Dell’inizio, della fine

Avatar di Fabio BrottoBrotture

zab.jpg

Dalla questione De Initio non si uscirà mai. Penso che abbia ragione Eric Gans nel definire la religione cattiva cosmologia e buona antropologia. La religione infatti non illumina affatto il cos’è del mondo fisico, della sua costituzione non può dire nulla, ma illumina benissimo il significato profondo dei rapporti umani, soprattutto di quelli sociali, per i quali è nata. La questione principale è oggi quella della nascita dell’umano in quanto differente dall’animale. E in quanto segnato fin dall’inizio dalla violenza intraspecifica.
Si pensi a questo: la morte, l’argomento per eccellenza della riflessione e del dialogo (”tota philosophia commentatio mortis est”, scrive Cicerone, ovvero la filosofia è essenzialmente una meditazione della morte), oggi è evitata nel discorso di tutti, massime in Italia. Nascosta in un angolo, sottoposta a tabù. In Occidente essa è relegata nella fiction cinetelevisiva (dove per compensazione abbonda, insieme alla violenza) e negli ospedali, dove è amministrata tecnicamente…

View original post 226 altre parole

Amore, matrimonio

Avatar di Fabio BrottoBrotture

zab1.jpg

L’Occidente sta perdendo l’idea che matrimonio e famiglia siano una istituzione. Li lega al puro e semplice sentimento, e in questo modo li nullifica, poiché il sentimento va e viene, è per natura instabile.
Il Cristianesimo vide sempre nel matrimonio, e nella conseguente famiglia, l’utilità sociale. Da un lato infatti la Chiesa intese il matrimonio come remedium concupiscentiae («ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» 1 Cor. 7, 9), dall’altro vide in esso il fine supremo della generazione della prole. E questo è un dato non solo cristiano ma universalmente umano: in tutte le società, per quanto arcaiche, esistono riti di fondazione della famiglia, e questa ha anzitutto una funzione di prolificazione e protezione dei piccoli nati. L’amore cristiano, che non è eros ma charitas, riscatta ogni istituzione umana dai limiti che le sono inerenti a causa del peccato. Quindi l’amore cristiano…

View original post 354 altre parole

Ragione, desiderio

Avatar di Fabio BrottoBrotture

zab1.jpg

L’uomo che vive secondo il dettame della sola ragione è una mera astrazione. In ogni caso bisognerebbe stabilire prima di quale ragione si parli. La sapienza filosofica greca ha sempre pensato che il vivere secondo ragione consista nell’adeguarsi all’ordine del mondo e al movimento circolare dei cieli: nell’intendersi parte di un tutto razionale e divino l’uomo trova realizzazione e felicità. La sapienza tragica degli stessi Greci, di contro, vede nel mondo umano il trionfo dell’ingiustizia e della violenza, che solo il sacrificio può placare. Anche qui vi è una ragione: non vedere che alla base dell’umano sta la violenza è infatti obnubilamento e follia. Se tutti gli umani morissero “sazi di giorni” di morte naturale in tarda età, forse la morte non sarebbe un problema. Ma basta volgersi intorno e si vede che non è così, e così non è mai stato: muoiono i bambini, e la violenza miete vittime innocenti.
Il…

