Una mattina del sig. C

Una mattina del sig. C

Un raccontino autistico per iniziati

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Erano quasi le nove del mattino, un giovedì di fine agosto, quando il sig. C uscì di casa. Le sue ferie stavano per finire, da due giorni era tornato dal mare, e lunedì sarebbe tornato al lavoro. Sulla porta chiese alla moglie se doveva comprare anche il pane. In quei pochi giorni che lo separavano dalla ripresa andava lui a fare la spesa quotidiana, non lontano da casa sua, prima passava al bar per un caffè  e poi dal giornalaio, anche se i giornali da poco c’erano anche al supermercato, vicino alle casse. «Ricordati di prendermi Chi!» gli gridò la Luisa dalla cucina, dove stava bevendo il suo secondo caffè. «Dovresti comprare anche due quaderni a quadretti per Roberto, ha già finito quelli della settimana scorsa» aggiunse.
Il sig. C mugugnò. Quel suo figliolo era un modello di ordine, così disciplinato, sempre puntuale, così amante della pulizia, che se il lenzuolo aveva una piegolina si impegnava a renderlo liscio come una tavola, che sennò non riusciva a prendere sonno. Bravo bravo anche a scuola, in matematica era un genio, ma che palle! Non svolgeva solo gli esercizi assegnati dalla professoressa, ne faceva di più, tutti quelli del libro. Consumava quaderni a quadretti come gli altri ragazzi consumavano merendine. Aveva un solo amico, occhialuto e secchione come lui, non giocavano a calcio, erano maledettamente seri. Facevano insieme i compiti, e si interessavano di coleotteri. Tutti e due. La loro attività fisica preferita consisteva nell’andare al parco e lungo un fiumiciattolo che vi passava in mezzo: e rivoltavano pietre e guardavano vermi, larve e cose del genere. Sapevano tutti i nomi anche in latino. Non era tanto normale, suo figlio Roberto, e neanche il suo compagno Valentino lo era. Ma quando il sig. C sentiva quello che combinavano i figli dodicenni degli altri, tra l’internet e il mondo reale, il sesso, le ragazzine incinte a dodici anni, allora ringraziava Dio di avergli concesso un figlio esemplare, tranquillo e obbediente.
Un’ora prima ne avevano parlato, in cucina, facendo colazione, del carattere di quel ragazzo, e la moglie a un certo punto gli aveva detto: «Tuo figlio deve essere un po’ autistico».
Il sig. C aveva sentito e letto tante volte quella parola, ma a dire la verità non aveva tanto chiaro cosa significasse. Aveva ribattuto: «Boh, per me è solo un po’ strano. Fatto a modo suo, ecco. Ma che problemi ci dà?» La Luisa gli aveva rivolto uno sguardo indefinibile.
Accese il motore della golf, azionò il telecomando del cancello, e ascoltò le prime parole della radio. C’era un dibattito politico. «Ma questo è un ragionamento autistico, voi del Movimento 5 Stelle vedete sempre solo la vostra pancia!» gridava uno dei contendenti.
«Che cazzo!» sibilò il sig. C, «politica a tutte le ore, politica di merda…»
Il sig. C aveva 50 anni, un buon lavoro, non aveva alcun problema di soldi, ma si sentiva molto insicuro: gli pareva che le parole stessero perdendo il valore che avevano un tempo, che i discorsi che la gente faceva fossero sempre meno affidabili. Come potersi fidare delle persone se il significato delle parole è dubbio, anzi sempre più incerto? Per esempio, quella mattina la parola autismo lo stava turbando, perché si era accorto di non riuscire a collegarla a nulla di preciso. La parola è sulla bocca di tutti, ma chissà quanti la intendono, pensava.
Fermò l’auto davanti al negozio del giornalaio, e scese pensieroso. Era in confidenza con Giovanni, scambiavano ogni mattina qualche battuta, qualche volta avevano anche preso il caffè insieme. E Giovanni, vedendolo accigliato, gli chiese se tutto andava bene. Il sig. C gli rispose che stava riflettendo su una parola che saltava fuori da tutte le parti, ma che nessuno, compreso lui, sapeva davvero cosa volesse dire. E aggiunse che quella parola era autismo. «Penso che sia… che sia come quelle persone che parlano poco, che non hanno amici» disse il giornalaio. «Introversi, mi pare che li chiamassero una volta, ma non so bene».
«Non ho assolutamente le idee chiare su questo. Forse mia moglie ne sa di più. Ah, lei vuole Chi». Le ultime parole le disse con un fil di voce, per non farsi sentire dagli altri due clienti nel negozio. Giovanni gli aveva già allungato il suo solito Corriere, dentro il quale il sig. C nascose pudicamente quella che giudicava una pubblicazione oscena. Ma mentre manovrava il Corriere vide il titolo di un articolo a fondo pagina: L’autismo di Federico. Uscì dal negozio con una strana sensazione di disagio.
E dunque, mentre di solito al bar il suo macchiato lo beveva in piedi, quel giorno si accomodò ad un tavolino, e si mise a leggere l’articolo. Iniziava così: «Un grande successo editoriale non se lo aspettava di certo Federico Rossi, per il suo libro Farfalle parlanti. Un libro che racconta le avventure di un ragazzo in un mondo in cui gli insetti parlano e ragionano come esseri umani. Perché Federico è un autistico averbale, un ragazzo che non sa parlare, ma che in questo lungo racconto rivela un mondo interiore di straordinaria ricchezza, pieno di sogni e di struggente malinconia. Federico è gravemente disabile, del tutto dipendente dagli altri per i minimi bisogni della vita quotidiana, ma grazie al computer e al metodo della “comunicazione facilitata” riesce ad esprimere i suoi sentimenti e quella che possiamo considerare una visione del mondo, esposta come una fiaba dalla complessa simbologia».
Il sig. C rimase perplesso. Com’è possibile che uno sia così ritardato da aver bisogno di essere assistito in tutto, e poi abbia pensieri profondi e riesca ad esprimerli bene, si chiese. E com’è possibile che uno non sappia parlare, e anche peggio, perché mi sa che averbale sia più grave di muto, e poi scriva benissimo. Questo autismo non si capisce proprio cosa sia. Finì il caffè, ma non l’articolo, e se ne uscì dal bar velocemente.
Al supermercato non pensò più all’autismo, gli piaceva girare fra i prodotti cercando quelli in offerta speciale. E col carrello pieno puntò alla cassa con la fila più breve. Davanti a lui una donna anziana con un cestino pieno fino all’inverosimile. Il sig. C si chiedeva sempre come mai la stragrande maggioranza delle persone anziane, numerosissime nel supermercato frequentato dalla Luisa e da lui, preferisse al comodo carrello, al quale ti puoi anche appoggiare e ti garantisce una grande stabilità, quei cestini con le rotelline, che ti obbligano a piegare la schiena ad arco per tirar su e deporre sul nastro sacchi di patate da tre chili o altre cose pesanti. Sarà perché nel carrello devi mettere due euro, pensava, e anche se poi te li riprendi la persona anziana teme di perderli… o per altre impenetrabili ragioni. L’anziana davanti a lui sospirava e gemeva ogni volta che si chinava a prendere qualcosa, e il sig. C stava per chiederle perché non facesse come lui, che usava un comodo carrello anche per due pacchetti di affettato, ma un urlo lo fece sobbalzare, e si girò. Vide passare come un razzo vicino alle casse un ragazzo alto e snello, che rideva come un matto. E dietro a lui, affannata nella corsa, una signora che gridava: «Fermo! Alt! Giacomo! Fermo!» Un commesso intercettò il ragazzo, e gli mise una mano sulla spalla. Il ragazzo si bloccò all’istante, e la signora che lo inseguiva lo prese per mano e lo portò via, ansimando e rimproverandolo. Lui continuava a ridere, sembrava l’immagine stessa della felicità.
Lo sguardo del sig. C incontrò quello della cassiera. «È un ragazzo autistico» disse lei. «Qui lo conosciamo bene, Giacomo, e non facciamo più tanto caso al suo comportamento. Bisogna solo stare un po’ attenti. Sa, ha anche il vizio di sputare per terra, e a volte anche addosso alle persone. Giorni fa ha preso una bottiglia di vino e l’ha lanciata in aria, e ovviamente è stato un disastro. Chissà perché fa così. Ma lui non parla, non dice nemmeno mamma». Non parla, e mi sembra che non capisca nemmeno quello che gli dicono gli altri, pensò il sig. C. Chissà, però magari un giorno scriverà un libro anche lui…

