Ipazia, scene III e IV

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Nella laura non c’è nessuno che non onori Aufugus. La sua santità ha un alone di mistero, lui è umile e dolce come un bambino. Tra i monaci qualcuno sussurra che un tempo sia stato un uomo importante, che sia venuto da una grande città. Forse dalla stessa Roma. Orgoglio di pensare che tra loro ci sia un uomo che ha visto Roma. Il padre Pambo manifesta rispetto per lui: non gli ha mai dato una bastonata, mai un rimprovero. Lo tratta diversamente dagli altri. Quella volta che Teofilo mandò un messaggero da Alessandria, con la notizia che Alarico aveva saccheggiato Roma, quando in ogni laura tutti furono sconvolti, quella volta Pambo condusse subito l’inviato alla cella di Aufugus, e là rimasero chiusi per tre ore a consultarsi segretamente, e soltanto dopo la notizia mostruosa fu comunicata agli altri monaci. E tutti sanno che allora Aufugus consegnò al messaggero una lettera, scritta di suo pugno. E molti pensano che contenesse segreti della politica mondiale, conosciuti solo da lui. I monaci intenti al lavoro dalle loro celle vedono Pambo che dopo la sfuriata va da Aufugus. Sentono che c’è qualcosa di strano, una faccenda delicata. Confidano che i due santi uomini la risolveranno con saggezza. Rimangono a colloquio più di un’ora, parlano intensamente a voce bassa. Poi si sente un suono più alto, come se i due anziani stessero pregando tra lacrime e singhiozzi. Ogni fratello china la testa, sussurra una preghiera all’Altissimo: possa Colui che essi servono guidarli, vegli Lui sui suoi servi della laura, provveda alla Sua Chiesa, e al grande mondo che ancora è pagano. Filemone sempre in ginocchio, immobile, aspetta la sentenza. «Il cuore conosce la propria amarezza e alla sua gioia non partecipa l’estraneo». Continua a leggere

