Micronote 41

zab1. Purtroppo non esiste la coscienza in sé, uguale per tutti gli individui in ogni tempo e luogo. Le coscienze si formano fin dall’infanzia, nella famiglia, nella scuola, e nelle relazioni. Le coscienze non producono spontaneamente etica come le api secernono il miele. E in una società in cui tutti i punti di riferimento stanno crollando è inevitabile che venga a mancare un’etica comune di riferimento. In altre parole, siamo spacciati.

2. Un postulato: qualsiasi terapia dell’autismo venga offerta alle famiglie, per quanto bislacca e priva di evidenza scientifica e di seri fondamenti sperimentali, troverà sempre un certo numero di sostenitori convinti, appassionati, e talvolta fanatici. Vale per tutte le terapie, per tutte le ricette, per tutte le fedi.

3. La verità fondamentale del Cristianesimo è questa: il fatto di amare quelli che stanno per crocifiggerti non gli impedirà di crocifiggerti. Il Cristianesimo consiste nell’amare quelli che ti crocifiggono, e nel perdonarli perché non sanno quello che fanno, non nel dire che in fondo tutti sono buoni e basta accogliersi e parlarsi. Per questo, il Cristianesimo è umanamente impossibile.

4. Nelle  polemiche sulll’art.18, si vede all’opera il pensiero riduzionista, che ha un disperato bisogno di ridurre le cause ad una, possibilmente legata ad un capro espiatorio da dare in pasto alla massa. Purtroppo la realtà è complessa e “strikes back”.

5. Mai dal secondo Ottocento si sono viste in Occidente tante barbe (in tutte le fasce d’età, quella sessantottesca era generazionale). Basta guardare i maschi della pubblicità: gli sbarbati sono una infima minoranza. E il motivo è chiaro: nell’indifferenziazione odierna la barba è l’unico elemento sicuramente maschile interdetto alle donne. Almeno a quelle che vogliano restare tali.

6. La crisi educativa del nostro Paese è tutta qui. L’assenza di una cultura della responsabilità. Dio chiede a Caino “Dov’è tuo fratello?”, noi rispondiamo “Sono forse il guardiano di mio fratello?”. Che nel linguaggio corrente equivale a: “Chi se ne fotte?”

7. Vedendo quel che accade in Senato, ascoltando le voci dei senatori, le volgarità e stupidaggini che escono dalle loro bocche, e guardando i loro gesti infantili e volgari, non si può non pensare che l’unico argomento che si addice loro sia il calcio. Infatti non percepiscono nemmeno la differenza tra il luogo in cui stanno per mandato elettorale e quello cui è diretto il loro vero interesse. Essi sono, anche in ambito politico, puri tifosi, e in questo sono degni rappresentanti di un popolo che ha perduto ogni dignità e ogni moralità.

8. Berlusconi, Grillo, Renzi: tre differenti incarnazioni della menzogna organica, che il sistema Italia produce senza sosta.

9. La cultura radical-borghese è incredibile: decenni di lotte per disgiungere amore e matrimonio (la tomba dell’amore) e per demolire l’ideologia della famiglia, e ora lotta per garantire ai gay il diritto che il loro amore sia riconosciuto col matrimonio. C’è da perdersi.

10. Anche al di fuori di un contesto religioso dichiarato, sempre gli umani cercano senza sosta nuove colpe e responsabilità di altri umani.

11. Il nostro mondo mediatico-immaginale penalizza severamente la serietà, escludendola – come “seriosità” – dall’ambito del visibile, ed esalta acriticamente, di contro, da un lato la leggerezza, e dall’altro, perversamente e con falsa coscienza, la crudeltà. Lo sanno bene anche i tagliatori di teste del Califfato.

12. La sconcertante sensazione che qualcosa nella Chiesa non vada, nel profondo. Questi preti che si danno un gran da fare, che muovono mari e monti, forse alla fine incontrano sempre lo spirito di Mammona.

13. Ci sono i club “Forza Silvio” e i fan inneggiano a Silvio, Matteo, ecc. È lo spirito dei tempi. Le bariste sconosciute dicono “ciao” al cliente sessantenne… Lo chiamo “il mondo della falsa prossimità”.

14. C’è un oscuramento generale della razionalità politica, e la legge è un fantasma irreale che si evoca a proprio piacimento. Marino incarna lo spirito relativistico e pressapochistico dell’Italia di oggi. Alla fine in questa prospettiva prevale la forza.

15. Se nessuna cultura umana è superiore alle altre o migliore delle altre, ma si può parlare solo di differenze, questo deve valere anche rispetto al passato, e si deve affermare che la cultura greca, basata sulla schiavitù e sulla subordinazione della donna, era diversa dalla nostra, ma non inferiore. Lo stesso per la cultura del nostro medioevo. Lo stesso per la cultura islamica. Ma se è così io ho tutto il diritto di dire che preferisco una società in cui il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia ritenuto un abominio, perché se non esiste migliore e peggiore, ma solo differente, ogni scelta è possibile e lecita. Io invece penso che la categoria peggiore-migliore sia inevitabile, e che il pensiero attuale su questi temi sia sostanzialmente auto-contraddittorio e aporetico.

