Le polemiche come sfogo non mi interessano, non godo a farle, e se talvolta polemizzo è con le idee, non con le persone. Mi interessa, piuttosto, comprendere le altrui argomentazioni e far capire le mie. Per questo, entro solo marginalmente nella discussione tra Gianluca Nicoletti e la dirigenza dell’ANGSA, e solo per mettere in luce quelli che secondo me sono alcuni nodi della questione autismo, che quella discussione pone in luce. In particolare, vedo questi nodi nella risposta di Liana Baroni a Nicoletti, che si può leggere qui.
Il pessimismo. Qui bisogna distinguere con cura, perché la nozione di pessimismo è molto legata alla soggettività, e il suo concetto è sdrucciolevole. Un conto è il pessimismo di coloro che pensavano e pensano che con gli autistici gravi non ci sia nulla da fare, che siano immodificabili in tutto e per tutto, dunque non occorre far nulla. Questo pessimismo non è il mio. Il mio è quello di chi sa bene che il lavoro con le persone con autismo deve essere all life long, non deve avere mai fine, e che un autistico grave può apprendere cose importanti per la sua vita anche a quarant’anni, ma sa, anche, che per quell’obiettivo occorrono cultura e risorse materiali e umane che non ci sono, e che non si vedono all’orizzonte.
Molto spesso gli ottimisti sono quei genitori che per motivi geografici e familiari, anche legati alla condizione sociale, si sono trovati in una situazione che ha consentito loro di collocare il proprio figlio in una rete di servizi adeguata. Che, bisogna ripeterlo senza mai stancarsi, esiste solo in pochi luoghi. Bisognerà poi vedere se il loro può essere un ottimismo che si estenda legittimamente su tutta la vita del figlio, o solo sul periodo in cui è bambino. Spesso vengono accusati di pessimismo, di contro, quelli che denunciano situazioni insopportabili, condizioni esistenziali disperate e senza via di uscita. Nel mondo dell’autismo sono molti, e il loro atteggiamento ha spesso ragioni solidissime e ben giustificate. Vengono anche accusati di pessimismo coloro che per i loro figli prospettano un futuro difficilissimo e forse indegno di un essere umano. E io sono tra questi. Non hanno alcuna ragione per questo loro pessimismo? Il futuro per gli autistici gravi, in termini di residenze, risorse, personale e cultura adeguata deve essere forse visto come roseo? Parlo ora della mia esperienza, ma simili alla mia sono sicuramente quelle di molti genitori. Guido fra qualche mese compirà 18 anni: va ancora a scuola, la mattina, e con risultati positivi. Ma tutto dipende da circostanze casuali: essere capitato con una brava insegnante di sostegno, con un’assistente preparata, e aver avuto assegnato dal preside, per le sue necessità corporali (ovvero l’evacuazione, che in bagno deve assolutamente essere assistita) un eccellente membro del personale ausiliario. Ma se costui non ci fosse? Allora Guido avrebbe serie difficoltà a frequentare regolarmente la scuola, perché lui, banalmente, ogni mattina deve fare la cacca, e talvolta se la fa pure addosso. Ed è un uomo ormai, di 1.80, forzutissimo, e in bagno a scuola vuole che si occupi di lui un uomo. Tanto per dire di una difficoltà che non è certo la più grave. Ma: Guido da bambino e per anni è andato in piscina. Da qualche anno non ci può più andare, perché è diventato incontenibile: si diverte a saltare come un salmone da una corsia all’altra, esce dall’acqua e si mette a correre intorno alla vasca, tenta la fuga. Si diverte come un matto a correre verso l’infinito (ed è per questo che in passeggiata dobbiamo tenerlo assicurato ad un cavo). Si dirà che è per il fatto che in quella piscina mancavano personale preparato nella gestione di soggetti autistici. Errore! Due anni fa, al centro estivo per autistici dell’ULSS 9 di Treviso, anche il personale formato, e anche molto esperto, e gli psicologi del Centro autismo non è stato in grado di controllarlo in piscina, e così Guido ha dovuto rinunciare a quell’attività. Rinuncia anche, per motivi analoghi, alle attività di basket integrato cui il ragazzo aveva partecipato per diversi anni. Dunque, per anni Guido ha avuto una settimana piena: alla mattina scuola, al pomeriggio piscina, basket, e le attività educativo-terapeutiche presso il Centro Autismo. Ora non ha più nulla, solo la scuola. La sua settimana si è progressivamente svuotata. E quando, tra due anni, la scuola non ci sarà più? Ci sono forse percorsi personalizzati in preparazione, seriamente e realmente in preparazione, per quelli come mio figlio? Dall’ULSS tutto tace, le famiglie sono lasciate sole. Del loro grado di stress chi si cura? Finché tengono… poi vedremo. E uno dovrebbe essere ottimista perché in qualche zona dell’Emilia Romagna si sono fatti progressi. Ma sì, all’opinione pubblica mostriamo pure casi positivi, di buone prassi. Ma ricordiamoci, però, che soprattutto per gli autistici in età post-scolare, le buone prassi sono rarissime, e che la stragrande maggioranza delle famiglie con autistici gravi mena una vita dura, molto dura, e non vedere alcuno sbocco ad una situazione pesantissima non genera, ovviamente, alcuna forma di ottimismo.