Ipazia, scena II

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Prende la strada del ritorno, il ragazzo senza guida. Strada piena di domande infantili. Vaghe, inarticolate, paurose. Giunge al margine dell’altura sotto cui giace la sua casa. Vista piacevole, quella laura solitaria, quella fila di celle di pietra, sotto la perpetua ombra di quel muro di rocce a sud, tra quei vecchi palmeti. Là c’è una caverna che si dirama: cappella, deposito, ospedale. Vicino risplende al sole il verde degli orti dei monaci: miglio, fagioli, prodotti della terra che l’acqua con cura amministrata e il duro fraterno lavoro strappano alle sabbie. Sono proprietà comune, gioia e cura di tutti, quegli orti, come ogni cosa nella laura. Tranne i sette piedi della cella per dormire. Per il bene comune hanno faticato tanto, i monaci. Portando fango nero dalle rive del Nilo in canestri di palma. Liberando gli spazi dalla sabbia. Seminando il suolo artificiale per un raccolto da spartire tra fratelli. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ognuno di loro lavora a intrecciare canestri, la mente ripiena di pensieri alti, divini. Un anziano monaco porta i canestri ai monasteri dell’altra riva, più grandi e più ricchi. Là li scambia con vesti, libri e oggetti che servono per il culto e lo studio. È il ragazzo che porta laggiù l’anziano, una settimana dopo l’altra, con una barchetta di papiro. E allora pesca, seduto, mentre lo aspetta per il pasto comune. Vita di semplicità e letizia, nella laura. Tutto è metodico e ordinato. Venerabile quasi quanto la Scrittura a cui si ispira. A ciascuno sono dati cibo e vestiario, un ricovero, amici e consiglieri. E una speranza vivente nella provvidenza di Dio Onnipotente. Splende davanti ai loro occhi la speranza di una felicità eterna, indicibile. Splende davanti ai loro occhi questa speranza. Notte e giorno, sempre. Quasi tutti i monaci si sono rifugiati nella laura fuggendo dalle loro città corrotte, violente, mondo di tiranni e di schiavi. Da un mondo in decadenza ad un luogo tranquillo, in cui si medita sulla verità e la giustizia, in cui si prega, in cui tutto è messo in comune, un mondo di fratelli. Ma sono fuggiti… dal mondo in cui Dio li ha posti, sono fuggiti nel deserto. Al fondo di tutto c’è sempre un enigma.
Pambo depone il canestro che sta intrecciando e lo guarda.
Filemone, figlio mio, sei in ritardo, dice.
Si trova poca legna in giro, e ho dovuto andare lontano.
Un monaco, dice Pambo, non dovrebbe rispondere prima che gli sia fatta una domanda.
Davanti al tempio, lassù nella valle…
Nel tempio! Cos’hai veduto là?
Nessuna risposta. Lo sguardo di Pambo fisso, nero. Non sarai entrato? Le abominazioni pagane non avranno destato in te… la concupiscenza?
Io… io non sono entrato… ma… ho guardato.
E che cosa hai visto? Donne?
Filemone cerca parole, non le trova.
Ira del padre. Non ti ho forse ordinato di non guardare mai le donne in faccia? Loro non sono forse le primizie del demonio, da cui ci sono venuti tutti i mali? Non sono la sua trappola più sottile? Non sono maledette per sempre, a causa della colpa della prima di tutte loro, per cui il peccato è entrato nel mondo? Le porte dell’inferno le ha aperte una donna. E da allora fino ad oggi là sono loro le portinaie. Ragazzo sventurato! Che cosa hai fatto!
Ma erano solo dipinte sui muri…
Ah! Dice Pambo con un sospiro. Ma come hai potuto riconoscerle come donne, se non ne hai ancora vista una in faccia? Una di quelle figlie di Eva. A meno che tu non mi abbia mentito in precedenza. Ma no, non credo.
Filemone ha un’ispirazione. Forse… forse erano soltanto diavoli. Sì sì, penso che dovevano essere diavoli. Perché erano così belle.
Ah! E come puoi sapere tu che i diavoli sono belli?
Ecco, una settimana fa stavo facendo scendere in acqua la barca, insieme al padre Aufugus. Sulla riva, non molto vicino, là c’erano due creature… Con lunghi capelli… Nero rosso e giallo sui loro corpi, in basso… e stavano raccogliendo fiori sulla riva. Il padre Aufugus non le ha guardate, ha girato la testa. Ma io… Io non ho potuto fare a meno di pensare che quelle erano le cose più belle che io avessi mai visto. E così gli ho chiesto perché non le avesse guardate. Lui mi ha detto che erano proprio quel genere di diavoli che tentarono il benedetto Antonio, il santo. Allora mi sono ricordato di aver sentito leggere di Antonio. Di come Satana si presentò ad Antonio sotto le sembianze di una donna bellissima, per tentarlo. E così… così… quelle figure sul muro potevano essere… sembravano… E ho pensato che potessero essere…
Vergognoso peccato, mortale. Filemone rosso in volto, balbetta, tace.
E tu avresti pensato che erano belle? Oh, profonda corruzione della carne! Oh, perfida sottigliezza di Satana! Che Dio ti perdoni, povero figliolino mio, come ti perdono io. Di qui in avanti tu non oltrepasserai il muro dell’orto.
Disperato il ragazzo. Non riesce a trattenersi, e gli esce un torrente di parole. Rimanere al di qua, non uscire! Impossibile! Come faccio! Sei mio padre… Se non fossi mio padre ti direi che non ti obbedirò. Devo avere la mia libertà! Devo arrangiarmi da solo… devo giudicare da me che cos’è questo mondo di cui tutti voi parlate così male. Non desidero ricchezze e vanità. Se tu vuoi, qui e ora ti prometto che non entrerò mai più in un tempio pagano. Che quando mi passerà accanto una donna nasconderò la faccia nella polvere. Ma devo vedere il mondo. Devo! Devo vedere Alessandria, la grande chiesa madre che è là. E il patriarca, e il suo clero. Se loro possono servire Dio nella città, perché io no? Per il Signore là potrei fare di più di quello che faccio qui… No, non disprezzo questo lavoro. Non sono un ingrato, padre mio… no, no, non ti sarò mai ingrato. Ma io spasimo per andare a combattere. Lasciami andare. Non sono scontento di te, sono scontento di me. Lo so che l’obbedienza è nobile, ma il rischio è più nobile ancora. Se tu il mondo l’hai visto, perché io non dovrei vederlo? Tu sei fuggito dal mondo perché non potevi vivere in mezzo a tutto quel male. E io non potrei fare la stessa esperienza? Di mia volontà allora ritornerei qui per non lasciarti mai più… E tuttavia Cirillo e il suo clero non sono mica fuggiti dal mondo… Il ragazzo adesso ansima in ginocchio. Aspetta le bastonate del buon padre. Le riceverà sottomesso. Come le avrebbe ricevute qualsiasi altro monaco della laura, per quanto venerabile.  Perché Pambo è stato eletto padre di tutti i monaci della laura non a caso, ma dopo un lungo periodo di vita comune: nella preghiera, nello studio e nel lavoro. Ed è giusto obbedirlo. E sempre viene obbedito in tutto, secondo ragione e amore. Ed è nello stesso tempo anche un’obbedienza da soldati, più rigorosa di quella che si deve a re e conquistatori. Forse i monaci sono schiavi e vigliacchi? Basta chiederlo ai legionari romani. Risponderebbero che nessun barbaro armato, goto o vandalo, è più tremendo del monaco della Tebaide disarmato.
Il vecchio solleva il bastone, per due volte. E per due volte lo abbassa. Poi si alza lentamente. Lascia Filemone lì, in ginocchio. Si allontana a capo chino, pieno di pensieri, verso la cella del fratello Aufugus.

