La mia religione 9

guarigione suocera di Pietro 1

ἡ δὲ πενθερὰ Σίμωνος κατέκειτο πυρέσσουσα, καὶ εὐθὺς λέγουσιν αὐτῷ περὶ αὐτῆς. καὶ προσελθὼν ἤγειρεν αὐτὴν κρατήσας τῆς χειρός· καὶ ἀφῆκεν αὐτὴν ὁ πυρετός, καὶ διηκόνει αὐτοῖς.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

Simone Pietro ha una suocera, quindi è sposato. Gesù fonda la sua Chiesa su di un uomo sposato. È del tutto evidente come il celibato ecclesiastico appartenga alla storia della Chiesa cattolica occidentale come un accidens (se pur di forte spessore, e ricchissimo di implicazioni socio-culturali) e non come elemento essenziale della fede. Degli altri apostoli nulla emerge dal Nuovo Testamento circa il loro essere sposati o meno. E non emerge per il semplice fatto che, di fronte a Gesù, essere sposati o no non ha alcuna importanza. La cosa evidente, infatti, è la relativizzazione dei rapporti familiari che Gesù compie, in un contesto storico-culturale in cui la famiglia è ben più importante del suo singolo membro, e l’autorità patriarcale determinante, Gesù antepone la fedeltà al vangelo a qualsiasi legame di appartenenza. E il primo legame di appartenenza è quello alla propria famiglia. Continua a leggere

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Modernismo. Un secolo dopo

Modernismo. Un secolo dopo

Modernismo. Un secolo dopo, a cura di L. Vaccaro e M. Vergottini, edito da Morcelliana nel 2010, è una bella raccolta di saggi tra storia e teologia. Mi conferma nella mia idea che i temi posti dal movimento modernista nella Chiesa cattolica siano ancora tutti qui. Come scrive Alberto Cozzi nel suo saggio, la crisi modernista «rimane emblematica della fatica della mediazione antropologica delle verità rivelate nella modernità» (p. 41). Mi ha colpito in particolare la figura di George Tyrrel, di cui poco conosco. Di lui scrive nel suo saggio Fabrizio Chiappetti che «pensa […] che il sacerdotalismo sia vicino al tramonto, incalzato dalle conquiste democratiche in campo politico che hanno reso ormai inaccettabile il modello gerarchico basato sull’autorità del papa e della curia romana. Saranno i laici a trasformare la Chiesa, recuperando quel ruolo attivo che avevano prima che prendesse piede il sacerdotalismo. Il laicato rappresenta “non tutta, ma di gran lunga la maggior parte di quella comunità che è ugualmente penetrata dallo spirito di Cristo”. Considerata l’incapacità del clero di lottare per il superamento dei propri privilegi, il laicato diventa agli occhi di Tyrrel l’unico soggetto su cui puntare affinché la Chiesa ritrovi la sua vera indole spirituale.» (p. 97)

La mia religione 8

jesus-demons

Καὶ εὐθὺς ἦν ἐν τῇ συναγωγῇ αὐτῶν ἄνθρωπος ἐν πνεύματι ἀκαθάρτῳ καὶ ἀνέκραξεν λέγων· τί ἡμῖν καὶ σοί, Ἰησοῦ Ναζαρηνέ; ἦλθες ἀπολέσαι ἡμᾶς; οἶδά σε τίς εἶ, ὁ ἅγιος τοῦ θεοῦ. καὶ ἐπετίμησεν αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς λέγων· φιμώθητι καὶ ἔξελθε ἐξ αὐτοῦ. καὶ σπαράξαν αὐτὸν τὸ πνεῦμα τὸ ἀκάθαρτον καὶ φωνῆσαν φωνῇ μεγάλῃ ἐξῆλθεν ἐξ αὐτοῦ.
Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: “Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio”. E Gesù lo sgridò: “Taci! Esci da quell’uomo”. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.