16.  Bisognerebbe trattare la scrittura di poesie come si trattano i reati, e parlare di presunta poesia e presunto poeta, finché non sia passata una generazione, diciamo.

17. Un fenomeno interessante da numerosi punti di vista (antropologico, sociologico, ecc.) che riguarda i social media è questo: l’emergere di una massa di persone che, non sapendo nulla di alcuna materia, ed essendo totalmente inconsapevoli della propria abissale ignoranza e dei propri limiti umani e caratteriali, si accaniscono a discutere di ciò che non conoscono, si impancano a maestri, e impartiscono lezioni al mondo pontificando di questo e di quello, e soprattutto esprimono un insano irreprimibile bisogno di denunciare e linciare capri espiatori di ogni sorta. I social media sono la più potente struttura ideata dagli umani per far circolare il risentimento generando rivalità. Non è detto che questa funzione sia a priori negativa.

18. La tragedia dell’umanità è qui: che per salvare l’umanità dall’orrore a volte bisogna combattere e uccidere.

19. Trovatemi un ordinamento giuridico nel quale l’amore tra due persone sia condizione necessaria perché possano contrarre matrimonio. Non lo trovate? Dunque il matrimonio non si fonda sull’amore.

Ipazia, scena XV

91eZc+mnoCL._SL1500_Lungo la corrente del Nilo scende Filemone coi suoi nuovi compagni, i goti. Una dopo l’altra, lungo le rive, appaiono antichissime città, ora ridotte a villaggi. Anche i campi sembrano aver perso la fertilità, oppressi dallo sfruttamento romano e dal malgoverno. È sera quando imboccano il grande canale di Alessandria. Scivolano tutta la notte tra le ombre stellate del lago Mareotide, e all’alba si trovano tra le innumerevoli alberature e i rumorosi moli del più grande porto del mondo.

Questo per il giovane monaco è il primo volto del mondo. Folla variopinta di stranieri, frastuono di lingue diverse, dalla Spagna alla Crimea, immense pile di mercanzia, mucchi di grano, massicce sagome di navi granarie dalle alte murate. Vedendo queste cose, e molte altre, Filemone pensa che il mondo a prima vista non sembra meritare solo disprezzo, come gli avevano insegnato i fratelli del deserto. Gruppi di schiavi neri davanti a mucchi di frutta. Ridono e chiacchierano sul molo, in attesa di ordini. Loro certo non pensano che essere stati tolti alla fatica nei campi per questa vita nella città sia stato un cambiamento in peggio… Filemone distoglie lo sguardo da questa vanità. Ma ovunque lo posa, lo sguardo accoglie una nuova vanità. Si sente oppresso dalla moltitudine di cose nuove, stordito dal chiasso. Fatica a concentrarsi abbastanza per cogliere la prima occasione di fuga. Ma lo sforzo gli riesce, e approfittando della folla e della confusione tenta di allontanarsi dalla pericolosa compagnia.

Ehi là! ruggisce Smid l’armiere, inseguendolo. Non te ne stai mica andando via senza un saluto?

Fermati qua con me, ragazzo! dice il vecchio Wulf. Io ti ho salvato, e tu sei un mio uomo.

Filemone si gira. Esita. Io sono un monaco, dice, un uomo di Dio.

Puoi esserlo ovunque. Io farò di te un guerriero.

Filemone pensa che in Alessandria gli serviranno molte più armi spirituali di quelle che gli bastavano nel deserto. Le armi della mia guerra, risponde al goto, non hanno a che fare con la carne e il sangue: sono la preghiera e il digiuno. Lasciami andare! Io non sono fatto per il vostro genere di vita. Ti ringrazio e ti benedico, signore. Pregherò per te. Ma lasciami libero!

Ruggisce uno dei goti: Dannato cane vigliacco! Principe Wulf, perché non hai lasciato che lo sistemassimo a modo nostro? Dovevi aspettartela una gratitudine del genere da un vile monaco!

Devo finire di divertirmi con lui, dice Smid. E scaglia un’ascia mirando alla testa di Filemone. Ma il giovane ha riflessi fulminei e la schiva, e l’ascia sbatte contro un muro di granito.

Bella schivata, dice freddo Wulf. Marinai e donne del mercato si mettono a gridare. Accorrono funzionari, agenti e guardie del porto. Ma l’Amalo dalla poppa della nave tuona: Non preoccupatevi, ragazzi! Noi siamo solo un gruppetto di goti, e stiamo anche andando a rendere visita al prefetto

Siamo solo goti, cari amici cavalcatori di somari, gli fa eco Smid. A quel nome temibile tutti cercano di apparire tranquilli, e si ricordano di avere pressanti impegni altrove.

Lasciatelo andare, dice Wulf, lasciate che il ragazzo se ne vada. Io non ho mai riposto totale fiducia in un uomo, mormora a se stesso, ma questo mi ha davvero deluso. E da lui non devo aspettarmi null’altro. Andiamo, gente, andiamo a sbronzarci!