Ipazia, scena I

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A trecento miglia da Alessandria. Sulle basse colline dell’entroterra, dove la sabbia continuamente si muove. Là è seduto un giovane monaco. Alle sue spalle il deserto immensa distesa, senza vita senza misura, abbacinante riflesso sull’orizzonte della volta senza nuvole di blu. Non sta ferma ai suoi piedi la sabbia, rivoletti gialli che scendono, mulinelli di fumo giallo dietro di lui, brezze dell’estate potente.
In basso c’è una stretta valle, e sulla parete di pietra che sta di fronte si vedono caverne che sono tombe, e grandi cave antiche, con colonne e obelischi incompiuti, abbandonati dagli operai dei secoli passati. La sabbia scende e si accumula intorno ad essi, le loro cime sono coperte di arida neve. Ovunque silenzio. Desolazione. La tomba di una nazione morta in una terra che muore.
E là lui sta seduto, gioioso, sopra tutto questo, pieno di vita giovinezza e salute e bellezza. Un giovane Apollo del deserto. Indossa una logora pelle di pecora stretta da una cintura di cuoio. Splendono sotto il sole i suoi lunghi capelli neri, sulle guance scure vedi la primavera di una sana virilità. Membra forti e abbronzate, resistenti alla fatica del lavoro, mani dure. Occhi scintillanti rivelano fantasia, passione, pensiero audace: nulla a che fare con questo luogo. Tra le tombe. Che cosa sta facendo là questa splendida giovane vita?
Se lo chiede anche lui, e si passa la mano sulla fronte, a scacciare un sogno. Si alza con un sospiro, si incammina lungo le rocce scrutando il terreno. Cerca legna da ardere per la sua comunità. Deve accontentarsi di sterpi, ma ogni tanto trova frammenti di antiche travi, da una cava o da una rovina. Il legno sta diventando di giorno in giorno più scarso intorno alla laura di Pambo, a Scetis. Prima di aver raccolto la sua quantità giornaliera il ragazzo si trova molto lontano da casa. Lontano come mai prima.
Di colpo, dove la valle stretta piega, una visione ai suoi occhi, nuova. Un tempio, scavato nella parete di arenaria. Una piattaforma cosparsa di travi e di attrezzi che stanno andando in polvere. E qua e là nella sabbia biancheggia un cranio. Forse di qualche operaio massacrato mentre lavorava, in una delle infinite guerre dei tempi lontani.
Pambo è il suo padre spirituale. Il solo padre che lui abbia conosciuto, perché i suoi primi ricordi sono della laura e della cella del vecchio. Pambo gli ha detto che in giro ci sono tanti resti dell’antica idolatria. Gli ha proibito di entrare nei templi – non devi nemmeno avvicinarti! – Ma dall’altura è facile scendere alla piattaforma. Una tentazione tutto quel legno, una bella provvista. Il ragazzo pensa di scendere, raccogliere qualche pezzo e tornare indietro. Dirà a Pambo del tesoro che ha scoperto. Gli chiederà il permesso di ritornare a prendere legna in questo luogo.
Scende. Cerca di tenere gli occhi bassi, e vede e non vede. Blu e cremisi le antiche immagini dipinte impure e attraenti. Splendono ancora nella desolazione, l’aria secca non le offende. Giovane è, e curioso. E il diavolo sulle menti giovani lavora. Il diavolo, che lui sente continua minaccia, da cui invoca liberazione notte e giorno. Si fa il segno della croce e prega: «O Signore, distogli il mio sguardo, che non si posi sulle vanità!». Così prega, ma guarda. E chi potrebbe non guardare quei quattro re colossali? Siedono corrucciati, sulle ginocchia immense mani, il loro riposo senza fine sostiene la montagna sulle loro teste. I loro grandi occhi fissi su di lui: come potrebbe chinarsi a raccogliere la legna sotto quegli sguardi?