Fabio Brotto
The Barren Sacrifice
Il sottotitolo di questo eccellente saggio di Paul Dumouchel (comparso in francese da Flammarion nel 2011, pubblicato in versione inglese dalla Michigan University Press nel 2015) è An Essay on Political Violence. Esso tratta dunque di un tema oggi prioritario nel mondo, e mi verrebbe da dire che gli uomini politici dovrebbero leggerlo, perché è davvero illuminante, ma temo che ben pochi tra loro, almeno in Italia, sarebbero in grado di farlo. Purtroppo, i nostri politici sembrano anche del tutto privi dell’attrezzatura concettuale per comprendere il mondo in genere, al di là dei loro interessi di bottega elettorale.
Il libro di Dumouchel affronta il tema della violenza politica indagando le origini storiche dello Stato moderno, in rapporto soprattutto al controllo dei gruppi sociali operato dal potere sovrano e alla necessaria territorialità dello Stato medesimo. Lo Stato appare da un lato coincidente con un territorio, e quindi con confini riconosciuti dagli altri Stati, dall’altro si manifesta come l’unico detentore legittimo della violenza, (che essendo legittima viene chiamata forza). Il discorso diventa particolarmente stimolante e critico quando Dumouchel affronta esplicitamente il sottotesto che percorre l’intera sua argomentazione: la crisi dello Stato contemporaneo nel momento in cui da un lato compare il fenomeno della globalizzazione, dall’altro un attore senza confini come il terrorismo islamico. Quella del nemico interno non è una novità storica, ma la sua declinazione odierna, in cui questo nemico non ha un preciso referente in un altro Stato o in un movimento internazionale riconosciuto e strutturato, appare problematica, e la estrema difficoltà della sua gestione spiega la crisi profonda in cui l’Europa è destinata a sprofondare sempre più. Il terrore islamico è infatti una novità assoluta. E la guerra che gli si muove è un novum assoluto.
Il terrorista islamico ci appare insieme come il più straniero, perché capace della violenza più estrema, e il più simile, perché lui o lei è invisibile, è uguale a qualunque altro o altra: uno sconosciuto tra altri sconosciuti fino al momento della detonazione finale. Questa invisibilità ci angoscia. Noi vorremmo rispedire il “nemico” in un altrove identificabile, conferirgli un visibile essere straniero, come si può vedere dall’ossessione per il velo che, a cominciare dalla Francia, si sta spargendo per l’Europa. La doppiezza dei terroristi trasgredisce l’ordine territoriale. E lo stesso vale per la guerra che noi conduciamo contro di loro. Noi violiamo i confini di paesi con cui abbiamo relazioni amichevoli per bombardare luoghi che si suppongono ospitare terroristi, e scuole in cui essi vengono indottrinati. Questa guerra non bada alla nazionalità degli agenti ed uccide cittadini di nazioni con cui non siamo in conflitto. (p. 175)
Così ha inizio il male
Presente e passato, le colpa e la sua non-espiazione, il desiderio di dimenticare e l’oblio su cui si reggono i rapporti umani, il seme del male che germina dal male più grave, cioè dal peggio, e il continuo sbocciare di giovani che si tramutano in vecchi e disincantati agenti della stagnazione e del nulla: una infinità di temi si annoda nella obliqua e sinuosa scrittura di Javier Marías nello sfaccettato Così ha inizio il male (Así empieza lo malo, 2014, trad. it. di M. Nicola, Einaudi 2015). Un romanzo che richiede lettori pazienti, disposti alla riflessione, e sensibili ai chiaroscuri della coscienza. Insomma, lettori non comuni, esenti dalla fretta tipica del consumo culturale di oggi. Questa è la storia di una doppia indagine da parte del protagonista (giovane nei primi anni ottanta – il tempo della storia narrata – e voce narrante oggi, quando ormai è uomo maturo), indagine sulla crisi di un matrimonio, quello di Beatriz col regista Muriel, e contemporaneamente su un pediatra di successo, su cui pesa un sospetto di gravi colpe risalenti all’epoca franchista. I temi sono numerosi, la prosa è quella che il passo che ho ritagliato mostra in tutti i suoi caratteri distintivi.