Ora che potrebbe andarsene, ovviamente, Filemone desidererebbe restare. In ogni caso, sente l’obbligo di tornare indietro a ringraziare i suoi ospiti. Torna veloce, e trova Pelagia col suo gigantesco innamorato. Stanno salendo su una portantina. Filemone si avvicina con gli occhi bassi alla bellissima donna occhi di basilisco, e riesce a dire qualche parola convenzionale di saluto. Lei subito gli rivolge un ammaliante sorriso. E gli dice: Prima di andartene, dicci qualcos’altro di te. Tu parli un greco così bello, che sembra ateniese puro. È così piacevole udire di nuovo il proprio accento… Sei mai stato ad Atene?

Da bambino… ricordo qualcosa…

Cosa ricordi? chiede Pelagia, evidente ansia.

Una grande casa in Atene. E una grande battaglia. Un caos. E di essere venuto in Egitto su una nave.

O Cielo! esclama Pelagia, e dopo una pausa: Che strano. Ragazze, chi ha detto che lui mi assomiglia?

Non volevamo offendere nessuno, se l’abbiamo detto era per scherzo, sussurra una delle ancelle.

Mi assomiglia! Tu devi venire da noi. Io ho qualcosa da dirti… Devi assolutamente venire da noi!

Il tono della donna rivela un fortissimo interesse, e Filemone lo fraintende. Non si ritrae, ma fa un gesto involontario di riluttanza. Pelagia ride. Non essere così vanitoso da immaginarti chi sa cosa, ragazzino, ma vieni da noi! Pensi forse che io sappia parlare solo di argomenti frivoli? Io abito… e nomina una strada alla moda. Filemone in cuor suo fa voto di non accettare l’invito, ma non può evitare di prender nota di quel nome.

Lascia quel pazzo, vieni via, ringhia l’Amalo dalla portantina. Non starai mica pensando di farti monaca?

Certo che no, almeno finché nel mondo ci sarai tu, l’unico vero uomo che io abbia mai incontrato, risponde Pelagia salendo agilmente sulla portantina. Mostrando maliziosamente una bellissima gamba, una freccia per Filemone, come fanno coi loro archi i Parti in ritirata. Ma Filemone non vede, è già stato travolto da una folla indaffarata e allegra, tra cesti, casse e gabbie di uccelli. Vuole solo andarsene, in mezzo a quella Babele, e trovare la strada verso la casa del patriarca. Deve chiedere a qualcuno.

Proconsul

amnh2 Da sinistra, Shivapitekusu, proconsole

Nella mente di ogni persona adulta abitano parole che richiamano aspetti e scene della fanciullezza, diciamo dei primi dieci anni di vita. Per lo più si tratta di parole comuni, talvolta interessanti solo per l’accento con cui venivano pronunciate da qualcuno, o per il contesto. Le più interessanti sono quelle strane, desuete, poco frequentate. Un esercizio piacevole è andare a ripescarle, anche se spesso riemergono spontaneamente, come ben si sa. Sono sempre legate ad immagini e sensazioni che colpirono la nostra fantasia di bambini. Negli anni Cinquanta mio padre comprava regolarmente il settimanale Epoca, che conteneva spesso articoli di divulgazione scientifica, con illustrazioni. Quando avevo sette od otto anni, uscì una serie sulla preistoria,  che potei leggere, e che rilessi poi per anni (mio padre faceva rilegare gli inserti). Un termine tra gli altri mi si fissò nella mente: proconsul.  Proconsul africanus, un primate del miocene, presentato come un remoto antenato dell’uomo. Ricordo anche che non fu possibile parlarne coi compagni di classe, scarsamente interessati alla paleontologia. Non essendo autistico, tuttavia, capivo le loro ragioni. Condividevamo molti altri interessi.