View original post 293 altre parole

Ipazia, scena XVI

91eZc+mnoCL._SL1500_

Ecco un omino addossato ad una catasta di legna. Ai suoi piedi una cesta di frutta, smilzo, occhi neri ridenti, medita osservando gli stranieri. La casa del patriarca? risponde. La conosco. Certo che la conosco. Tutta Alessandria la conosce, per forza. Tu sei un monaco?
Sì.
Allora chiedi ai monaci, se fai tre passi ne trovi subito uno.
Ma io non conosco nemmeno la direzione giusta…, dice Filemone. Ma tu, amico, perché ce l’hai coi monaci?
Giovanotto, mi sembri un po’ ingenuo, per essere un monaco. Non pensare che rimarrai così candido se resterai in Alessandria. Se continuerai a vestirti di pelle, e ad andare di chiesa in chiesa per un mese qui, senza imparare a mentire, a calunniare, ad applaudire e urlare invettive, e magari a partecipare a qualche atto di violenza… o assassinio… vorrà dire che sei un uomo migliore di quello che mi sembri adesso. Mio caro, io sono un greco, e sebbene il vortice della materia abbia imprigionato la mia scintilla spirituale in un corpo di facchino, sono un filosofo. L’omino si drizza in posa di oratore e continua: Perciò, giovanotto, io detesto la tribù dei monaci. Anzitutto la detesto come uomo e come marito. Essi odiano la bellezza del mondo, e la bellezza delle donne. Odiano le donne. Se i monaci ne avessero la forza, farebbero sparire il sesso dal mondo, non vi lascerebbero né uomini né donne, e tutti sarebbero angeli, come li chiamano loro, per una generazione soltanto, che sarebbe l’ultima. Essi imporrebbero all’umanità un suicidio volontario! In secondo luogo, li detesto come facchino, poiché se tutti gli uomini diventassero monaci, non avrei più clienti, lo stesso mestiere di facchino sarebbe cancellato. Infine li detesto come filosofo, perché come la moneta falsa di fronte alla moneta autentica, così è spregevole l’ascetismo irrazionale e animalesco del monaco di fronte al dominio di sé logico e metodico del più umile dei filosofi, quale sono io, che aspira ad una vita regolata dalla pura ragione.
Dimmi, ti prego, chiede Filemone sorridendo, chi è stato il tuo maestro di filosofia?
La fonte stessa della sapienza intramontabile: Ipazia. Io, guardiano di mantelli e parasoli, non oltrepasso mai le sacre porte dell’aula dove lei insegna, resto fermo lì alla soglia, ascolto, mi imbevo della conoscenza suprema. Fin dalla mia giovinezza ho percepito in me un’anima che si libra al di sopra della mandria degli uomini intrappolati nella materia. E Lei mi ha rivelato la splendida verità: io sono una scintilla della divinità. Sono una stella caduta, mio caro. E continua, meditabondo, accarezzandosi lo stomaco: una stella caduta… caduta… se la dignità della filosofia mi consente di usare queste parole… caduta tra i porci del mondo inferiore. Anzi, proprio nel truogolo dei porci. Va bene. Ti mostrerò la strada per l’arcivescovato. Aprire il proprio tesoro ad un giovane modesto dà una sorta di piacere filosofico! E l’omino si leva, mette la sua cesta di frutta in braccio al monaco e si avvia.
Filemone lo segue, imbarazzato ma anche curioso di questa strana filosofia, di cui non sa nulla. Questa filosofia, che sembra tanto elevare la stima di sé di un individuo così misero, basso, straccione, che lo sta guidando. Questa filosofia… Ma la via rumoreggia, fiume di corpi e di volti, file di carri, portantine, asini carichi, cammelli. Da una parte e dall’altra urti, botte, mentre passano la Porta della Luna e imboccano l’ampia strada. La filosofia evapora dalla sua mente, sostituita da una curiosità insaziata, e da una vaga persistente paura di quella grande realtà cittadina vivente selvaggia, più terribile di ogni landa deserta piena di morte che lui ha conosciuto, e che si è lasciato alle spalle. Ancora una volta Filemone avverte la nostalgia della tranquillità silenziosa della laura, dei volti sorridenti dei fratelli, ma è troppo tardi, non c’è ritorno. L’omino lo conduce per la grande strada, più di un miglio, attraversano il centro della città. Da lì si scorgono in lontananza le colline che fanno arco intorno, e la foresta degli alberi maestri nel porto dalle mille navi.