Che cos’è uno spirito impuro, immondo, uno πνεῦμα ἀκάθαρτον? Per molti secoli, i cristiani non hanno avuto dubbi: l’essere umano può essere invaso e posseduto dai demoni, intesi come creature personali, che parlano e intendono un solo fine, la distruzione dell’umano e la negazione del bene. L’esorcismo è di conseguenza una pratica della Chiesa, dal tempo degli Apostoli a oggi. A oggi? Mi piacerebbe sapere quanti siano i preti cattolici che credono ancora nel demonio come persona, ai demoni come angeli ribelli. Il demoniaco è stato ricondotto totalmente nell’antropologia. E questo è necessario, ed è un bene. E tuttavia la categoria del diabolico deve essere reinterpretata e mantenuta. In questo senso, l’opera di René Girard è di grande rilevanza. Continua a leggere

Benedicti exitus

Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.
Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam.

La realtà è questa: il pontificato nel mondo globale è infinitamente più gravoso di un tempo. Impegni di ogni genere e viaggi faticosi, che ai predecessori di Giovanni Paolo II erano ignoti. Non sono più pontificati per vecchi, se non a rischio di apparire disumani. L’abbandono di Benedetto significa per me l’affermazione del valore prioritario della persona umana e della sua dignità universale. In questa universalità rientra anche chi ricopre il ruolo di papa. Questo gesto è anche un gesto di positiva desacralizzazione, un gesto cristianissimo. Complessivamente, l’opera di Ratzinger, come teologo, come inquisitore e come papa non mi è piaciuta molto: mi è sembrata stare sempre sotto l’ombra della paura dell’infedeltà al dogma. Il suo gesto finale, invece, mi sembra pregno di forza spirituale, nella debolezza di un corpo in via di spegnimento. Solo, mi resta un dubbio: Scola ha avuto un ruolo in questo esito?

La mia religione 7

File:Ghirlandaio, Domenico - Calling of the Apostles - 1481.jpg

καὶ ἐξεπλήσσοντο ἐπὶ τῇ διδαχῇ αὐτοῦ· ἦν γὰρ διδάσκων αὐτοὺς ὡς ἐξουσίαν ἔχων καὶ οὐχ ὡς οἱ γραμματεῖς.

Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi.

Come insegnano gli scribi? Gli scribi hanno come valore fondamentale il testo cui fanno riferimento, e che sommergono di interpretazioni nello stesso momento in cui affermano la sovranità del testo stesso, e la purezza del suo significato, da loro stabilito e trasmesso, che consegnano ai loro uditori. Autorità di apparato e autorità singolari, o carismatiche. Quella di Gesù è un’autorità singolare, non derivante dall’appartenenza ad una struttura cui l’autorità stessa sia inerente – come è degli scribi, depositari di un sapere tecnico. Quasi tutte le autorità nelle quali ci imbattiamo nel corso della nostra vita, e per moltissimi tutte, sono autorità strutturali-tecniche, prive di qualsiasi carisma. Inevitabilmente, questo avviene anche all’interno della Chiesa. E questo tuttavia non significa generalmente che il carisma dell’autorità sia una cosa buona di per sé. Esso è anche del demonio, per così dire, e lo hanno posseduto anche uomini e donne malvagi. Ma come è deprimente, per lo più, la conoscenza e frequentazione degli uomini di Chiesa, quanto rara tra di loro l’autorità autentica, che è un barlume nel presente della luce irradiata da Gesù. Essi sono scribi. Del resto, anche quella di Lui era misconosciuta da molti, e così anche nella Chiesa tu vedi fare carriera i mediocri, gli obbedienti, e coloro il cui spirito di servizio è in verità solo spirito di asservimento.

La mia religione 6

καὶ λέγων ὅτι πεπλήρωται ὁ καιρὸς καὶ ἤγγικεν ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ· μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ.

e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo.

Poiché convertitevi-μετανοεῖτε, cioè cambiate la vostra mente, è detto ad Israeliti, questa parola non significa invito ad adottare un altro dio. L’unico dio è Dio, e non possono esistere più monoteismi, ciascuno dei quali rivendica il diritto di essere considerato l’unico autentico, vero e puro. Veramente, può accadere che il Dio di cui ci si proclama servi, e in nome del quale si scende in guerra con chi professa fede in un altro Dio unico, o in molti dèi, non sia che l’assolutizzazione del proprio Desiderio. Perversione del monoteismo: io sto col Bene, dunque chi non sta con me sta col Male. Chi non sta con me è malvagio, e con lui non si può negoziare, perché la sua malvagità e corruzione sono totali, e non c’è nulla da salvare in lui: si può solo eliminarlo, anzi si deve.