Il museo dell’innocenza

Il museo dell'innocenza

L’ha realizzato davvero il suo Museo dell’innocenza, Orhan Pamuk ad Istambul. Un museo di oggetti semplici, quotidiani, maniacalmente collezionati, che rivelano anche lati ossessivi, come le migliaia di mozziconi di sigaretta esposti.  Il romanzo (trad. it. di   Barbara La Rosa Salim, Einaudi 2009) è legato al museo reale, un intreccio che lo rende unico nella storia della letteratura mondiale. Ma unicità non significa grandezza, e a mio modo di vedere questo non è un romanzo grande, a parte la mole. La voce narrante è quella del protagonista Kemal, inizialmente un trentenne ricco imprenditore, mentre lo stesso Pamuk è tra i personaggi secondari e alla fine assume un ruolo decisivo. La storia, che inizia nel 1975, è quella dell’amore devastante di Kemal per Füsun, inizialmente bella commessa diciottenne, aspirante attrice. Kemal sta per celebrare un fastoso fidanzamento ufficiale con la sua ragazza, Sibel, che ha tutte le doti per essere la donna della sua vita: bella, intelligente, colta, innamorata, compassionevole e pronta anche a sacrificarsi per lui. Ma lui si innamora di Füsun, e inizia una breve intensa relazione, progettando anche di continuarla dopo il matrimonio con Sibel, cui non intende comunque rinunciare. Commette una sorta di peccato di tracotanza, e ne riceve la punizione: dopo la festa di fidanzamento Füsun scompare. Lui la cerca disperatamente, sta male, e per mesi fa soffrire la povera Sibel che in tutti i modi cerca di aiutarlo. Infine la ritrova che vive nella casa dei genitori ma ormai è moglie di un giovane sceneggiatore, sposato nella speranza di realizzare il sogno di diventare una diva del cinema turco. Per anni e anni Kemal frequenta quella anonima dimora piccolo-borghese nella speranza di riconquistare Füsun, giungendo a creare una propria casa cinematografica, e in questo lasso di tempo colleziona maniacalmente tutto ciò che lei tocca e che di cui lui può impossessarsi, compresi tutti i mozziconi di sigarette da lei fumate. Siamo nell’innocenza o nella patologia? Alla fine gli oggetti confluiranno nel museo di cui si è detto. La fine della storia è in qualche modo imprevedibile e apparentemente accidentale, ma non incoerente. Füsun infatti ha accumulato una carica di risentimento che infine non può che esplodere: Kemal per lei è sempre stato solo l’uomo ricco che volendo avrebbe potuto aprirle la porta del cinema, e non lo ha fatto. Kemal di questo risentimento non si accorge minimamente.
Domanda: che cos’ha Füsun da farla preferire a Sibel? Lei è bella, ma anche Sibel lo è, e in più ha un sacco di doti che Füsun non ha. Dire che l’amore è cieco ovviamente è dire che non si è in grado di capire quale sia il movente reale. Pamuk non scende nel profondo, ma invita a indagare sul collezionismo, dal quale in tutta evidenza anche lui non è esente. E sull’innocenza, che necessariamente richiama la colpa. Temo che qui ci sia un’aura di psicoanalisi, dalla quale rifuggo. Tuttavia, se l’innocenza è legata agli oggetti, essi in quanto costruiti e usati dagli umani, che innocenti non sono, nel farsi trama di significazioni l’innocenza la perdono, anche perché la stessa qualità di oggetto è attribuita dal soggetto umano. E di certo Kemal non è innocente nelle sue scelte e nei suoi comportamenti, a cominciare dalla sua dedizione al bere. Tracanna raki dalla mattina alla sera, si rifugia continuamente nell’ubriachezza, e questo, unito alle sue compulsioni, lo rende un personaggio tra i più sgradevoli, almeno ai miei occhi. Il suo museo davvero non mi attrae. Come il romanzo, tuttavia, può offrire una veduta sulla vita ad Istambul dal 1975 ai primi anni del nuovo millennio.

Dialogo cerebrale

A: Perché, vedi, è il cervello che produce i concetti. Senza cervello, niente idee.
B: Allora il pensiero è un secreto dell’attività neuronale?
A: Dici bene. Come le api secernono il miele, così il cervello secerne pensieri, ed emozioni, ed elabora relazioni e reazioni tra idee ed emozioni. Naturalmente fa questo non isolatamente, ma unito al sistema nervoso che lo collega a tutto il corpo. Non esiste qualcosa di “spirituale”, la sua idea è prodotta dal cervello, come quella del centauro, dell’alieno, ecc.
B: Dunque anche il concetto di cervello è prodotto dal cervello?
A: È così.
B: L’idea stessa di verità di un concetto è prodotta dal cervello?
A: L’hai detto.
B: Possiamo dunque parlare di una sorta di neuro-idealismo e di chi professa questa dottrina come di un neuro-idealista?
A: Non so, attualmente al mio cervello manca il concetto di idealismo.

Legge sull’autismo?

uomini-espressioni-3

Gli articoli di Gianfranco Vitale (e i suoi scritti sull’autismo in generale) invitano a serie riflessioni e spingono ad interrogarsi tutti coloro che nelle tematiche legate all’autismo sono in qualche modo implicati. Denso di considerazioni su cui meditare è anche l’ultimo scritto di Vitale, apparso qualche giorno fa su Superando.it e intitolato Accanto all’(indispensabile) Legge sull’autismo.  Il discorso, vista la complessità delle questioni, dovrebbe essere a sua volta complesso e argomentato, ma qui mi limito a tre punti, espressi sinteticamente:
1.  È del tutto evidente, e traspare dallo stesso articolo di Vitale, che in Italia c’è sovente un baratro tra la legge e ogni concreta sua applicazione (vedi la realtà della integrazione  scolastica e della tanto trattata inclusione, che presentano anche un singolare problema semantico).
2. Se è vero che sarebbe auspicabile una convergenza delle “Associazioni più rappresentative”, la domanda è: quali sono oggi in Italia? Perché ANGSA e FANTASiA sono la stessa cosa… e sul concetto di rappresentatività nel mondo dell’autismo ci sarebbe da discutere assai.
3. Il “superamento di ogni ipotesi di delega” è un’ipotesi quanto mai irrealistica: tutte le associazioni, infatti, vivono attualmente in Italia una estrema difficoltà di rinnovamento dei propri gruppi dirigenti, sempre più anziani, e la cristallizzazione di relazioni politiche soffocanti. E nel mondo dell’autismo il fenomeno è aggravato dalle difficoltà oggettive che la patologia pone alle famiglie in cui il soggetto autistico, soprattutto quello a basso funzionamento, vive a casa, senza supporti validi e senza un’assistenza degna di questo nome, e spesso anche senza una diagnosi adeguata.