Il bambino che parlava con la luce

ardu

Per anni e anni famiglie e associazioni hanno invocato per bambini, ragazzi e adulti con autismo un’efficace e duratura presa in carico, e purtroppo in molti luoghi d’Italia debbono farlo ancora, ricevendo risposte deboli e distratte. Questa espressione è risuonata infinite volte in incontri, convegni, corsi di formazione, dibattiti. La realtà cui essa rinvia rimane ancora in larghissima misura insoddisfacente, soprattutto per l’insufficienza delle risorse, ma anche per l’impegno e la qualità professionale e umana di chi dovrebbe gestirle, spesso ancor più insufficiente. Una presa in carico, infatti, esattamente come un’inclusione scolastica o l’inserimento in un centro diurno, può essere effettuata in un modo puramente burocratico, privo d’anima, di reale impegno, di voglia di comprendere e accettare le persone autistiche, la cui diversità rappresenta una sfida, e richiede una dedizione particolare, pena il fallimento, la sofferenza, l’adagiarsi su di una misera routine impiegatizia, nel senso peggiore del termine. Il libro di Maurizio Arduino Il bambino che parlava con la luce (Einaudi 2014) è  la testimonianza di come una presa in carico possa e debba essere anzitutto una presa a cuore. Ed è soltanto una presa a cuore dei bambini e ragazzi con autismo, e di quel che saranno e non saranno da grandi, ciò che spinge l’educatore, lo psichiatra, lo psicologo, l’operatore a cercare di comprendere l’autismo dall’interno, in quel bambino, in quel ragazzo concreto, nella sua vita quotidiana, all’interno della famiglia, della scuola, di ogni ambiente di vita. Arduino, psicologo impegnato da molti anni sulla frontiera dell’autismo,  narra qui quattro storie di quattro diverse persone autistiche, Silvio, Cecilia, Elia, Matteo (non a caso una femmina e tre maschi vista la distribuzione della sindrome tra i due sessi), dai primi anni, attraverso il loro percorso di vita, fino alla fine del percorso scolastico di ciascuno. Sono narrazioni vivide e ben costruite, ricche di particolari, e capaci di trasmettere molta informazione sull’autismo, mostrando anzitutto la grande differenza tra un soggetto autistico e un altro, ma anche ciò che li accomuna in un unico spettro. Anche chi non sia personalmente coinvolto in queste problematiche può leggere questo libro, che pur non essendo narrativa in senso stretto, vi si avvicina molto, perché della narrativa possiede i due elementi costitutivi che determinano la fascinazione del lettore: personaggi e loro destino.
Silvio, Cecilia, Elia, Matteo sono personaggi, contornati da molti altri personaggi: genitori, educatori, compagni di scuola. La narrazione di Arduino evidenzia la natura autistica delle relazioni che i quattro protagonisti vivono, anzitutto in famiglia, mostrando come pur non uscendo dalla loro stessa natura queste relazioni possano arricchirsi, e la vita della persona autistica aprirsi a nuove possibilità, rimanendo fondamentalmente se stessa, senza subire violenza. Nel libro, il rispetto della fragilità della persona con autismo da parte di Arduino e dei suoi collaboratori si unisce ad un atteggiamento di apertura mentale, di empatia e di umiltà, alla disponibilità al tentativo di calarsi nei panni dell’altro, del soggetto autistico e dei suoi familiari:
«La sensazione, ascoltandoli, era quella di essere di fronte all’ennesima montagna da scalare. Mi capita spesso di averla, lavorando con le famiglie di bambini con autismo. I genitori mi stavano trasmettendo un misto di impotenza e fretta di agire che stavo facendo miei, consapevole che l’agire era il modo per contrastare l’impotenza.» (p. 275) «In alcune occasioni era successo che i genitori mi raccontassero di strategie efficaci a cui io non avevo mai pensato. Il denominatore comune che le accomunava era sempre lo stesso: la profonda comprensione del bambino e la capacità di vedere con i suoi occhi.» (p. 113)
Il fondamentale umanesimo di Arduino lo porta alla flessibilità nel metodo e alla critica di approcci troppo rigidi:
«Avevo insomma la sensazione che una sperimentata metodologia di trattamento dell’autismo potesse fallire perché non teneva conto di una variabile fondamentale: le emozioni, i sentimenti, i pensieri che la metodologia stessa evocava nei genitori. L’efficacia di un intervento educativo e l’uso di una tecnica testata scientificamente non sono indipendenti dalla persona che li applica.» (p.45) «I libri riportano le tecniche utilizzabili per affrontare un problema, ed è importante che uno psicologo o un terapista le conosca e le sappia applicare, ma il risultato dell’applicazione dipende da molti fattori. Le persone, per esempio, sono una variabile fondamentale. Il loro modo di pensare e di comportarsi, le loro reciproche relazioni e le emozioni che mettono in gioco costituiscono le materie prime da amalgamare per raggiungere lo scopo. È un po’ come quando si fa il caffè con la moka: la macchinetta rappresenta la «tecnica», ma il risultato finale dipende in modo determinante dalla qualità dell’acqua e da quella del caffè.» (p. 93)
Una parte importante del testo è dedicata al racconto di quello che avviene nelle scuole che i quattro frequentano, e alle situazioni particolari e spesso molto problematiche che derivano dalla legislazione italiana e dalla struttura della scuola (e dall’organizzazione del sostegno scolastico).
«Come tradurre metodi nati nelle scuole speciali di altri paesi, frequentate solo da alunni disabili, nella realtà italiana, dove bambini disabili e non si trovano nelle stesse classi? Di sicuro bisogna partire da una conoscenza approfondita dei singoli casi, delle esigenze di quel bambino specifico di cui dobbiamo occuparci, poi occorre una buona dose di creatività per adattare le strategie alle caratteristiche della scuola. » (p.118)
Destino dei personaggi, dicevamo. Alle soglie dell’età adulta ogni vicenda umana di persona con autismo si fa problematica, sospesa sul vuoto, dominata da un’incertezza angosciosa. Anche i quattro del libro, che pur hanno avuto la fortuna di incontrare professionisti preparati, impegnati e generosi, nonostante tutti i loro progressi e conquiste, non sfuggono a questa incertezza: Silvio, il bambino che parlava con la luce, ed Elia, colui che corre sul campo di battaglia, frequenteranno un Centro Diurno. Cecilia, la bambina delle corde, lavorerà in un vivaio di piante. Matteo, che vive in un mondo di numeri e si laurea in matematica, è atteso da un futuro avvolto dalle nebbie.