Ma il contenuto fondamentale del buon annuncio, dell’evangelo, qual è? Il contenuto è la vicinanza del regno di Dio, a cui si è invitati a credere. La conversione è qui: chi pensava che il regno di Dio fosse lontano ora crede che sia vicino. Ma il problema è: cosa significa il regnare di Dio? Poiché Dio e il suo regno non possono essere separati, la questione del regnare di Dio porta a quella sulla natura di Dio, sulla sua pensabilità e rappresentabilità nell’orizzonte concettuale e culturale contemporaneo. Come nella stessa tradizione cristiana è reso evidente dagli appellativi di Padre e di Figlio, ogni teologia è insieme necessariamente e dialetticamente un’antropologia.

La mia religione 4

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καὶ εὐθὺς ἀναβαίνων ἐκ τοῦ ὕδατος εἶδεν σχιζομένους τοὺς οὐρανοὺς καὶ τὸ πνεῦμα ὡς περιστερὰν καταβαῖνον εἰς αὐτόν·

E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba.

Fin dai miei primi anni mi è risultato del tutto inaccettabile il Cattolicesimo come mera consuetudine, come insieme di pratiche e riti, e di formule verbali nelle quali sia possibile credere un po’ sì e un po’ no, e senza coerenza alcuna. Se in gioco era la vita eterna, perché allora la gente era tutta uguale, e i comportamenti dei credenti e dei non credenti erano del tutto indistinguibili? Questa domanda mi assillò per anni, fino al punto che, intorno al mio sedicesimo compleanno, i nodi vennero al pettine e, come tanti altri coetanei, fui sul punto di abbandonare la pratica religiosa e la frequenza ai sacramenti. Già la confessione era per me difficile, perché mi sembrava ormai un affare puramente meccanico e vuoto, una faccenda in cui il prete era un semplice impiegato di una amministrazione burocratica. Stavo dunque per abbandonare l’interesse per la religione e la spiritualità cattolica, ma accadde che il cappellano della mia vecchia parrocchia, che avevo continuato a frequentare dopo il trasferimento della mia famiglia in una nuova abitazione, mi regalò un testo del cardinale Danielou, Dio e noi. Questo libro mi aprì il mondo della teologia e della storia delle religioni, offrendomi la possibilità di una mediazione razionale della fede. Debbo dunque il mio permanere, per quanto estrememente critico, all’interno della Chiesa ad un cappellano che qualche anno dopo gettò la tonaca per amore di una donna, e ad un cardinale che morì sulle scale della casa di una spogliarellista. Due personaggi che ho molto amato. Continua a leggere

La mia religione 3

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ἐγένετο Ἰωάννης ὁ βαπτίζων ἐν τῇ ἐρήμῳ καὶ κηρύσσων βάπτισμα μετανοίας εἰς ἄφεσιν ἁμαρτιῶν.

Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.

Nella catechesi che mi fu impartita nei miei primi anni avevano un peso determinante l’idea di peccato e la figura del Demonio, con la connessa idea-incubo della dannazione infernale. Ricordo i raccapriccianti racconti della mia catechista, una signora abbastanza anziana, che avevano il fine di distogliere noi bambini dal peccato col terrore delle sue conseguenze. Il terrore della dannazione eterna nell’Inferno o di anni senza numero nel Purgatorio. Erano quasi sempre racconti di apparizioni del Diavolo, o di anime del Purgatorio che invocavano preghiere e suffragi per poter essere liberate dai tormenti. Talvolta rimanendo invisibili, ma facendo strani rumori nel cuor della notte, sinistri scricchiolii, colpi  e sbattere di porte e finestre. Ne derivarono miei incubi notturni, brutti sogni che mi ridestavano nel cuor della notte, spingendomi a rifugiarmi nel lettone dei miei genitori. Il peccato era concepito essenzialmente come disobbedienza, disobbedienza al padre, al Padre celeste come a quello terrestre nelle sue varie incarnazioni: papà, parroco, maestro, vigile, direttore, ecc. Io fui un bambino molto obbediente, mai ribelle. Tuttavia, avvertivo una certa distanza tra la figura del giudice divino implacabile e pronto a punire e quella del mio padre terreno benevolo, e che si prendeva sempre cura di me e di mio fratello, obbedire al quale mi sembrava sensato. Ricordo ancora una delle prime domande che posi alla catechista, che già avevano in sé il seme di una dimensione critica: «In Paradiso come fanno le anime a parlare fra di loro se non hanno la bocca?». Continua a leggere