Intorno alle ginocchia e ai troni mistici caratteri incisi. Simboli, righe di simboli. L’antica sapienza d’Egitto. Se l’uomo di Dio Mosè l’aveva conosciuta allora, perché lui ora no? Ma cosa conosce lui del grande mondo, del passato del presente del futuro? Solo un misero frammento, una briciola. Quei re seduti, grandi, loro devono aver saputo tutto. Le loro labbra sottili si stanno aprendo per parlargli. Ditemi! Ditemi! Il loro sorriso diviene un ghigno, scende su di lui da quelle altezze di potere e di sapienza. Un tranquillo disprezzo per un giovane straccione che sta lì, a raccogliere i resti della loro maestà. Lui non osa più sollevare lo sguardo ai loro volti. Guarda al di là di loro, dentro gli spazi vuoti del tempio. Un abisso di verde ombra fresca, pilastro dopo pilastro, sempre più profondo, una notte. Ma da muri e colonne si rivelano ai suoi occhi arabeschi stupendi lunghe linee di storie dipinte: trionfi e opere, file di prigionieri dalle vesti straniere strane, e strani animali, e tributi da terre lontanissime. E schiere di dame alle feste, la testa coronata di fiori, in ogni mano fiori di loto, e schiavi con vino e profumi. Bambini seduti in grembo alle donne, e a fianco i loro mariti. E fanciulle danzanti vestite di nulla, cinte d’oro, in mezzo alla folla le membra sinuose.
Che significa tutto questo? Perché tutto questo è accaduto? Perché per secoli e millenni il grande mondo è andato avanti così? Bere, mangiare, sposarsi, senza conoscere nulla di meglio… Ma come potevano conoscere che c’è qualcosa di meglio? I loro antenati avevano perduto la luce. Tanto tempo prima che loro nascessero. E Cristo è venuto tanto tempo dopo la loro morte. Come potevano conoscere? E adesso tutti loro sono nell’inferno, tutti. Ognuna di quelle dame che si vedono là, coi loro riccioli, le ghirlande, i collari spendenti e i fiori di loto e le vesti diafane. E quella là che mostra il suo corpo snello, che da viva sorrideva dolcemente e si muoveva con grazia e ha avuto amore e bambini e amiche, e mai nemmeno una volta ha potuto pensare a quello che le sarebbe accaduto alla fine. Quello che doveva accaderle. Lei, quella, lei ora è all’inferno, tra le fiamme per sempre, per tutta l’eternità, là nell’inferno abisso sotto i suoi piedi. Fissa le pietre del pavimento. Vorrebbe passarle con lo sguardo. Se l’occhio della fede potesse arrivare laggiù… Eccola nelle fiamme divoranti, che si contorce, che brucia come un tizzone. Una agonia che non finisce mai. Provarla per un momento, per sapere… E trema. Una volta si è scottato col fuoco le mani. Ricorda il bruciore, ricorda bene cosa è stato. E lei sta sopportando un dolore diecimila volte maggiore, e per sempre. Lei grida, che gli diano una goccia d’acqua per raffreddare la lingua. Un grido. Un urlo che non ha mai sentito da un essere umano. Tranne una volta. Quando un ragazzino che faceva il bagno nel Nilo è stato tirato giù da un coccodrillo. Era lontano, presso la riva opposta del fiume. Gli è giunto debole quell’urlo, ma terribile, intollerabile per giorni e giorni risuonando nelle orecchie. E che orrore risuonerà per sempre per quelle volte di fuoco. Lui non regge il pensiero. Ma come può essere? Per il peccato di Adamo milioni di esseri umani bruciano per sempre. Dio fa questo, Dio è giusto?
Dio mio, è stata una tentazione del Nemico? Sono entrato nello spazio proibito, dove ci sono i demoni. Sono qua, loro, intorno ai loro antichi santuari… Ho permesso ai miei occhi di godere le abominazioni dei pagani! Ho concesso uno spazio al demonio! Devo scappare a casa, confessare tutto al padre. Mi punirà come merito, pregherà per me. Mi perdonerà. Ma potrò dirgli tutto? Oserò confessargli la verità intera? Questa fame di conoscenza che mi divora… Vedere il grande mondo. La mia fame è cresciuta lentamente, giorno dopo giorno. Adesso fa spavento. Non potrò più restare nel deserto. Ma questo mondo che ha mandato tutte queste anime nell’inferno, questo mondo davvero è così cattivo come dicono i monaci? Deve essere cattivo, altrimenti come potrebbero essere questi i suoi frutti. Ma è un pensiero tremendo, troppo per poter essere accettato così semplicemente sulla parola… No! No! Devo andare. Devo vedere.