«Il suo letto è sconsolato, – pensai – per questo ne visita altri, o non fa neppure uso di letti, così non corre il rischio di avvertire il contrasto con il suo, solo e freddo, al quale torna ogni notte. Non sta ferma e non si accontenta, si procura scorribande e avventure. Vorrebbe averle con Muriel, ma per quanto lui le manchi, non si perde d’animo, non si consuma chiusa in casa, nei periodi di maggiore energia si cerca dei surrogati, come quasi tutti fanno, ben pochi ottengono ciò che desiderano, o se ci riescono non riescono a conservarlo per molto, chissà per quanto tempo lo avrà avuto lei». Ci affanniamo per conquistarci le cose senza pensare, mentre ci sforziamo per averle, che non saranno mai sicure, raramente dureranno, saranno sempre suscettibili di perdita, nulla è conquistato per l’eternità, spesso combattiamo battaglie e ordiamo macchinazioni o ricorriamo a menzogne, commettiamo bassezze o tradimenti o ci rendiamo complici di crimini, senza pensare che qualunque cosa otteniamo durerà poco (è un antico difetto di tutti noi, vedere come definitivo il presente e dimenticare quanto sia necessariamente e desolantemente transitorio), e tutte le battaglie e le macchinazioni, le menzogne e le bassezze e i tradimenti e i crimini ci appariranno sterili una volta che il loro effetto sarà svanito o esaurito, o peggio, superflui: nulla sarebbe cambiato se ce li fossimo risparmiati, quanta fatica inutile e sprecata. Ci facciamo guidare dalla fretta malvagia e ci consegniamo alla velenosa impazienza, come un giorno avevo sentito dire a Muriel, senza capire se stesse citando qualcuno. Non riusciamo a vedere più in là del domani e vediamo il domani come se fosse la fine del tempo, come i bambini piccoli, convinti che una momentanea assenza della madre sia definitiva e irreversibile, un abbandono in piena regola; che se hanno fame e sete e non vi pongono immediato rimedio ne soffriranno per sempre; che se si fanno un graffietto quel dolore non finirà mai, non arrivano neppure a immaginare la crosta; ma anche fermamente persuasi , se si sentono protetti e al riparo, che quella condizione non cambierà mai, per tutta la loro vita, che riescono a concepire solo di giorno in giorno o di ora in ora o di cinque minuti in cinque minuti. Da adulti non siamo molto diversi, sotto questo aspetto, e nemmeno da vecchi, quando quello che resta della nostra vita è ormai così breve. Il passato non conta, è tempo scaduto e negato, è tempo di errore o di candore e di inesperienza, e finisce per meritare solo compassione; a svuotarlo di significato e a riassumerlo è in definitiva questa idea: «Quanto poco sapevamo allora, che sciocchi siamo stati, che ingenui, ignoravamo quello che ci attendeva e invece adesso sappiamo». E in questo sapere del presente non siamo capaci di mettere in conto che domani sapremo una cosa ancora diversa e che l’oggi ci apparirà altrettanto sciocco dei giorni passati e del giorno in cui siamo stati gettati nel mondo, forse in piena notte sotto questa luna sdegnosa e stanca. Andiamo di inganno in inganno e su questo non ci inganniamo, e tuttavia ogni nuovo inganno che viviamo lo prendiamo per vero. (pp. 157-158)
Micronote 50
- La prima preoccupazione del riformista italiano è cambiare il nome delle cose.
- Da quando mi interesso alla politica, da mezzo secolo, ho sempre sentito i politici italiani riempirsi la bocca di “si deve”. Un “si deve” quasi mai legato ad una precisa determinazione di tempo. I ministri e gli uomini politici in carica non dovrebbero mai parlare in termini di generico dover fare. “Si deve fare questo”, “si deve fare quello” è la lingua dell’uomo della strada, del singolo cittadino che invoca interventi. Il dovere del politico nelle circostanze normali è agire nell’ora presente, senza esprimere vaghi desideri, speranze, auspici o “dovere”.
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Per me i Beatles sono sempre stati pecore belanti, anche quando ero adolescente. Canzoncine per bambini, come del resto poi quelle di Battisti e di quell’ipocrita di De André. Ero esterno alla mia generazione, lo ammetto.
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Ci vorrebbe un undicesimo comandamento: non farti prete invano.
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Disse il Maestro: “Il potere sopra gli altri umani, che è ciò che l’essere umano desidera più di ogni cosa, si può raggiungere in due modi principali: mediante la ricchezza di forza o di beni materiali o mediante la povertà di forza o di beni materiali. Più sincero è il primo modo. Perché anche l’asceta che si priva di tutto può conseguire l’ammirazione dei molti, può divenirne l’idolo, e dirigerli a proprio piacimento, e mascherare come assoluta indifferenza la sua sconfinata brama di potere”.
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Anche se chi lo emana è l’uomo più povero del mondo, il potere sacro, finché è tale, attira il denaro come la calamita il ferro, come il miele le mosche.
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Una folla di persone libere è impensabile. Se sei in una folla diventi folla, perdi l’individualità, perdi te stesso, e applaudi Salvini, o Grillo, o il ducetto di turno.
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Un fenomeno di questi anni targato Facebook: l’ingiunzione di condividere.
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Si può toccare il fondo solo se il fondo esiste, ma la sua esistenza non è mai stata inconfutabilmente provata.
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Ma quanto si è lavorato nel corso dei millenni nelle curie e negli episcopati, affinché attraverso la cruna dell’ago evangelico passino anche i cammelli?
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Episcopi contra Papam pugnantes. Per un non-papista come me, che attende da sempre una riforma del papato dall’interno, il tempo presente è gioioso. Ma penso che la guerra interna alla Chiesa iniziata con l’invenzione del Modernismo da parte di Pio X, e continuata con alterne vicende passando attraverso il Vaticano II, durerà due secoli.
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La tragedia della filosofia è stata il suo divorzio dal coraggio.