La mia religione 2

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φωνὴ βοῶντος ἐν τῇ ἐρήμῳ, ἑτοιμάσατε τὴν ὁδὸν Κυρίου, εὐθείας ποιεῖτε τὰς τρίβους αὐτοῦ

Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri

Se uno grida nel deserto, sicuramente non sarà udito, perché il deserto è tale solo se non vi sono umani. Il deserto è il luogo abbandonato, la solitudo. L’eremo, in cui vive l’uomo solo, l’eremita. Un deserto abitato dagli esseri umani è un paradosso. Se la stessa strada del Signore è nel deserto, essa è una strada desertificante. La caratteristica essenziale del deserto è quella di essere un luogo senza centro. In tutta la tradizione biblica, Jahvé ha un rapporto privilegiato col deserto, non è un dio delle città. Mentre le città hanno tutte il loro centro-tempio, il luogo del sacrificio, senza il quale sono impensabili, il deserto non ha un centro: è un ovunque-da nessuna parte. Il Dio che si rivela nel deserto è un Dio desertificante e paradossale, che si rende presente in roveti ardenti, senza immagine alcuna. Una voce. Nel senza-centro non sussiste la mediazione dell’oggetto centrale, dell’idolo intorno al quale la folla si raduna, della vittima sacrificale che diventa re e viceversa. Io vedo nella storia intera del cattolicesimo romano la drammatica tensione tra il deserto e la città affollata, col suo centro sacro, una tensione in cui l’elemento romano-pagano-sacrificale svolge infine un ruolo decisivo e preponderante. Ma i sentieri divini sono contorti, e gli umani non sono riusciti a raddrizzarli. Anzi, le chiese li hanno resi ancora più aggrovigliati e incerti.

La mia religione 1

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La mia Cresima, maggio 1958 (col mio padrino Elvio Petrovich)

Debbo fare i conti con la mia religione. Sono stato allevato nel cristianesimo cattolico, ho vissuto gli anni della contestazione ecclesiale e delle comunità di base, ho mantenuto sempre una indipendenza di giudizio e una mente critica, mi sono sempre sentito cristiano in quanto indissolubilmente legato alla figura di Cristo. Ma quale Cristo? Questo è il problema. E quale cristianesimo? Tanti sono gli aspetti che mi allontanano dalla adesione a tutti i dogmi e precetti della Chiesa Cattolica, che certamente se fossi esaminato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede sarei dichiarato eretico. Con me lo sarebbero molti altri, che però continuano a considerarsi e ad essere considerati cattolici, come Vito Mancuso. Devo fare i conti con la mia religione. È richiesto dall’amore per la verità. Da tempo sono convinto di non essere propriamente religioso, pensando anche che il nucleo profondo del messaggio di Cristo non sia per sé religioso, anche se nei secoli trasformato in un apparato teorico-pratico che svolge le funzioni proprie di ogni religione (anzitutto quella di garanzia della coesione sociale). Se una naturale religiosità è stata sempre vista come il presupposto per la fede in Cristo, questa fede può essere fondata prescindendo da quel substrato? Alcune punte della teologia novecentesca si erano spinte su questo terreno, e mi hanno influenzato decisamente nel corso degli anni Settanta. Ora mi metterò davanti agli Evangeli, e vedrò cosa mi dicono in questa fase matura della mia esistenza. Cominciando da Marco.

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