Micronote 38

zab

1. Troppe cose si dovrebbero sapere, e non si può.

2. Leggete, scrittori, leggete buoni libri. E quando avete l’impulso di mettervi a scrivere, trattenetevi, e tornate a leggere.

3. Le profondità di certe filosofe alla moda sono così abissali che a sondarle non basta un decimetro.

4. La storia umana è inconcepibile se si prescinde dall’idea di fallimento.

5. L’arte di ragionare distinguendo. Perduta. Continua a leggere

La conoscenza tragica in Euripide e in Sofocle

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In questo libro sulla visione tragica di Euripide e Sofocle (Transeuropa 2013), Giuseppe Fornari continua nel processo di rimodulazione del suo rapporto con René Girard (che avrebbe «fatto dell’intera cultura umana il suo capro espiatorio», pp. 371-372), dal quale si va allontanando da anni, pur rimanendo legato ad alcuni elementi fondanti della teoria mimetica. Un’analisi accurata del testo potrebbe mettere in luce con facilità tutti i passaggi e le articolazioni del discorso di Fornari che si prestano ad una interpretazione mimetico-rivalitaria, nei termini dell’allievo che vuole rendersi indipendente dal maestro minimizzando il debito nei suoi confronti nello stesso momento in cui lo riconosce (vedi l’accusa mossa a Girard di narcisismo apocalittico, p. 376 ). Qualche anno fa ho svolto una critica delle idee di Fornari con una lettura del suo Filosofia di passione e la ritengo ancora valida in riferimento alla sostanza di questo libro sulla tragedia greca. Non ripeterò qui questa critica. Trovo impressionante la crescita in Fornari di una sorta di risentita hybris, quella di colui che ritiene di essere portatore di una luce, di una conoscenza vera in grado di aprire nuovi mondi, e la vede non accolta dalle tenebre delle istituzioni culturali dominanti. Evangelista misconosciuto di un nuovo metodo di lettura dei miti e dei riti, Fornari si colloca in una posizione instabile e pericolosa tra antropologia e filosofia, e avanza teorie, come quella della mediazione estatica, risalente ad eventi sacrificali originari e originanti, del tutto inaccessibili e speculativi, che nessuna scienza contemporanea potrà mai accogliere. Fornari pensa che la tragedia greca sia portatrice di un altissimo messaggio, che si pone ad un livello di consapevolezza dell’umano che è appena sotto quello che sarà espresso dal Nuovo Testamento. E il mondo moderno è oggetto di dure accuse: «E per non farci sfuggire questo messaggio postremo e postumo dobbiamo deporre l’insopportabile habitus moderno di giudicare dall’alto di una superiore consapevolezza teorica e storica. Sarebbe infatti ironicamente illusorio pensare che noi moderni si sia in una condizione superiore di spettatori, benevolmente disposti a qualche storicismo generico o a qualche estetismo letterario, quando è questa genericità compiaciuta a dimostrare un’inferiorità disastrosa al compito a cui le nostre conoscenze ci chiamerebbero.» (p. 179)
Ovviamente la “superiore consapevolezza teorica e storica” Fornari la deve riconoscere a se stesso, altrimenti il suo discorso non avrebbe alcun senso.