La buona scuola

logo ren

Nella mia trentennale carriera di insegnante ho partecipato ad un solo (1) corso di aggiornamento. Mi è bastato per capire che tutta la macchina dell’ aggiornamento dei docenti è una costruzione il cui unico fine è economico, mascherato dall’ideologia del cambiamento come buono per sé. Come le consulenze, che hanno contribuito a impoverire l’Italia. Da abbattere senza pietà. Dopo decenni di aggiornamento, cambiamento, riforme, ecc., i risultati in termini di qualità della scuola sono sotto gli occhi di tutti. Vi dovrebbe essere un ripensamento di tutto, radicale, profondo. Non ve n’è traccia, mancano i presupposti. Invece è evidente che le cose che si dicono sono sempre le stesse, chiunque governi. Il mantra renziano ‪#‎labuonascuola‬ è l’ennesimo polverone, sta sullo stesso piano delle celebri Tre I. Ma il ripensamento che sarebbe necessario è impossibile, perché per ripensare occorre prima pensare. E quelli che sanno pensare non abitano i luoghi del potere. Altro che aggiornamenti e baggianate varie! La ‪#‎buonascuola‬ è quella in cui studenti e insegnanti fanno anzitutto e principalmente questo: studiano, studiano, studiano. Ma chi governa non sa che studiare non significa imparare il Bignami a memoria. Non sospetta nemmeno che lo studio del docente sia mosso anzitutto dall’amore per la propria disciplina, e che senza di quello ogni tecnica sia vana. Ovviamente, chi governa non sa nulla del significato latino di “studium”. Lo dico “sine ira et studio”. Certo che non è facile instillare l’amore per lo studio in chi è certo che il titolo di studio non gli servirà a nulla…

FAI confusione

logo-FAI

Un video per promuovere la valorizzazione e la difesa delle bellezze italiane, a cominciare dal paesaggio (https://www.youtube.com/watch?v=F23K3a31JAs). Benissimo. Il video è realizzato dal FAI (Fondo Ambiente Italiano) e passa nelle televisioni col motto Ricordati di salvare l’Italia. Benissimo. Il video è accompagnato dalla celebre melodia di Bedřich Smetana che ha reso immortale il poema sinfonico La Moldava, e descrive il fluire del fiume attraverso il paesaggio boemo. La Moldava fa parte della grande composizione in sei poemi sinfonici (o parti) intitolata La mia Patria, e ha appunto una forte ispirazione patriottica. Solo che la patria in questione non è l’Italia. Ora, perché scegliere questo tema musicale, che ogni orecchio minimamente educato riporta alla Boemia e non all’Italia, per promuovere la difesa delle bellezze d’Italia? Uno spirito azzeccagarbugliesco potrebbe argomentare che la melodia di cui parliamo si è manifestata per la prima volta in Italia, nel XVI secolo, nella canzone Fuggi, Fuggi, Fuggi da questo cielo di Giuseppe Cenci (Giuseppino del Biado). Come ancor più massicciamente è avvenuto per il tema della Follia, siamo qui in presenza di una melodia pervasiva, che si diffonde ovunque e riemerge in ambiti musicali differenti. Non è una sorpresa ritrovarla nell’inno nazionale israeliano. E tuttavia è inevitabile concludere che la musica di Smetana identifica la Boemia, e non l’Italia, e nello spot del Fai ci sta come i cavoli a merenda. Perché l’hanno dunque scelta, vista l’immensa quantità di musiche e musicisti italiani degli ultimi cinque secoli da cui attingere? Temo che la risposta sia la solita, desolante: per pressapochismo, incompetenza, cialtroneria. Tre virtù che fanno disperare del futuro del Bel Paese. FAI, sì: fai confusione.

Senato di tifosi

m5s-e-lega-protestano-contro-il-presidente-grasso

 Vedendo quel che accade in Senato, ascoltando le voci dei senatori, le volgarità e stupidaggini che escono dalle loro bocche, e guardando i loro gesti infantili e volgari, non si può non pensare che l’unico argomento che si addice loro sia il calcio. Infatti non percepiscono nemmeno la differenza tra il luogo in cui stanno per mandato elettorale e quello cui è diretto il loro vero interesse. Essi sono, anche in ambito politico, puri tifosi, e in questo sono degni rappresentanti di un popolo che ha perduto ogni dignità e ogni moralità.