Quando tornò a casa con la spesa, trovò la Luisa in salotto davanti alla TV, come sempre a quell’ora seguiva una serie televisiva. «Sai che c’è un autistico in questa puntata? Ma ormai è finita».
«Ah sì, e cosa fa? Io al supermercato ne ho appena incontrato uno che non parla, sputa per terra e addosso alla gente, e corre come un pazzo con la madre che deve inseguirlo a rotta di collo».
«No no,» rispose la Luisa «questo qui parlava un sacco, e aveva anche dei poteri particolari, comunicava telepaticamente con altri autistici come lui. Sembrava quasi un alieno».
Il sig. C fece una faccia da carpa. «Anche sul Corriere di oggi si parla di autismo, sai? Eccoti Chi». E il sig. C andò in cucina con la spesa.
Mentre metteva la carne in frigorifero sentì la moglie che lo chiamava. «Vieni a sentire! Anche su Chi c’è un autistico». Il sig. C tornò in salotto. La Luisa gli dispiegò davanti agli occhi una pagina del settimanale, piena di foto. L’articolo si intitolava L’autistico volante. Una grande foto mostrava un cinquantenne di bell’aspetto, in tenuta da paracadutista, e un ragazzo ventenne non meno attraente, equipaggiato esattamente allo stesso modo.
La signora Luisa lesse al marito: «Pierluigi non parla molto, ma sa quel che vuole. Vuole volare col suo papà. Come lui, altri ragazzi autistici della fondazione Volare per credere stanno facendo un corso di paracadutismo. “Volare e lanciarsi,” dice il presidente della fondazione e padre di Pierluigi, il conte Pierfrancesco de’ Ostinati, “aiuta moltissimo le persone con autismo ad accrescere e consolidare l’autostima. Non importa se mio figlio non sa allacciarsi le scarpe, quando ci lanciamo insieme sentiamo che la vita per noi è bellissima, che la mia e la sua sono vite degne di essere vissute, che lui e io e io possiamo condividere le stesse gioie. E molti ci aiutano, riceviamo continuamente donazioni da privati, da gente che ha capito quanto importante e significativa sia la nostra azione in favore delle persone con autismo”». Il sig. C guardò tutte le altre foto del servizio, e in una vide padre e figlio sorridenti che indossavano due magliette con la scritta Noi diciamo NO alle VACCINAZIONI.
«Certo,» mormorò il sig. C, «un autistico nobile e uno proletario non avranno le stesse possibilità… Sai, Luisa, oggi la parola autismo mi gira per il cervello, non riesco a inquadrarla bene, a darle un senso. Tu sai davvero cosa vuol dire autistico
«No,» rispose la moglie, «non ne capisco un gran che. Certo che ormai se ne parla dappertutto. Ma chi ci capisce qualcosa è bravo. Ti ricordi il bambino dei nostri vicini di ombrellone?»
«Sì che me lo ricordo. Era bellissimo, ma non giocava mai. Cioè, muoveva continuamente le mani e si metteva la sabbia in bocca…»
«Sì, e poi partiva lungo la spiaggia, e i genitori dovevano affrettarsi a prenderlo, sennò chissà dove arrivava. Sarà stato autistico anche lui».
«Ma lui non mi sembrava molto intelligente, e neanche quello al supermercato».
«Mi sa che ci sono gli autistici intelligenti e quelli ritardati, ma allora non capisco più cosa sia l’autismo. È una malattia? Boh…»
«Lasciamo perdere,» disse il sig. C. «Adesso mi leggo il Corriere». Si sedette sul divano e aprì il giornale. Titolone in seconda pagina. Berlusconi: governo autistico. «Vecchia cariatide!» sibilò il sig, C.
«Dici a me?» chiese la moglie.