Hypatia

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La traduzione mia lentissima e non fedele inizia oggi così:

A trecento miglia da Alessandria. Sulle basse colline dell’entroterra, dove la sabbia continuamente si muove. Là è seduto un giovane monaco. Alle sue spalle il deserto immensa distesa, senza vita senza misura, abbacinante riflesso sull’orizzonte della volta senza nuvole di blu. Non sta ferma ai suoi piedi la sabbia, rivoletti gialli che scendono, mulinelli di fumo giallo dietro di lui, brezze dell’estate potente.
In basso c’è una stretta valle, e sulla parete di pietra che sta di fronte si vedono caverne che sono tombe, e grandi cave antiche, con colonne e obelischi incompiuti, abbandonati dagli operai dei secoli passati. La sabbia scende e si accumula intorno ad essi, le loro cime sono coperte di arida neve. Ovunque silenzio. Desolazione. La tomba di una nazione morta in una terra che muore.
E là lui sta seduto, gioioso, sopra tutto questo, pieno di vita giovinezza e salute e bellezza. Un giovane Apollo del deserto.

 

Micronote 37

zab

1. Quando una potenza minore che sta ai confini di un grande impero osa sfidarlo direttamente, allora i casi sono sempre due: o le grandi potenze nemiche di quell’impero scendono direttamente in campo, e ne nasce una grande guerra; o le grandi potenze nemiche si limitano a lanciare moniti e a incoraggiare la potenza minore, lasciando che il grande impero la soggioghi. Tutto dipende dalla percezione degli interessi supremi in gioco.

2. Vittorio Sgarbi ha svolto un ruolo importante nella distruzione di quel poco di serio che restava nella cultura italiana. E soprattutto ha contribuito alla distruzione in Italia della più completa espressione della civiltà occidentale: la civile conversazione. Egli è convinto che abbia ragione chi grida più forte, che gli avversari si distruggano mediante insulti-mantra ripetuti, e che la ripetizione semplice di una idiozia la trasformi in un’argomentazione. Continua a leggere

Fra i boschi e l’acqua

Fra i boschi e l'acqua

Between the Woods and the Water (trad. it. di A. Bottini e J. M. Colucci, Adelphi 2013) uscì nel 1986. Ma i fatti che narra, accaduti durante il lungo viaggio a piedi di Patrick Leigh Fermor diciannovenne verso Costantinopoli attraverso l’Europa danubiana, avvennero nel 1934. Il lettore rimane affascinato da quel mondo di proprietari terrieri, contadini e zingari, un mondo sul quale si stanno addensando le ombre funeste di ciò che sarebbe avvenuto dieci anni dopo. Un mondo destinato all’annientamento. Le memoria e un diario di viaggio aiutano lo scrittore a rievocare mesi splendenti,  l’incanto di una giovinezza avventurosa e aperta al contatto con l’umanità diversa e all’amicizia. Fermor è un coraggioso–come dimostrerà da paracadutista a Creta nel 1941, con un’impresa leggendaria contro i tedeschi–: non è certo da tutti dormire tranquillamente da soli sotto le stelle sui monti della Transilvania, tra gli orsi e i lupi, in una foresta sconosciuta. Nel corso del viaggio, il giovane trova spesso tetti ospitali, conversazioni interessanti, ragazze gentili e nobili signore. E vive una intensissima e brevissima storia d’amore. Nessun romanticismo, però: la sobrietà di Fermor accresce l’incanto, e trasferisce nel lettore un senso acuto di nostalgia. Solo ai grandi è concesso questo potere.

