Ipazia, scena XVI

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Ecco un omino addossato ad una catasta di legna. Ai suoi piedi una cesta di frutta, smilzo, occhi neri ridenti, medita osservando gli stranieri. La casa del patriarca? risponde. La conosco. Certo che la conosco. Tutta Alessandria la conosce, per forza. Tu sei un monaco?
Sì.
Allora chiedi ai monaci, se fai tre passi ne trovi subito uno.
Ma io non conosco nemmeno la direzione giusta…, dice Filemone. Ma tu, amico, perché ce l’hai coi monaci?
Giovanotto, mi sembri un po’ ingenuo, per essere un monaco. Non pensare che rimarrai così candido se resterai in Alessandria. Se continuerai a vestirti di pelle, e ad andare di chiesa in chiesa per un mese qui, senza imparare a mentire, a calunniare, ad applaudire e urlare invettive, e magari a partecipare a qualche atto di violenza… o assassinio… vorrà dire che sei un uomo migliore di quello che mi sembri adesso. Mio caro, io sono un greco, e sebbene il vortice della materia abbia imprigionato la mia scintilla spirituale in un corpo di facchino, sono un filosofo. L’omino si drizza in posa di oratore e continua: Perciò, giovanotto, io detesto la tribù dei monaci. Anzitutto la detesto come uomo e come marito. Essi odiano la bellezza del mondo, e la bellezza delle donne. Odiano le donne. Se i monaci ne avessero la forza, farebbero sparire il sesso dal mondo, non vi lascerebbero né uomini né donne, e tutti sarebbero angeli, come li chiamano loro, per una generazione soltanto, che sarebbe l’ultima. Essi imporrebbero all’umanità un suicidio volontario! In secondo luogo, li detesto come facchino, poiché se tutti gli uomini diventassero monaci, non avrei più clienti, lo stesso mestiere di facchino sarebbe cancellato. Infine li detesto come filosofo, perché come la moneta falsa di fronte alla moneta autentica, così è spregevole l’ascetismo irrazionale e animalesco del monaco di fronte al dominio di sé logico e metodico del più umile dei filosofi, quale sono io, che aspira ad una vita regolata dalla pura ragione.
Dimmi, ti prego, chiede Filemone sorridendo, chi è stato il tuo maestro di filosofia?
La fonte stessa della sapienza intramontabile: Ipazia. Io, guardiano di mantelli e parasoli, non oltrepasso mai le sacre porte dell’aula dove lei insegna, resto fermo lì alla soglia, ascolto, mi imbevo della conoscenza suprema. Fin dalla mia giovinezza ho percepito in me un’anima che si libra al di sopra della mandria degli uomini intrappolati nella materia. E Lei mi ha rivelato la splendida verità: io sono una scintilla della divinità. Sono una stella caduta, mio caro. E continua, meditabondo, accarezzandosi lo stomaco: una stella caduta… caduta… se la dignità della filosofia mi consente di usare queste parole… caduta tra i porci del mondo inferiore. Anzi, proprio nel truogolo dei porci. Va bene. Ti mostrerò la strada per l’arcivescovato. Aprire il proprio tesoro ad un giovane modesto dà una sorta di piacere filosofico! E l’omino si leva, mette la sua cesta di frutta in braccio al monaco e si avvia.
Filemone lo segue, imbarazzato ma anche curioso di questa strana filosofia, di cui non sa nulla. Questa filosofia, che sembra tanto elevare la stima di sé di un individuo così misero, basso, straccione, che lo sta guidando. Questa filosofia… Ma la via rumoreggia, fiume di corpi e di volti, file di carri, portantine, asini carichi, cammelli. Da una parte e dall’altra urti, botte, mentre passano la Porta della Luna e imboccano l’ampia strada. La filosofia evapora dalla sua mente, sostituita da una curiosità insaziata, e da una vaga persistente paura di quella grande realtà cittadina vivente selvaggia, più terribile di ogni landa deserta piena di morte che lui ha conosciuto, e che si è lasciato alle spalle. Ancora una volta Filemone avverte la nostalgia della tranquillità silenziosa della laura, dei volti sorridenti dei fratelli, ma è troppo tardi, non c’è ritorno. L’omino lo conduce per la grande strada, più di un miglio, attraversano il centro della città. Da lì si scorgono in lontananza le colline che fanno arco intorno, e la foresta degli alberi maestri nel porto dalle mille navi.

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