Sunset Limited

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Un professore (un umanista) fa per lanciarsi sotto il treno, il Sunset limited che sta passando a cento all’ora, per porre fine ad una vita che giudica del tutto insensata. Un nero, un uomo dal passato violento che crede di essere stato salvato da Cristo e di dover a sua volta salvare altre vite, lo afferra e gli impedisce di morire, e lo porta a casa sua. Una specie di sequestro a fin di bene, lo tiene chiuso per ore in casa cercando di convertirlo dalla intenzione di morire all’amore della vita. I due non potrebbero essere più diversi. L’ultimo libro di Cormac McCarthy, Sunset Limited (ed. it. Einaudi 2008), è un lungo dibattito tra due voci, che sono due polarità opposte, il bianco e il nero.
Le ragioni di una fede radicale e quelle di una ragione altrettanto radicale si avvitano e si avvinghiano in una dialettica che non…

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Il concerto dei pesci

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Da un mondo povero ed epico, alla Modernità dei commerci, del profitto e della tecnologia: è questo il passaggio dell’Islanda di Halldór Laxness, che accompagna la formazione dell’io narrante nel romanzo Il concerto dei pesci (Brekkukotsannál, 1957, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2007). Il giovane Álfgrímur vive nel casale di torba dei suoi “nonni”, in una situazione del tutto premoderna, con ospiti fissi e altri che vanno e vengono, poiché un giaciglio non viene rifiutato neppure agli sconosciuti, neppure ad una vecchia che viene dal nord per morire lontano dagli occhi dei familiari. Il “nonno” Björn fa il pescatore stagionale di lompi. E il ragazzo questo desidera essere da grande: un pescatore di lompi (brutto, sgraziato pesce che gli Islandesi catalogano in due categorie, “saltaerba” e “panciarossa”).
Si tratta evidentemente di un desiderio minimale, del tutto estraneo alla natura del desiderio moderno che si è declinato nella…