Ipazia, scene XII, XIII e XIV

91eZc+mnoCL._SL1500_Miriam corre verso la sua casa nel quartiere ebraico, il rotolo ben stretto in seno. Vi giunge trafelata, non risponde al saluto della serva e si chiude nella sua camera. Con mani esperte dissigilla la lettera e la legge. Poi riavvolge il rotolo, e con mirabile destrezza lo sigilla nuovamente. Nessun occhio potrebbe accorgersi dell’operazione.

Una sala del palazzo del prefetto. Oreste sta giocando a dadi con Rafael Aben-Ezra. C’è ansia. Attendono la risposta di Ipazia.
Hai vinto di nuovo, dice il prefetto. Hai un demone grande in te, Rafael!
L’ho sempre pensato, risponde Rafael raccogliendo le monete d’oro.
Quando sarà qui la vecchia strega?
Quando avrà letto anche la risposta di Ipazia, oltre alla tua lettera.
Avrà letto?
Naturalmente, dice Rafael. Tu non immaginerai che lei sia tanto sciocca da consegnare messaggi a qualcuno senza conoscerne il contenuto? Non infuriarti, lei non dirà mezza parola. Lei darebbe uno di quei suoi occhi tenebrosi, pur di vedere la cosa andare a buon fine.
E perché?
L’eccellente prefetto lo saprà quando arriverà la lettera. Eccola qua! Sento i suoi passi. Ascoltami prima che entri, ti propongo una scommessa: due a uno che ti chiederà di ritornare al paganesimo.
Cosa scommettiamo? Qualche ragazzino negro?
Quello che vuoi.
D’accordo. Scommettiamo due schiavetti neri.
Entra Ipocorisma, imbronciato: Quella furia ebrea è qua fuori con una lettera in mano, e ha l’impudenza di dire che vuole dartela direttamente, senza consegnarla a me!
E allora falla entrare, dice il prefetto. Veloce!
Ma allora cosa ci sto a fare qui, mormora il ragazzo.
Non vorrai un bel nastro rosso e blu intorno a quelle tue bianche natiche, tu scimmiotto? Perché, se lo vuoi, ho uno staffile nuovo, di pelle di ippopotamo, sibila Oreste.
Rafael sogghigna: potremmo farlo stare qui a quattro zampe per un paio d’ore, usandolo come tavolo per il gioco dei dadi… come tu usavi fare con le ragazze in Armenia…
Ah, te lo ricordi quello? E come i loro babbi brontolavano, finché non mi sono deciso a farne crocifiggere un paio, eh? Quella era vita! Mi piacciono quelle terre di confine, dove non si deve rispondere delle proprie azioni… Invece qui è quasi come stare tra i monaci deserto, ma con tutti gli occhi addosso. Ma eccola qua la nostra Canidia! La risposta, prego!
Miriam si inchina e porge il rotolo a braccio teso. Oreste legge, la sua voce è un bisbiglio. La sua espressione perde ogni allegria.
Ho vinto? chiede Rafael.
Gli schiavi fuori! urla il prefetto. Se qualcuno origlia gli faccio tagliare le orecchie!
Allora ho vinto, non c’è dubbio, mormora l’ebreo.
Il prefetto gli lancia la lettera, e Rafael la legge velocemente:
«Gli Dei immortali non accettano che gli sia tributato un culto parziale, per la qual cosa colui che vorrebbe disporre dei consigli della loro profetessa deve ricordare che essi non si degneranno di illuminarla finché non si tornerà ad onorarli come avveniva un tempo. Se colui che aspira a farsi signore dell’Africa oserà finalmente calpestare l’odiosa croce, e restituire i sacri edifici a coloro per il cui culto furono edificati, se oserà proclamare a viso aperto, con parole e opere, quel disprezzo delle nuove e barbare superstizioni che gli è già stato infuso dal gusto e dalla ragione, allora soltanto egli si dimostrerà un uomo con cui sarà una gloria affrontare la fatica, il rischio, la morte per una grande causa. Ma finché dureranno le presenti ambiguità e incertezze questa unione sarà impossibile.»
Cosa devo fare? chiede il prefetto.
Accetta le sue condizioni, alla lettera, risponde Rafael.
Santo cielo! Verrò scomunicato! E… e… cosa sarà della mia anima?
Cosa ne sarà in ogni caso, prefetto eccellentissimo, risponde Rafael con fastidio.
Sì, lo so che voi maledetti ebrei pensate che dalla dannazione sarete salvati soltanto voi. Ma il mondo, il mondo che cosa dirà? Che io sono un apostata! E davanti a Cirillo e alla plebaglia cristiana! No, te lo dico: non oserò mai.
Ma nessuno chiede all’eccellente prefetto di apostatare…
Eh? E allora cosa intendevi dire?
Io ti ho chiesto solo di promettere, dice Rafael. Promettere. Non sarebbe la prima volta che alle promesse fatte prima del matrimonio non corrispondono i fatti dopo…
Non oso promettere, non voglio. Credo che sia un intrigo di voi giudei, per coinvolgermi nella vostra lotta contro i cristiani, che voi odiate.