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È una visione ingenua, che sento riproporre fin da quando, negli anni Cinquanta, si diffuse nelle famiglie la TV, quella di un tempo felice, pre-tecnologico, in cui le famiglie raccolte intorno al desco per il pranzo e la cena avrebbero vissuto intensi momenti di comunicazione e dialogo tra le generazioni, mentre la televisione avrebbe ucciso la conversazione. Non è affatto vero che il televisore sia causa di silenzio: guardando insieme un programma nelle famiglie nucleari moderne si comunica di più di quel che accadeva nelle antiche famiglie patriarcali contadine, in cui spesso anche i sessi erano separati, le donne silenziose servivano il cibo agli uomini, e solo il patriarca e i maggiori tra i figli maschi prendevano ogni tanto, parcamente, la parola. La cena era luogo di silenzio, non di dialogo nella civiltà contadina. E marito e moglie si parlavano pochissimo, comunicavano realmente ancora meno. E la separazione tra i sessi era visibile anche nelle chiese. Ma eterna nell’umanità è l’idealizzazione del passato.
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Il vero scontro nella Chiesa oggi è uno scontro di ecclesiologie. Chi non capisce questo non capisce nulla. Lo sapete, nevvero, che ci sono due papi viventi? Col suo ritiro, Ratzinger ha compiuto un gesto infinitamente più rivoluzionario di tutti quelli che potrà compiere Bergoglio.
- “Abbiamo diritto anche noi a una vita normale”, ripetevano i Cartaginesi assediati dall’esercito romano.
- E però una differenza essenziale c’è tra l’usare le etichette come kalashnikov e l’usare i kalashnikov contro le etichette. Tra l’usare le parole come pietre e l’usare le pietre come parole.
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Poche espressioni sono tanto fallaci quanto “farsi un’opinione”. L’opinione uno non “se la fa”: nessuno, o quasi nessuno, ha questo potere di autonomo costruttore di pensieri, per quanto volatili. Noi le opinioni le prendiamo a prestito di qua e di là, le imitiamo. Anche in questo gli umani sono mimetici. E gli “opinion maker” giornalistici sono generalmente solo maneggiatori di idee altrui, in una spirale senza fine. “Ho le mie idee”. Ma sei sicuro che siano tue? Quando te le sei fabbricate? Da chi le hai prese? “Leggi questo per farti un’opinione”. Vorrai dire: “Prova un po’ a copiare quello che scrive costui”.
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La realtà è immensamente complessa. La sua complessità genera dubbio e incertezza. Gli umani non amano vivere nel dubbio e nell’incertezza. Dunque gli umani si ritagliano piccoli frammenti della realtà, li definiscono l’unica Verità, vi si appigliano con tutte le loro forze, ed espellono e perseguitano quelli che non riconoscono lo stesso valore allo stesso frammento a cui essi hanno legato la loro vita.
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I nodi della guerra attuale sono così intricati e numerosi che chi si impegna a scioglierne uno ne aggroviglia altri. Qualsiasi posizione venga assunta, ha un risvolto di falsità, o anche più d’uno. Non c’è scampo, e non c’è alcuna giustizia possibile, perché qui il più giusto si muta in ingiusto. E’ una situazione di carattere mitologico, violento e sacrificale, che i nostri occhi di occidentali si rifiutano di vedere. Intravediamo appena i morti di Beirut, quelli africani per noi non esistono, e tuttavia siamo pronti a flagellarci per la nostra scarsa sensibilità. Mai una civiltà nell’intero universo è stata così avanzata e così ipocrita.
- A che giova chiedersi di chi siano le maggiori responsabilità,? A che serve cercare capri espiatori contro cui indirizzare la propria rabbia impotente, scagionando sempre se stessi da ogni colpa? A che serve accusare questi e quelli, quando i denti del drago sono stati da tempo seminati, e dal suolo iniziano a sorgere guerrieri? Ovunque emergeranno idre di Lerna, le loro teste tagliate rispunteranno incessantemente. Non è più il tempo di Eracle, e nemmeno dei suoi pallidi e presuntuosi imitatori: è il tempo di tragici clown.
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Sono nato in casa, estratto dal medico condotto col forcipe. Nascita traumatica, esperienza sensoriale negativa, diciamo. Poi il seno materno negato, perché non digerivo il latte umano, sostituito da quello di capra. Che non era Amaltea. Ciò non è stato senza conseguenze fisiche e psichiche: si determinarono allora i presupposti per la mia insofferenza della psicoanalisi, e la mia tendenza ad una visione seria del mondo.
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Vedo un gran dibattere sulle cause del terrorismo jihadista. C’è chi le individua nella povertà dovuta allo sfruttamento capitalistico, all’emarginazione di grandi masse, e in definitiva accusa l’Occidente; c’è chi ne incolpa l’Islam in generale, e chi mette sotto accusa gli interessi dei Paesi del Golfo, ecc. Da tutte le analisi manca il convitato di pietra: mai un’analisi dei testi fondanti dell’islamismo radicale, mai appare l’auto-comprensione dei jihadisti, non si discutono mai i loro riferimenti teorici. Come se i fondamentalisti islamici non avessero né voce né pensieri. Inquietante.
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Difficile ragionare con gente abituata al benessere e alla bambagia occidentale che all’improvviso urla il bisogno di Radicalismo e Ideali, invoca la mobilitazione contro il Male, e scambia per anelito spirituale il sussulto delle proprie interiora.