Il cardellino

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 Il cardellino di Donna Tartt esce ora in Italia da Rizzoli, dopo essere uscito negli Stati Uniti nell’ottobre 2013. Diffidente delle traduzioni affrettate, data anche la mole dell’opera e il suo spessore linguistico e narrativo, l’ho letta nella lingua originale, The Goldfinch. A cinquant’anni, la Tartt ha scritto solo tre romanzi, e questo è il frutto di una elaborazione lunghissima. Il lavoro sulla struttura e sulla composizione di ogni paragrafo, dal lessico alla grammatica, traspare in modo evidente. Un libro che richiederebbe un traduttore geniale, e un lavoro di anni per una versione italiana accettabile: su questo non aggiungo altro. La scrittrice ha più volte dichiarato che i suoi modelli sono alti: nientemeno che Dickens e Dostoevskij: la freccia deve essere scagliata verso il sole perché vada più lontano. I temi dell’opera, che si intrecciano fra loro fin dall’inizio, sono quelli fondamentali della condizione umana: anzitutto la sventura, che colpisce il giovane protagonista quando, ragazzino, accompagna la madre amatissima ad una mostra di quadri, tra i quali il piccolo meraviglioso Cardellino di Fabritius, e un mostruoso attentato terroristico, una devastante esplosione, la uccide. Al tema della sventura è associato quello della sorte, del caso o del fato, e dell’interpretazione degli eventi. Il ragazzo, il protagonista, che ventiseienne è la voce narrante della storia, ha un nome per eccellenza teoforico, quello di Theo(dor). Egli nel corso della vicenda che ci racconta (possiamo sospettare che menta? No. Ma possiamo dubitare che le cose siano andate esattamente come lui le presenta? Forse, e questo per me è il punto maggiormente problematico, che riguarda per principio ogni io narrante) compie e non-compie atti decisivi. Il primo per ordine di importanza è quello che avviene nel corso della catastrofe iniziale: tra le rovine si porta via il quadro di Fabritius, il Cardellino, e lo terrà nascosto per anni. Sul tema dell’amore per la giovane musicista Pippa, dell’amicizia con l’ucraino apolide disadattato, alcoolizzato e gangster Boris, e sul rapporto con l’antiquario Hobie si potrebbe scrivere molto, così come su vari personaggi di secondo e terzo piano, e sulle polarità e reazioni chimiche che si intersecano e si determinano di passo in passo, a cominciare dal rapporto col padre, giocatore d’azzardo. Polarità che sono anche di luoghi, e di geografie: dalla New York intellettuale ai vuoti spazi di Las Vegas, ai canali di Amsterdam che descrivono cerchi (infernali?). E ovunque sono i temi della bellezza e dell’arte, della verità e della falsificazione. È un romanzo poderoso, con personaggi disegnati con arte, e la maturità di scrittrice di Donna Tartt mi pare completa e mirabile. Infine il lettore rimane spiritualmente arricchito e inquietato, e gli resta nella mente la visione di quel cardellino, il deus ex machina della vicenda: un animaletto che non è in gabbia, sembrerebbe libero, ma al quale una sottile piccola catena legata ad una zampina non consente di spiccare il volo.

