La barbarie di Barbarano

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Sono passati pochi giorni, e dei gravi fatti di Barbarano in provincia di Vicenza non parla più nessuno. Un ragazzo autistico di 14 anni veniva seviziato dentro la sua scuola dalla sua insegnante di sostegno e dall’addetta all’assistenza. Per la verità, i media nazionali hanno quasi ignorato l’episodio: i disabili interessano poco, se non sono delle star, e delle loro tragedie importa poco anche a quelli che si riempiono la bocca di parole magiche come integrazione. Avanzo qualche considerazione.

  1. In tema di disabilità, il divario tipicamente italiano tra parole e fatti assume proporzioni spaventose. Tuttavia, vi sono casi come questo in cui nemmeno le parole vengono spese.
  2. Le parole non vengono spese da media e politici, con qualche piccola eccezione, perché i fatti di Barbarano evidenziano come l’integrazione scolastica delle persone autistiche faccia acqua da tutte le parti. In questi tempi tutto ciò che potrebbe evocare un aumento di costi viene eluso, marginalizzato o ignorato totalmente. E un miglioramento delle condizioni di vita degli autistici a costo zero è impensabile.
  3. Nella scuola non si è attrezzati, manca un orientamento chiaro e condiviso, il personale non è preparato, gli insegnanti di sostegno sono spesso del tutto privi di preparazione specifica. Ma non vengono verificate nemmeno le loro qualità semplicemente umane. Per questo, penso che non si debba assumere nei confronti delle due seviziatrici un atteggiamento di puro linciaggio, anche se la violenza non può trovare alcuna scusante. Certamente avevano ricevuto un caso difficile, e non sono riuscite a reggere lo stress. Ma chiaramente sono colpevoli: dei loro atti, e anche di non aver dichiarato la propria inadeguatezza, di non aver chiesto aiuto, ecc. E gli altri insegnanti della classe? Che integrazione era mai quella?
  4. Le qualità semplicemente umane, tuttavia, non sono nemmeno radicate nella pubblica opinione italiana. In un Paese in cui vi fosse un qualche senso morale diffuso e condiviso, l’episodio sarebbe rimbalzato ovunque nei media, suscitando l’indignazione dell’intera Nazione: invece niente.
  5. Più sei debole, più sono deboli le reti di protezione che ti dovrebbero salvaguardare e aiutare. Un ragazzo con autismo del tutto averbale, non in grado di spiegare ai suoi genitori l’origine delle contusioni e delle ferite, è un soggetto debolissimo, del tutto in balia degli altri, privo di ogni difesa.
  6. È evidente come il termine “autismo” funzioni malissimo dal punto di vista comunicativo, dal momento che la gente sente chiamare “autistico” il ragazzo vicentino che non sa dire una parola, e sente definire “autistico” un genio come Einstein. Mentre la parola “down” funziona benissimo, e tutti capiscono di cosa si stia parlando. Nella società della comunicazione, questo non è un problema di lana caprina. E’ IL problema.

 

Tesi per la fine del problema di Dio

Tesi per la fine del problema di Dio

Diciamo che è più interessante il saggio di Sergio Quinzio  del 1973 che nel libro segue le Tesi di Ferdinando Tartaglia, pubblicate per la prima volta nel 1949. Il libretto Adelphi che ho davanti, Tesi per la fine del problema di Dio, è del 2002, e lo scritto di Quinzio si intitola Ferdinando Tartaglia e la profezia del «puro dopo».  Le pretese di rifondare la filosofia, o di dare una svolta al pensiero, accampate sovente da grandi filosofi del passato, impallidiscono di fronte alla smisuratezza tartagliana: «Se finora non c’è mai stato Dio, non ci poteva essere mai stata neanche teologia, ma solo favole per bambini invernali e addormentati; adesso, cominciando ad esserci Dio, può cominciare anche il discorso teologico, sul serio» (p. 62) Ma la montagna delle Tesi partorisce solo il topolino del puro dopo, che appare irrelato a tutto ciò che precede, sennò non sarebbe puro. Ma è affermato nell’oggi in cui sta Tartaglia, il profeta, affamato di vero assoluto. Un oggi, in cui, non si capisce perché, quello che in precedenza era impossibile diviene improvvisamente possibile. E si rende possibile in Tartaglia: «Ma voi sapete che io oggi ho ragione, e possibilità di sciogliere l’uomo dal padre e dalla madre e fargli nuovo destino». Se tale è la smisuratezza di Tartaglia, sarebbe molto interessante cercare, girardianamente, il suo modello-rivale.