Fabio Brotto

Scienza, gnosi

Avatar di Fabio BrottoBrotture

zab1.jpg

Penso che ci sia gnosi in Cristina Campo. Per gnosi intendo ogni posizione che postuli come unica possibilità di salvezza dello spirito un atto di conoscenza. Perché vi sia gnosi in senso proprio occorre, dunque, che sia concepita una salvezza, e che questa sia una salvezza dello spirito in quanto contrapposto al non-spirito. La gnosi nella Campo è moderata (dal suo cattolicesimo), mentre Simone Weil è una catara, senza dubbio alcuno. Secondo me, c’è una linea catara non interrotta che giunge fino ai nostri giorni, e che emerge in persone e scrittori anche molto distanti. Un mio caro amico ora morto, Alberto Gallas, che è stato uno dei più profondi conoscitori italiani di Kierkegaard, era d’accordo con me nella definizione del grande danese come “cataro protestante”. Nessuna teoria che ponga la salvezza sul piano dell’ordine puramente mondano, e la faccia scaturire da una prassi, può essere definita gnostica.
Ciò che…

View original post 513 altre parole

Bontà

Avatar di Fabio BrottoBrotture

goodcov.jpgLa storia narrata da Tim Parks in questo romanzo, Bontà (Goodness, 1991, trad. it. di G. Granato, il Saggiatore 2007) è una storia dura. Per me in particolare, che sono padre di un ragazzino gravemente disabile. È la storia di un giovane che patisce, per così dire, l’estrema bontà dei genitori. Il padre, un missionario anglicano, muore martire in Africa, la madre si dona sempre e in ogni circostanza agli altri, senza mai nulla chiedere per sé, una cristiana perfetta.
E lui, George, vuole invece essere una persona normale, che si vive la sua vita come tutti gli altri, che si fa la sua carriera, che ha successo, una bella moglie, la bella casa, la bella auto, e insomma la realizzazione del sé borghese contemporaneo. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, e lui cede alla voglia di maternità della moglie (non desiderava figli), ecco il novum

View original post 452 altre parole

(Omo)sessualità

Avatar di Fabio BrottoBrotture

zab1.jpg

Una delle obiezioni contro ciò che oggi si dice omofobia è quella della grandezza di molti omosessuali del passato. Si citano personaggi come Cesare o Alessandro, e si passa a Leonardo, Michelangelo ecc. A dire: non è malattia o perversione l’omosessualità, è solo un altro modo di vivere il sesso. È un argomento debole: di per sé la condizione di malato, infatti, non si oppone alla grandezza, basti pensare a Leopardi o a Nietzsche… Quindi non è argomento a non considerare Michelangelo un malato o un pervertito. Rimarrebbe un grande. Credo che una discussione razionale sull’omosessualità sia oggi molto difficile, soprattutto quando entra in gioco la questione della natura, che è un portato non della cultura ebraica ma di quella greca (ad esempio, Platone nelle Leggi condanna l’omosessualità sulla base di un concetto di natura), che co me tutti sanno si è mediata nel Cristianesimo producendo l’Occidente. Che l’omosessualità sia da…