Unstrange Minds

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Roy Richard Grinker, figlio e nipote di psichiatri e psicoanalisti, e marito di una psichiatra, è un antropologo culturale, direttore dell’Institute for Ethnographic Research della George Washington University. Ed è anche il padre di Isabel, una ragazza autistica. Il suo libro Unstrange Minds (Basic Books 2007) è certamente uno dei più belli che io abbia letto sull’argomento autismo. È una storia familiare, una delle tante che ruotano intorno ad un figlio o ad una figlia con autismo, ma è anche una ricerca, ampia e interessante. Poiché Grinker è un antropologo, non può non osservare l’autismo anche come fenomeno culturale. Così egli si muove dall’Africa tribale all’India e alla Corea, scoprendo come il fenomeno dell’autismo si declini nei modi tipici di ogni società, e come l’aspetto culturale determini in modo impressionate non solo la condizione di vita delle famiglie delle persone con autismo, ma la realtà dell’autismo stesso. Non è assolutamente la stessa cosa essere autistici in un villaggio Zulu o a Città del Capo, in un villaggio nella giungla indiana o nella metropoli di Delhi, nelle colline della Corea o a Seoul: in genere la condizione di vita per gli autistici è migliore nelle zone rurali, fatta salva la pesante influenza della medicina e della magia tradizionali. Unstrange Minds è un testo che discende da una mente aperta, e chiede apertura mentale–una merce rara ovunque, e anche tra coloro che si occupano di autismo.
Grinker fornisce fin dall’inizio al lettore alcuni punti fermi. «Non si può osservare l’autismo sotto un microscopio o scoprirlo con un test di laboratorio. L’unica evidenza che abbiamo dell’autismo di qualcuno è il suo comportamento individuale. Vi è scarso accordo, perfino dentro una singola cultura, circa che cosa sia esattamente o come lo si debba trattare. Così, quando iniziamo ad andare in panico per l’aumento nella prevalenza di certe condizioni o disturbi è bene ricordare che la maggior parte delle diagnosi psichiatriche sono essenzialmente soltanto descrizioni e classificazioni basate sui comportamenti che determinati clinici hanno osservato e scelto di enfatizzare in un particolare punto nel tempo, ed essi possono anche riflettere i condizionamenti personali e culturali dei singoli clinici. La descrizione di un certo paziente da parte di un clinico, e di qui la diagnosi assegnata a quel paziente, può variare considerevolmente dalla descrizione dello stesso caso fornita da un altro clinico, anche quando entrambi i clinici appartengano alla medesima cultura. Variazioni molto più ampie nelle diagnosi si osservano nel passaggio tra culture differenti. Molte società, per esempio, non hanno nemmeno una parola per autismo, mentre in altre i sintomi dell’autismo non vengono pensati come anormali, ma piuttosto come divini o spirituali. » (pp. 2-3)
Come spiega a p. 11, Grinker osserva l’autismo come un fenomeno globale, e non soltanto come un disturbo neurobiologico ma come un gruppo di sintomi che sono diventati particolarmente significativi in tempi e luoghi determinati. Nel libro dunque non potevano mancare elementi di storia della sindrome, e vi sono belle pagine sulla vita di Kanner e di Asperger, non prive di umorismo e sottigliezza psicologica. Viene affrontata brillantemente la questione della supposta epidemia di autismo, giustamente posta in relazione al crollo delle diagnosi di ritardo mentale e alle modalità in cui, anzitutto negli USA, sono gestiti gli interventi assistenziali dei singoli Stati. Una ricerca storica in questo campo, unita ad una razionalizzazione nell’uso delle categorie di prevalenza e incidenza, mostra secondo Grinker come non vi siano i dati per parlare di epidemia di autismo: sono le categorie psichiatriche che si muovono, e il caso dell’isteria, un tempo male comune delle donne occidentali e oggi sparita come categoria diagnostica, dovrebbe rendercene edotti. L’autismo è una epidemia culturale. Rimangono forti pulsioni di massa, anche tra i genitori, e sono ben spiegabili: «Non so con certezza perché la gente resista tanto all’idea che l’autismo autentico possa essere rimasto numericamente stabile nel corso degli anni, e che non esista una reale epidemia. Forse la gente non vuole abbandonare la speranza che, se soltanto potessimo trovare la causa dell’”epidemia”, allora potremmo aiutare questi bambini. Potremmo eliminare le tossine, controllare e rendere affidabili le multinazionali, fare qualcosa per invertire la tendenza. Se non vi è alcuna reale epidemia, allora dovremmo ammettere che non vi è alcuno su cui riversare la colpa. Il desiderio della gente è comprensibile. Ma noi non possiamo trovare soluzioni reali se basiamo le nostre idee su false premesse e cattiva scienza» (p.172). Siamo perfettamente d’accordo: è la logica del capro espiatorio, cui sempre gli umani in difficoltà fanno ricorso. Ma il libro è ricchissimo di argomenti e personaggi, da leggere assolutamente.