparato alla novità. Tuttavia, a parte le considerazioni particolari, l’immagine della scuola italiana che si respira qui è deprimente: possibile che ogni inizio d’anno debba sempre avvenire nella provvisorietà, nell’incertezza, nella confusione? Con un sacco di docenti che non sanno ancora nulla della propria sorte. Perché nelle scuole medie si fanno i lavori quando inizia l’anno scolastico, mica in giugno, luglio e agosto. E la direzione scolastica provinciale di Treviso anch’essa per traslocare nella sua nuova sede ha atteso questi stessi giorni, i più problematici e affannosi dell’anno, e i locali che abbandona sono pieni di scatoloni, che sono pieni di documenti, anche di quelli che riguardano le situazioni dei precari che attendono una risposta. E lunedì inizia la scuola. Immagine della condizione dell’intera nazione italiana.