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Nessun essere umano può permanere in una condizione di empatia generalizzata con tutti i perseguitati, gli sventurati, i sofferenti e i disgraziati del mondo. Sono troppi. Non c’è sopravvivenza senza un grande oblio. Chi accusa questo e quello, o un generico “noi”, di falsa coscienza perché dimentichiamo questa o quella sventura di questo o quel popolo è, lui sì, in una condizione di falsa coscienza. Da sempre, un certo grado di indifferenza alle sofferenze degli altri è ambivalente, perché le sofferenze sono causate in parte dalla natura, in parte da altri umani: partecipazione emotiva significa dunque anche disposizione a difendere e vendicare l’altro, ed è principio anche di guerra, non solo di pace.
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Se la vita è così dura
è perché c’è la Congiura,
la Congiura Universale:
Loro vogliono il tuo male,
e programmano Invasioni,
scie chimiche, esplosioni,
e collassi finanziari,
per fregarti i tuoi denari.
Sono Ebrei e Americani,
sono Turchi e Musulmani,
sono Negri ed Emigranti,
di sicuro sono tanti,
tutto il giorno a congiurare
sopra e anche sotto il mare,
ed in mezzo c’è Big Pharma
che vuol trasformarti in tarma,
con scienziati compiacenti
che coi loro esperimenti
intontiscono le menti.
Ma tu certo non la bevi,
voti Grillo, a lui sì credi. - Pulvis et umbra sumus, et in internet navigantes.
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Per mesi quelli del PD hanno ripetuto il mantra “quarantuno per cento alle europee”. Il mio mantra è invece “quarantasette per cento di analfabeti funzionali”. Perché questo Paese sta sprofondando nell’ignoranza e nell’emotività, confuse e intrecciate insieme.
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Il Vangelo comanda di non odiare nessuno, anzi di fare del bene a coloro che ci odiano. Ma non comanda di stimare tutti nella stessa misura. Perché i talenti non sono distribuiti in misura uguale, e anche il loro uso non è lo stesso da parte di tutti.
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L’idea di “ponte” viene spesso opposta a quella di “muro”. Il ponte unisce, il muro separa. Ma ci sono separazioni buone e unioni cattive. E ci sono anche i ponti come strumento di guerra, da più di duemila anni. Ponti fissi e ponti mobili. Chi si ricorda di Caio Duilio?
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Quando si dimentica l’irriducibile complessità del mondo, ci si fissa sopra un’idea particolare, si dichiara guerra ad un Nemico in suo nome, ci si accanisce contro i suoi critici e avversari, allora quell’idea particolare perde i caratteri della razionalità, si trasforma in agente del contagio mimetico e si volge in menzogna. La sfera mediatica è impregnata di idee particolari, ovvero di menzogne in lotta tra loro.
Micronote 49
1. L’indipendenza di uno Stato che per rimanere tale ha bisogno permanente delle armi altrui è un’indipendenza relativa, e può essere anche meramente nominale. L’integrità del vaso di coccio dipende dai movimenti del vaso di ferro. Se poi il vaso di coccio è un vasetto…– Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti». Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». (Matteo 12, 46-50)
Ma non importa, lui non viene solo, non vengono solitudini, ma gruppi, comunità, e ovunque vadano cercano il simile. Non giungono atomi dispersi, pronti ad aggregarsi ad altre molecole di atomi differenti. Si formano aggregati di simili. Quartiere ebraico, quartiere cinese, quartiere polacco, quartiere italiano, quartiere greco, quartiere cingalese, quartiere nigeriano. Il diverso è il simile, il simile è il diverso». (John Chung, “Diversity”, 1998)
Guardare avanti
Nel Settecento giunse un momento, anzitutto in Inghilterra, in cui la vita media dei nobili, già più lunga di quella dei contadini, fece un salto in avanti incredibile: la differenza divenne di 25 anni, un quarto di secolo. Merito dei progressi della medicina, e delle pratiche igieniche e sanitarie nuove, tra le quali risalta la vaccinazione antivaiolosa, di cui fruirono i più abbienti. Le distanze tra le classi sociali crebbero. Mi fanno ridere (amaramente) quelli che prevedono per i prossimi decenni una vita media lunghissima indiscriminata per l’intera popolazione, in grado di mettere in crisi il welfare degli Stati. Welfare che già in questi anni da noi è in crisi. Dove l’economia va male, alla fine anche la vita si fa più corta. Dove le differenze sociali aumentano, anche se la ricchezza generale di una nazione cresce, si allarga anche la distanza tra i ceti: anzitutto nel numero di anni che si passano in questo mondo.Uccidere in nome di Dio
Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni. Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. (Deuteronomio 20, 10-18)
Quanti pronunciano oggi e scrivono le parole «non si può uccidere in nome di Dio»! Un’affermazione assoluta di questo principio, tuttavia, non si trova in tutta la Bibbia, e nemmeno nella tradizione cristiana maggioritaria. Gesù, del resto, non l’ha mai pronunciata. E infatti i cristiani delle diverse confessioni nel corso di duemila anni di storia hanno spessissimo ucciso nel nome di Dio, bruciato eretici, ecc. ecc. E in molte pagine dell’Antico Testamento Dio comanda espressamente ai suoi fedeli di uccidere. La Bibbia contiene passi non meno violenti di quelli che da parte di alcuni vengono estrapolati dal Corano per denunciare l’Islam come religione di guerra di contro agli altri due monoteismi, che sarebbero (attualmente) di natura pacifica. Da un certo punto di vista, non vi è nulla di più divertente dei salti mortali spiccati da ermeneuti, commentatori e teologi per giustificare, con criteri storicisti e dunque relativisti, l’esistenza nella Bibbia di passi di violenza inaudita, in cui Dio ordina stermini ed esecuzioni capitali. La questione è dunque una questione di lettura e di interpretazione: la lettera uccide. Ma riguarda anche l’attualmente. Perché se una religione come il cattolicesimo appare oggi di natura pacifica, tale non appariva una volta: e si rivela quindi come soggetta ad evoluzioni, e involuzioni: dunque alla storia e al flusso temporale: al divenire. E, se la lettera uccide, ogni interpretazione necessariamente la de-assolutizza, e apre le porte al relativismo, bestia nera del cattolicesimo. Qui si incontra una contraddizione che per essere pensata radicalmente e rigorosamente richiederebbe una riflessione teologica di una potenza e di una profondità tale per la quale nessuno dei teologi di questi tempi mi sembra avere le penne.