Letteratura canadese e altre culture 3,4

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Esce il N.4 della terza serie di Bibliosofia Canada – Letteratura canadese e altre culture, a cura di Elettra Bedon e  Giulia De Gasperi.

L’Armada

L' Armada

Die Armada. Don Juan d’Austria. Lebensfahrt eines Ehrsüchtigen. È abbastanza lungo, ma molto significativo, il titolo originale del più importante dei tre romanzi scritti dal misterioso Franz Zeise, uscito nel 1936. Lo leggo nella traduzione molto bella di A. Rho (Sellerio 2012). C’è una bella introduzione di Leonardo Sciascia, che giustamente addita la qualità onirica della narrazione zeisiana, nella quale i dati storici, che ricevono una erudita attenzione dall’autore, sono trasvalutati e trasferiti in una dimensione di fantasmagoria. Si genera così un universo narrativo in cui una moltitudine di vite differenti per qualità e specificazioni (dai lanzichenecchi ai condottieri, dalle prostitute agli hidalgos) attinge la condizione di affresco, cangiante e monotono insieme. Una sorta di connubio tra espressionismo tedesco e pittura di Tintoretto. L’effetto è grandioso e straniante, a tratti spaventoso, folle e quasi non più umano. Del resto, la follia è presente nella stirpe del bastardo fratellastro di Filippo II, e in lui medesimo. Non si dimentichi l’anno 1936, in cui uscì il libro, e i segni di disumanità che percorrevano il mondo.

Micronote 25

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  1. In linea di principio, preferisco di gran lunga un liberale corrotto ad un nazista o ad uno stalinista onesto.
  2. C’è molta gente che confonde il leopardo col giaguaro (compreso Romano Prodi). Ciò dimostra, tra le altre cose, che dalla TV non si impara nulla, nemmeno dalle trasmissioni di P. Angela.
  3. Sondaggisti, vil razza dannata,/coccolata e molto pagata,/non avete capito una mazza,/meritate una bella pedata.
  4. Bene, visto che con i partiti tradizionali l’Italia va maluccio, diamola in mano a chi ha: cultura politica 0, cultura delle istituzioni 0, senso dello Stato 0, cultura economica 0, cultura amministrativa 0, cultura delle relazioni internazionali 0, cultura scientifica meno che 0. Il futuro sarà radioso.
  5. Un Paese diviso, popolato da tribù fra loro ostili. Continua a leggere

Una notte ho sognato che parlavi

Una notte ho sognato che parlavi. Così ho imparato a fare il padre di mio figlio autistico

Una notte ho sognato che parlavi (Mondadori 2013) si inserisce nella moltitudine crescente dei libri-testimonianza scritti da coloro che vivono insieme ad una persona autistica, che solitamente è il figlio o la figlia. Questi libri si collocano su diversi livelli di scrittura e di comprensione della problematica dell’autismo, ma il più delle volte appaiono viziati da un ottimismo che mi sembra forzato e ingiustificato, anche se ne comprendo bene la causa profonda, che è l’impossibilità di accettare l’idea che il dopo di noi di quella persona che amiamo tanto sarà difficile o molto difficile. Il libro di Gianluca Nicoletti è diverso: lo sguardo è quello di un padre affettuoso ma nello stesso tempo quello del lucido, disincantato e spesso sarcastico conduttore di Melog su Radio 24. Una notte ho sognato che parlavi racconta quella che è stata finora la vita di Tommy, il figlio autistico (a basso funzionamento, quasi del tutto averbale, ottanta chili di muscoli a 14 anni, che fra poco sarà un gigante forzuto), nella sua quotidianità e nel rapporto col padre. Nicoletti mette in luce le caratteristiche che fanno di suo figlio una persona unica, e nello stesso tempo lo apparentano a tanti altri ragazzi che vivono la sua medesima condizione: io vi ho ritrovato molti tratti di mio figlio Guido (anche lui in terza media), che mi appare un quasi-fratello di Tommy. La penna iridescente di Nicoletti crea un’opera godibilissima anche da chi dell’autismo sappia poco o nulla, che riceverà nel contempo una vera illuminazione su cosa significhi avere un autistico in famiglia, e su come questa presenza possa far deflagrare  i rapporti familiari. E  su come la vita dei genitori sia una battaglia infinita, nei casi peggiori una via crucis. Continua a leggere