Io disprezzo troppo profondamente l’intero genere umano per poter odiare i cristiani, replica Rafael. Non capirai mai quanto fosse disinteressato il mio consiglio quando ti ho proposto questo matrimonio. Non voglio farmene un vanto… Ma tu dovresti fare un piccolo sforzo per conquistare quella donna. Con la profondità del suo intelletto a tua disposizione, tu potresti essere arbitro tra Occidente, Oriente e Germani. E.. per quanto concerne la bellezza, c’è una fossetta in quel polso, proprio dove si attacca quella meravigliosa mano, che vale più di tutta la carne e il sangue di Alessandria…
Per Ercole! Tu l’ammiri tanto che io sospetto che tu ne sia innamorato. E allora perché non te la sposi tu? Io potrei darti un alto incarico di governo, e allora noi due potremmo disporre del suo sapere senza i problemi che possono derivare dalle sue fantasie di ripristino dell’ordine antico. Per gli Dei! Se tu la sposi e mi aiuti io ti darò tutto quello che vuoi.
Rafael si alza e si inchina profondamente.
La generosità del prefetto è sublime, e mi schiaccia. E tuttavia io non mi sono mai preoccupato degli interessi di alcuno al di fuori di me, per la qual cosa non ci si può attendere che ora mi dedichi all’interesse di un altro, fosse pure quello dell’illustre prefetto Oreste.
Parole oneste!
Certamente. E poi diciamo che se anche avessi di nuovo l’intenzione folle di sposarmi, la persona da me sposata sarebbe in pratica, e anche in teoria, una mia proprietà particolare e privata… Come tu comprendi…
Altre parole oneste!
Certamente. E va considerato che lei probabilmente rifiuterebbe anche una mia proposta di matrimonio. Inoltre il prefetto intenderà come non sia conveniente che nel mondo corra la voce che io, che sono un suddito, abbia come moglie una persona così sapiente e affascinante, soprattutto qualora la stessa persona abbia rifiutato seccamente una proposta di matrimonio del prefetto stesso.
Per Zeus! Ipazia mi ha rifiutato… ma farò in modo che se ne penta. Sono stato un idiota a chiederglielo. A che cosa serve il potere se non può essere usato per imporre la propria volontà? Se con le buone no, allora con le cattive! Manderò a prenderla immediatamente.
Illustrissimo prefetto, questo non è possibile. Dovresti conoscere la fermezza di quella donna. Nessuna tortura potrebbe piegare la sua volontà finché le resterà un soffio di vita. E da morta non ti servirà a niente, mentre servirà molto a Cirillo.
E come?
Cirillo sarà felice di poter usare l’intera faccenda contro di te: Ipazia che muore come una vergine martire… Inventerà che poco prima di morire è stata illuminata da Cristo, ha abbracciato la fede cattolica, subito pronta a testimoniarla con la vita. Sulla sua tomba andranno a pregare, ci saranno miracoli, e il tuo palazzo tremerà.
Ma Cirillo verrà a saperlo comunque. Ecco un altro regalo che mi hai fatto, tu coi tuoi intrighi! Pensa se quella donna diffondesse in tutta Alessandria la voce che io ho chiesto la sua mano e lei si è onorata di un rifiuto…
Volevi sposarla per la sua saggezza. Se si comportasse come tu dici si rivelerebbe una sciocca… Sa bene che se lei parlasse tu potresti informare la plebaglia cristiana delle condizioni che ti ha posto. Ipazia disprezza il peso della carne, ma non ha nessuna intenzione di alleggerirsi facendosi fare a pezzi da una folla di monaci cristiani. Anche se l’ho sentita qualche volta, quando era presa da melanconia, dire che in ogni caso la sua fine è già segnata. Una fine violenta.
Allora, cosa mi consigli di fare?
Semplicemente nulla. Lasciare che il suo sdegno filosofico si attenui. Ci vorrà qualche giorno. Vedrai che quando l’immagine di un trono emergerà dalle nebbie astrali e metafisiche che in questo momento sono davanti ai suoi occhi Ipazia capirà che per lei è giusto accettare la tua offerta. Anche lei è un essere umano, e io conosco gli esseri umani. Prima che passi un mese, lei spontaneamente ti scriverà per un accordo. Scommettiamo qualche mulo del Caucaso? Sei d’accordo? Dunque sia così. Tu non fare nulla.
Per un prefetto tormentato dal dubbio tu sei il consigliere più affascinante, dice Oreste. Se io avessi soltanto una fortuna privata, come te, io mi limiterei a godermela, lasciando che il denaro producesse denaro, senza affannarmi…
Non affannarsi: questo è il metodo più sicuro per governare con successo. Ora il tu servo ti lascia. Potrò averti a cena a casa mia domani?
Rafael si inchina ed esce. Appena fuori del palazzo, vede Miriam sull’altro lato della strada. Evidentemente lo sta aspettando, ma fa finta di nulla, lo segue e non appena lui gira un angolo lo raggiunge e lo afferra per un braccio.