La comparsa
Anche se la questione fondamentale nella vita di Noga, l’arpista quarantenne protagonista de La comparsa di Abraham Yehoshua (Nitzevet, 2014, trad. it. di A. Shomroni, Einaudi 2015 ) sembra essere quella della maternità, da lei rifiutata anni prima per un intreccio di ragioni, il tema di questo romanzo è quello generale del romanzo come genere letterario: il ruolo dell’individuo nel mondo, il suo significato o la sua totale irrilevanza. Il teatro antico ha prodotto il termine protagonista e vi si è aggiunto il termine comparsa: ma nella realtà del romanzo europeo una infinità di volte, paradossalmente, il protagonista del libro è un’irrilevante comparsa nella vita, e questa irrilevanza, con la frustrazione connessa, diventa il tema per eccellenza. La vita di Noga, l’arpista, viene qui interpellata in una sua svolta critica: la donna da Gerusalemme si è da anni trasferita in Olanda, dove ha trovato un posto in un’orchestra sinfonica. Torna in Israele per tre mesi dopo la morte del padre. Il fratello vorrebbe infatti che la madre lasciasse Gerusalemme, dove lei laica si trova a vivere in un quartiere ultra-ortodosso, e si stabilisse in una gradevole casa di riposo a Tel-Aviv. Vi andrà “in prova” per tre mesi, in cuor suo avendo già deciso per il no, e nel frattempo la figlia occuperà il suo appartamento, il cui proprietario desidera fortemente che sia liberato. Tre mesi sono lunghi, Noga non può suonare l’arpa, e per passare il tempo e guadagnare qualche soldo inizia una breve carriera di comparsa in serial televisivi e nell’opera lirica. E riemerge l’irrisolto rapporto con l’ex marito, nel frattempo sposato e divenuto padre di due bambini. Ma se la carriera di comparsa è solo una parentesi, la domanda se anche l’intera sua vita sia quella di un’irrilevante figura di sfondo si porrà in modo inquietante, anche se mai esplicito. Per quanto le ambizioni di Yehoshua siano alte, io non trovo che questo romanzo sia pienamente riuscito: almeno per quanto mi riguarda, non fa sorgere in me alcuna cura per i personaggi. Noga è un personaggio che lascia freddi, il suo destino non preoccupa il lettore. Né ogni libro di un grande scrittore può essere un capolavoro.
Micronote 48
1. Se un alieno mi chiedesse di spiegargli la nostra cultura, comincerei dicendogli che noi negli ultimi due secoli abbiamo prodotto una massa enorme di riflessioni sull’eros, e molto poco o quasi nulla sull’amicizia.
2. Negli anni Settanta infuriava un’epidemia di psicanalite, e io mi sono vaccinato. L’effetto della vaccinazione è permanente. Nei decenni successivi ho avuto molti contatti con la psicanaglia italica, senza riportarne alcun danno.
3. Gratta e perdi. Gratta un po’, e dal piccolo borghese italiano emerge il fascista, magari convinto di essere di sinistra o di non essere niente di preciso. No, quello di piccola borghesia è un concetto zoppicante. Sostituiamolo con ceto medio insicuro e risentito. Resta il fascismo potenziale, la fascinazione della potenza totalitaria mai sopita, il sogno di una forza che risolva i problemi con la scure.
4. L’ accettazione delle differenze pone un insolubile problema di fondazione. Dove si colloca, e come, il discrimine tra le differenze da accogliere e quelle da respingere? Perché non esiste alcuna società umana che respinga ogni differenza, e ugualmente non può esistere alcuna società che le accetti tutte. L’equilibrio, infine, mi pare stabilito di volta in volta dai rapporti di forza, secondo le declinazioni che la forza assume nei vari contesti socio-culturali.
5. Il compimento di una vita (esistono vite compiute e incompiute?) implica l’esistenza del compimento.
6. Non c’è spettacolo più deprimente di quello offerto dal piccolo borghese nord-italico, che sogna risibili secessioni indolori, e ora, impaurito di fronte a profughi e migranti perché teme di perdere il suo benessere, abbaia rabbiosamente sui social media, invocando muri e durezza, ma alla vista di un’arma qualsiasi si cacherebbe addosso.