View original post 494 altre parole

The Prophetic Law

The Prophetic Law: Essays in Judaism, Girardianism, Literary Studies, and the EthicalSandor Goodhart è un girardiano di ferro, profondamente persuaso, uno che scrive che «un giorno le teorie di René si porranno come il fulcro dal quale tutte le altre teorie potranno essere comprese» (p. 87). The Prophetic Law (Michigan State University Press 2014) presenta un lungo sottotitolo che dà immediatamente conto della complessità del testo: Essays in Judaism, Girardianism, Literary Studies, and the Ethical. Si tratta di scritti vari, e a volte addirittura di relazioni su dibattiti a convegni, che tuttavia sono ordinati in modo da offrire un senso generale, che è fondamentalmente questo: il tentativo da parte dell’autore, uno tra i primi seguaci di Girard e tra questi uno dei pochi israeliti, di inserire il girardianesimo, come una posizione profetica del tutto coerente, nel grande spirito del profetismo ebraico. Il personale cristianesimo di Girard, con la sua enfatizzazione del ruolo decisivo e insostituibile di Gesù nello smascheramento del meccanismo sacrificale nascosto fin dalla fondazione del mondo, rappresenta infatti certamente un ostacolo all’accoglimento della teoria mimetica nel suo insieme da parte di coloro che, pur attratti dai suoi punti fondamentali, vogliono rimanere fedeli alla propria religione (o al proprio ateismo, aggiungerei). Per abbattere questo ostacolo, Goodhart svolge una raffinata serie di analisi di testi, soprattutto della Scrittura ebraica, direi con spirito rabbinico e con grande apertura mentale. Il fine è quello di mostrare che Gesù non aggiunge nulla di sostanziale al Giudaismo, ma ne è uno dei possibili inveramenti. Interessanti soprattutto lo studio della storia di Giuseppe e dei suoi fratelli, e quella di Mosè, svolte con una rigorosa applicazione delle categorie mimetologiche girardiane. La figura di Gesù è vista poi come quella di un grande profeta che ha talmente assimilato la profezia di Isaia e la figura del Servo Sofferente da decidere di incarnarle, fino alla morte, e ad una conseguente resurrezione che è una sorta di fulminante evento nella coscienza dei discepoli, che squarcia dopo la morte del maestro l’illusione della realtà sacrificale in cui fino a quel momento erano stati immersi (p.88) .
Gesù è da Goodhart totalmente inserito nell’orizzonte profetico ebraico, e i cristiani sono legittimati, nonostante duemila anni di conflitti, come una componente, per così dire di un ebraismo universale. Nello stesso tempo, tuttavia, Goodhart asserisce che il girardianesimo è praticabile entro qualsiasi cultura, perché svela la verità di tutte, e quindi nessuno dovrebbe rinunciare alla propria, che piuttosto va vista in una nuova ottica. Un’opera già iniziata dallo stesso Girard con le sue riflessioni sul superamento del sacrificio nell’induismo, ma senz’altro ancora molto immatura.
Noto infine come degne di attenzione le parti del libro dedicate all’instaurazione di un dialogo postumo, per così dire, tra René Girard ed Emmanuel Levinas, in cui è in questione la fondazione dell’etica (un punto sul quale Girard non ha scritto molto). Il discorso di Goodhart approda a questa conclusione: «La soggettività nel modo in cui la descrive Levinas e il pensare attraverso la posizione della vittima nel modo descritto da Girard sono una sola e unica cosa.» (p. 227)

 

Il mondo è una prigione

Avatar di Fabio BrottoBrotture

petr.jpgScritto tra il 1944 e il 1945, Il mondo è una prigione di Guglielmo Petroni è uno dei più interessanti tra i non pochi testi che sono stati accantonati, obliati per decenni dalla cultura letteraria dominante in Italia (mi viene in mente il caso di Herling). Opportunissima dunque l’edizione di Feltrinelli (2005). Arrestato dai nazifascisti nel 1944 a Roma, incarcerato e torturato, Petroni rischiò la fucilazione. Il suo libro-testimonianza non ha nulla a che fare, però, con la produzione letteraria “resistenziale” ed ideologica, sostanzialmente ottimistica, se mai si avvicina alla prospettiva abissale di Primo Levi, ma a me pare ancor più problematico e aperto ad una interrogazione radicale. Poiché in Petroni è la stessa idea di libertà ad essere posta in questione. E non in modo accademico: Petroni ha visto la morte in faccia quando è stato interrogato dalle S.S., ma la sua liberazione dal carcere non lo fa sentire…

View original post 240 altre parole