La mia religione 11

paralitico

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Καὶ ἔρχονται φέροντες πρὸς αὐτὸν παραλυτικὸν αἰρόμενον ὑπὸ τεσσάρων. καὶ μὴ δυνάμενοι προσενέγκαι αὐτῷ διὰ τὸν ὄχλον ἀπεστέγασαν τὴν στέγην ὅπου ἦν, καὶ ἐξορύξαντες χαλῶσιν τὸν κράβαττον ὅπου ὁ παραλυτικὸς κατέκειτο. καὶ ἰδὼν ὁ Ἰησοῦς τὴν πίστιν αὐτῶν λέγει τῷ παραλυτικῷ· τέκνον, ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι. Ἦσαν δέ τινες τῶν γραμματέων ἐκεῖ καθήμενοι καὶ διαλογιζόμενοι ἐν ταῖς καρδίαις αὐτῶν· τί οὗτος οὕτως λαλεῖ; βλασφημεῖ· τίς δύναται ἀφιέναι ἁμαρτίας εἰ μὴ εἷς ὁ θεός; καὶ εὐθὺς ἐπιγνοὺς ὁ Ἰησοῦς τῷ πνεύματι αὐτοῦ ὅτι οὕτως διαλογίζονται ἐν ἑαυτοῖς λέγει αὐτοῖς· τί ταῦτα διαλογίζεσθε ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν; τί ἐστιν εὐκοπώτερον, εἰπεῖν τῷ παραλυτικῷ· ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι, ἢ εἰπεῖν· ἔγειρε καὶ ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ περιπάτει; ἵνα δὲ εἰδῆτε ὅτι ἐξουσίαν ἔχει ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ἀφιέναι ἁμαρτίας ἐπὶ τῆς γῆς– λέγει τῷ παραλυτικῷ· σοὶ λέγω, ἔγειρε ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ ὕπαγε εἰς τὸν οἶκόν σου. καὶ ἠγέρθη καὶ εὐθὺς ἄρας τὸν κράβαττον ἐξῆλθεν ἔμπροσθεν πάντων, ὥστε ἐξίστασθαι πάντας καὶ δοξάζειν τὸν θεὸν λέγοντας ὅτι οὕτως οὐδέποτε εἴδομεν.
Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino – disse al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!». Continua a leggere

Due papi, un Centro

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Evento epocale. Secondo me può rappresentare un passo decisivo nel senso della desacralizzazione della figura del Papa, della ricostruzione della sua funzione ecumenica, e nel senso di rimettere al centro il Centro, Dio.

The Sacrifice of Socrates

Una sottile analisi delle vicende che portarono alla morte di Socrate e alla generazione della sua figura mitizzata in Platone, The Sacrifice of Socrates (Michigan State University Press 2012) di William Blake Tyrrel si inscrive in quella fioritura di testi che ha il suo radicamento nell’opera di René Girard. Tyrrel vede in Socrate una personalità liminale rispetto alla Città e ai suoi ordinamenti, che sono sacrificali: da un lato il filosofo ha in sé i segni vittimari più classici (brutto, diverso dagli altri per costumi e valori, quasi inumano nel suo eccezionale valore militare, corruttore di giovani in quanto distrugge in loro la fede nelle divinità tradizionali, e nelle virtù che queste garantiscono, e nelle pratiche religiose consuete su cui si regge la Polis). Tyrrel interroga i testi platonici che mettono in scena Socrate, ma anche le commedie che ne hanno fatto oggetto di riso da parte degli Ateniesi. Alla fine, Socrate appare come un vero e proprio pharmakos, mediante l’espulsione del quale un’Atene in piena crisi mimetica pensa di poter ristabilire la propria salute, minacciata dal miasma distruttore diffuso ovunque dall’elenchos di Socrate. Continua a leggere

Il pro-pro-prozio Luigi

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Il mio pro-pro-prozio Luigi Ghedina, fratello del mio trisavolo Giuseppe, costituisce con lui la più importante coppia di pittori ampezzani dell’Ottocento. Qui si vedono due quadri di Luigi, Il capriolo ucciso sulla neve e Il cacciatore. Il cacciatore in realtà è lui stesso. I Ghedina avecano una casa di caccia nei dintorni di Fiames. Beati loro. Mi sa che il gene del cacciatore per li rami mi deriva da Luigi.