7. Quando fanno un discorso, i politici si rivolgono alle viscere di chi li ascolta, per dirigere le sue emozioni, e additano nemici. Fanno sempre esattamente quello che un uomo saggio non deve fare. Politica e filosofia non possono convivere. I politici sono inevitabilmente gli assassini di Socrate. E nella Bibbia il fondatore della prima città, della prima polis, non a caso è Caino.
8. Il politico italiano deve ottenere i voti di un elettorato composto per il 47% di analfabeti funzionali (tra i quali, temo, anche molti politici). Questo spiega molte cose.
9. Non c’è nulla di più terribile del conflitto tra diritti.
10. Questa è una nota formale che non ha una valenza politica immediata. Quando si divide il campo tra gli umani e le bestie, si compie un atto che rimanda ad un’attitudine ancestrale, e che trova molte corrispondenze nell’antropologia. Sappiamo infatti che in molte culture tribali i membri della propria tribù venivano designati come uomini, mentre gli appartenenti a tribù vicine e rivali erano le pulci, i cani, ecc. Tale attitudine è consustanziale all’umano, e può riemergere in qualsiasi momento, in tutte le culture. Per quanto ci possa apparire spregevole e malvagio un nostro avversario, la sua espulsione verbale dalla sfera umana e il suo abbassamento all’animale è un atto culturalmente gravido di implicazioni estremamente negative, e strettamente connesso alla violenza.
11. A proposito di matrimonio cattolico, penso ai tanti casi in cui l’uomo unisce ciò che Dio voleva mantenere diviso. Voleva? A me pare che la volontà di Dio sia lo scoglio su cui si infrangono tutte le teologie, nessuna esclusa. E anche le pratiche di tutte le chiese, nessuna esclusa.
12. Un vecchio saggio è sempre e solo un saggio che è diventato vecchio. La specie è stata sempre rara, oggi appare quasi estinta.
13. Tra bontà e buonismo c’è di mezzo il mare. No: l’oceano. Distinguere è però difficile, perché la nostra è un’epoca emotiva e sentimentale.
14. Tutti gli esseri umani sono simili. In questo: mal sopportano le differenze che non sono istituite e controllate da loro stessi.
15. Tutti i cattolici integralisti che conosco spirano risentimento, livore e odio, diversamente miscelati e graduati. Hanno bisogno anzitutto di nemici da condannare, e di avere sopra di sé autorità che esercitino anzitutto giudizio e condanna. Ma questo non avviene solo nella Chiesa cattolica, è un carattere essenziale di tutti gli integralismi.
16. La casa, disse, è troppo vasta, il sole
non la raggiunge mai, la strada
empia e contorta che svanisce a volte
puoi vederla di notte scintillare.
17. Un’analisi approfondita della tanto vituperata indifferenza ne porta alla luce la natura ambivalente. Essa infatti da un lato determina disinteresse nei confronti degli altri e ripiegamento sul proprio interesse personale, dall’altro immunizza dal contagio mimetico della violenza. Questa infatti tanto più facilmente dilaga nelle società in cui sono forti i legami clanici e gli obblighi solidaristici interpersonali, le società pre-moderne, nelle quali ad esempio la vendetta per l’uccisione di un familiare, di un amico, o di un membro del clan, è un obbligo assoluto. Proprio perché in esse non vi è indifferenza, nelle società tradizionali è facilissimo che si verifichi l’offesa, che un gesto involontario venga letto come un insulto, che una parola fuori posto scateni una reazione violenta. L’indifferenza ha due volti, e noi ne vediamo solo uno.
18. Ascolto Antonio Prete sostenere che la poesia è per essenza la realtà più antitetica alla guerra. Mi dovrebbe spiegare come mai la poesia nasce come epica… Ha mai letto l’Iliade? Gli ultimi libri dell’Eneide? Il Bhagavadgītā?
19. “O voi che lodate sempre la memoria”, disse il Maestro, “sappiate che essa è il principio della riconoscenza e del pentimento, ma anche della vendetta”.
20. La memoria dei popoli è spesso come quella dei vecchi: ricordano meglio i fatti lontani, e peggio o per niente quelli vicini nel tempo. Così nella memoria dei Serbi è impressa indelebilmente la sconfitta del Kossovo (1389) e in quella degli Ungheresi la sconfitta di Mohács del 1526. Entrambe ad opera dei Turchi musulmani che si stavano espandendo verso l’Europa. Questo dovrebbe far comprendere il substrato profondo delle ansie di oggi. Se lo sguardo si ferma solo all’ultimo secolo non afferra la realtà.
21. Alcuni ormai usano liberista come insulto, altri come offesa sindacalista.
22. La legge di gravità vale anche per le nazioni. Un Paese piccolo orbiterà attorno ad uno più grande, necessariamente. E anche entro una unione di Paesi, di qualsiasi tipo sia, ve ne sarà sempre uno dotato di maggior forza gravitazionale, come la Germania in Europa. Ma attenzione alla densità, perché vi sono Paesi piccoli ad alta densità tecnologico-militare (Israele) o finanziaria (Svizzera), ecc. Catalogna e Veneto non saranno mai del primo né del secondo tipo. E non saranno mai nemmeno un Afghanistan o un Vietnam, perché sono imbelli.