Quel pazzo oserà farlo? sibila la donna.
Chi oserà fare cosa?
Sai quello che intendo. Non penserai che la vecchia Miriam porti in giro lettere senza preoccuparsi del loro contenuto? Lui apostaterà? Dimmelo. Sarò muta come una tomba.
Quel pazzo ha trovato in sé stesso una parte della sua anima ancora non divorata dai vermi, e non osa apostatare, risponde Rafael.
Maledetto vigliacco! E dire che avevo concepito un piano così bello. Nel giro di un anno tutti i cani cristiani sarebbero stati spazzati via dall’Africa. Ma di cosa ha paura quell’uomo?
Del fuoco dell’Inferno.
Ci andrà in ogni caso, quel maledetto gentile!
Gliel’ho accennato, con tutta la delicatezza del caso. Ma come tutti gli umani lui preferisce scegliersi personalmente una delle tante strade che portano là.
Che vigliacco! E di chi mi potrei servire ora? Oh, se quella Pelagia avesse tanto intelletto nel suo corpo intero quanto Ipazia ne ha nel suo mignolo, allora io potrei far sedere lei e quel suo goto sul trono dei Cesari. Ma…
Ma lei ha cinque sensi, e abbastanza buon senso da usarli bene, eh?
Non la deriderai per questo? Dopo tutto, a me piace molto. Anche il mio vecchio sangue si riscalda vedendo come conosce bene il suo mestiere. E come lo ama, una vera figlia di Eva!
Certamente lei è la tua allieva di maggior successo, madre. Davvero puoi essere orgogliosa di lei.
La vecchia sogghigna tra sé. D’un tratto si rivolge a Rafael: Guarda qua! Ho un dono per te. E tira fuori un anello meraviglioso.
Madre! Mi copri sempre di regali! Solo un mese fa mi hai mandato questo pugnale avvelenato…
Perché non dovrei? Perché? Prendi l’anello di questa vecchia!
Che splendido opale!
Sì, è proprio un opale. E ha inciso il nome impronunciabile… proprio come quello di Salomone. Prendilo, ti dico. Chiunque lo porti non temerà il fuoco, il ferro, il veleno, e l’occhio di una donna.
Compreso il tuo, eh?
Ti dico di prenderlo! E Miriam afferra la sua mano e glielo infila. Ecco! Adesso sei al sicuro. Ed ora chiamami ancora madre. Mi piace. Non so perché, ma mi piace. E, Rafael Aben-Ezra, non prendermi in giro, non chiamarmi strega e megera, come fai spesso. Sono abituata a sentirmi chiamare così dagli altri, non ci faccio caso. Ma quando lo fai tu… vorrei ucciderti. Per questo ti ho regalato il pugnale. Usavo portarlo io, e temevo che un giorno avrei potuto essere tentata di usarlo, al pensiero di te morto, bello, quieto, la tua anima felice nel seno di Abramo a contemplare tutti i Gentili fritti e arrostiti là sotto. Ti dico di non ridere di me, di non prendermi in giro. Un giorno potrei fare di te il primo ministro dell’imperatore. Se lo volessi, potrei…
Che il cielo non voglia, ride Rafael.
Non ridere! La notte scorsa ho fatto il tuo oroscopo, e so che non hai alcun motivo di ridere. Su di te pende un grave pericolo, ed una grande tentazione. Se supererai la tormenta, nessun potere ti sarà precluso… anche il soglio… Tu salirai al potere. Per i quattro Arcangeli! Tu salirai!
La vecchia svanisce in una stradina laterale, lasciando Rafael molto perplesso. Mosè e tutti i profeti! Ma cosa ci sarà in me, in questa persona pigra ed egoista, da suscitare un amore così selvaggio? Bene, caro Rafael Aben-Ezra, hai un altro che ti vuol bene in questo mondo oltre al mastino Bran. E quindi ancora noie, visto che gli amici si aspettano sempre un qualche ritorno dall’affetto e dai buoni uffici che ti prestano… Mi chiedo se la vecchia si sia impantanata in qualche sordido affare e aspetti un aiuto da me. Santo cielo! Per arrivare a casa dovrei camminare per tre quarti di miglia sotto questo sole. Devo salire su qualche veicolo… con un conducente fetido di cipolle, che magari ne sta ancora masticando una. E per mezzo miglio non ne troverò nemmeno uno. O etere divino! Come Prometeo… e voi brezze dalle ali veloci! Nemmeno una qui. Quando sarà finito tutto? Questa Babele di furfanti e di idioti la sopporto da trentatré anni… E con questa abominevole buona salute che mi accompagna non posso sperare nemmeno in una gotta o in una indigestione. Almeno altrettanti anni in questa Babele… Io non so nulla, non mi importa di nulla e non mi aspetto nulla. Ma non ho neanche la voglia di suicidarmi tanto per far uscire quel po’ di spirito che ho qua dentro, per vedere se ha una qualche forza… ma chi vedrebbe? E magari l’altro versante della tomba è stupido come questo… Quando sarà finito tutto? Quando sarò nel seno di Abramo… o di qualcun altro? Basta che non sia quello di una donna…