23. Disse che il Diavolo ha fatto due tentativi per introdurre il caos nel mondo e sovvertire la Creazione cancellando le differenze poste da Dio. Disse che il primo lo ha fatto all’inizio, persuadendo Adamo ed Eva che potevano essere come Dio mangiando il frutto della conoscenza del bene e del male. Disse che il secondo tentativo lo sta facendo ora, persuadendo gli umani che sono animali, e che gli animali sono come loro, che non c’è nessuna differenza.
24. Non c’è niente da fare: solo ciò che è perduto è veramente bello.
25. Instancabilmente, gli psicoanalisti secernono una poltiglia di pensieri, e la offrono come pensiero. E da decenni gli occidentali la bevono.
26. Non conosco alcun critico delle certezze altrui che non ne abbia lui stesso molte e inscalfibili
27. Il se stesso, il me stesso di cui parliamo, di cui andiamo alla ricerca e che spesso difendiamo violentemente non sono che la sistemazione provvisoria di un tessuto di relazioni intricatissimo e in continuo rifacimento, e che muta i suoi colori col passare del tempo.
28. La cosa splende di una luce dura,
mentre tu sei dentro l’eterna caccia
e perdi ogni peso, ogni misura
lasci lungo il sentiero senza traccia,
l’angelo dell’autunno sulla faccia.
29. Basta con questa esaltazione a priori del nuovo e del cambiamento e del meticciamento. Perché voi li sognate indolori. Ma nella storia sono stati sempre accompagnati da lacrime, sangue e immani sofferenze. Sono inevitabili? Ma l’inevitabile non è una categoria del bello, e sovente si accompagna al terribile.
30. La polis greca non è nemmeno concepibile senza il tempio (e il sacrificio), e dunque pensare che la religione e la politica siano due realtà originariamente e per sé separate è pensare malamente. La loro separazione concettuale è un fatto storico, e per ciò contingente. A noi sembra ovvia solo perché viviamo in questa cultura e in questa epoca.
Il gigante sepolto
Un romanzo difficile da etichettare, un sottile gioco letterario e una splendida narrazione è Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro (The Buried Giant, 2015, trad.it. di S. Basso, Einaudi 2015). Ambientato tra Sassoni e Britanni in un’epoca immediatamente post-arturiana, ha qualcosa del romanzo storico, e la presenza di orchi, folletti e di un drago ne potrebbero fare un fantasy. Ma gli elementi fantastici non hanno in fondo qui un ruolo davvero importante. Folletti, orchi e lo stesso drago da un lato sono molto carnali – c’è, tanto per dire, un orco che muore per aver mangiato (cruda) una capra avvelenata, e una spada affilata e un po’ di coraggio sono sufficienti a tenere a bada le creature non umane, e lo stesso drago, il drago-femmina Querig, quando alla fine appare è assai malandato e prossimo a morire, come un qualsiasi animale, di vecchiaia. Vecchio è il drago, come vecchio è l’ultimo (o penultimo) superstite della Tavola Rotonda, Galvano, che risulterà essere legato al drago stesso da quello che è il problema fondamentale, assolutamente non fantastico ma realissimo, del romanzo: se un oblio totale possa essere cosa migliore del ricordo, quando il ricordo sia di male e malvagità, memoria di azioni che possono richiedere vendetta o generare ancora sofferenza. Nel romanzo emergerà infine che lo scomparso re Artù molti anni addietro ha svolto un’azione di realpolitik durissima: per pacificare Britanni e Sassoni ha compiuto eccidi nei villaggi di questi ultimi, e incaricato poi Merlino di fare un incantesimo che ne cancellasse il ricordo, per interrompere il ciclo della vendetta. E Merlino ha fatto portare Querig, il drago-femmina, sopra una montagna, e dotato il suo fiato rovente del potere di generare una nebbia che si spargesse ovunque, la nebbia dell’oblio. La vicenda del libro è quella di due anziani coniugi, vissuti per molti anni sotto la nebbia del drago, che ad un certo punto decidono di partire alla ricerca del loro figlio, di cui non ricordano quasi nulla, una tipica quest: Vogliono recuperare il ricordo, tutti i loro ricordi, per quanto possano rappresentare un pericolo per la loro stessa amorosissima relazione coniugale; e vorranno infine, per questo, che il drago muoia, associandosi a tal fine ad un misterioso guerriero sassone, che per motivi politici ha avuto dal suo re l’incarico di sopprimere la creatura. Due protagonisti molto vecchi: anche questo non è tipico, non solo del fantasy, ma del romanzo in generale. Anzi, se aggiungiamo che è vecchio anche Galvano e che il drago è decrepito, potremmo concludere che questo è anche un romanzo sulla vecchiaia, come età in cui si può ancora amare e agire, oltre che sulla inesorabile fine che attende anche i migliori.
Divido i romanzi, per quel che riguarda me come lettore, in due fondamentali categorie: quelli che fanno nascere in me l’interesse, la cura, per il destino di uno o più personaggi, e quelli che non ne fanno nascere alcuno. Il romanzo di Ishiguro appartiene alla prima categoria.