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L’Italia a piedi

Seume

È uscita da Longanesi nel 1973 col titolo di L’Italia a piedi, questa traduzione accuratissima di Spaziergang nach Syrakus, il libro in cui nel 1805 Johann Gottfried Seume narrò il suo viaggio di tre anni prima. Chiuso il libro, mi è venuto in mente un pensiero: che questo mondo del 1802, in cui si svolge la lunga passeggiata di Seume, è esattamente il mondo in cui, appena due anni dopo, nacque a Cortina d’Ampezzo Gaetano Ghedina, il padre del mio trisavolo materno. Cinque generazioni soltanto, dunque, mi separano da quell’Italia, e un abisso di differenza. Il libro l’ho trovato sulla bancarella di un mercatino. O meglio, lui mi ha chiamato e io l’ho comprato: e ho fatto benissimo, perché la narrazione di Seume è piacevolissima, e viaggiare con lui è un’avventura in tutti i sensi. Seume è uno spirito libero e indipendente, che nella vita ha fatto molte esperienze, tra le quali giovanissimo quella del reclutamento forzato da parte degli Inglesi e conseguente trasferimento in America per combattere contro i rivoluzionari, e poi quella di servire lo Zar al seguito dell’alto comando russo in Polonia. Uno che ne ha viste di cotte e di crude, possiamo dire. Uomo forte e coraggioso, ma anche buon letterato, e conoscitore dei classici, a 38 anni decide di andare a piedi da Lipsia a Siracusa, e tornare poi a casa passando per Parigi (avrà ancora ai piedi i suoi stivali, solo risuolati un paio di volte: ma quanto bene li facevano una volta!!!). Ha la bislacca ma affascinante idea di andare a leggere l’amato Teocrito nella patria di lui, e nello zaino di pelle di foca e di tasso tra le altre cose mette anche qualche volumetto da compagnia. Impugnando un nodoso bastone percorre Germania, Austria e tutta l’Italia fino a Napoli, da cui s’imbarca sul postale per Palermo (nave dotata di venti cannoni, perché il Mediterraneo di allora era infestato dai pirati barbareschi, un dettaglio oggi ampiamente dimenticato). Percorre infine tutta la Sicilia, la cui parte occidentale è del tutto priva di strade carrozzabili, percorribile solo a piedi o a dorso di mulo. Una delle impressioni più forti che rimangono al lettore è la quantità di pratiche, sempre abbastanza incerte, che si dovevano affrontare per passare le frontiere, tra visti, passaporti, lettere di accompagnamento e presentazione, arbitrii delle guardie, richiesta di denari per una vidimazione, ecc.. È anche un mondo, questo, in cui molte città hanno ancora le loro mura, con porte che vengono chiuse per la notte. Ed è anche un mondo in cui la sicurezza non è mai piena, soprattutto per un viaggiatore. Il testo è articolato come una serie di lunghe lettere indirizzate ad un amico, secondo il gusto del tempo, ma non dà l’impressione di essere un vero romanzo epistolare. La narrazione è vivace, contiene scene anche molto mosse, avventure e incontri di ogni sorta, analisi politiche, considerazioni sulla religione. L’Italia appare bella e infelicissima, impoverita dal malgoverno e soprattutto dalla Chiesa, che alimenta la superstizione e ostacola ogni progresso culturale e civile. Un’Italia in cui è già avvertibile la differenza tra il Nord e il Sud, che non appare agli occhi di Seume affatto come quel paradiso di cui sognano certi nostalgici dell’Italia pre-1861. Il Sud si mostra invece come un territorio dove l’economia è stagnante, l’ignoranza di massa è soffocante, e il brigantaggio pervasivo. Con l’eccezione della Lombardia, ovunque il Bel Paese è pieno di persone che in una forma più o meno educata, chiedono l’elemosina. Nonostante ciò, sono evidenti l’amore di Seume per la gente italiana, la sua totale apertura al dialogo con chiunque, a prescindere da status sociale e nazionalità (sale sull’Etna con un gruppo di ufficiali inglesi), e il suo spirito sostanzialmente democratico, che lo spinge a detestare ogni sorta di oppressione, da quella papale a quella napoleonica. Molte e diverse sono le avventure, come i giacigli sui quali l’autore passa le sue notti, da un comodo letto alla paglia al nudo pavimento. Ma il vero protagonista è la natura: varia, potente, serena e tremenda.

Fabio Brotto

Contro il fanatismo

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Contro il fanatismo (The Tubingen Lectures. Three Lectures, 2002, trad. it. di E. Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2004) contiene le conferenze tenute da Amos Oz sul tema del rapporto tra Israeliani e Palestinesi. Dovrebbero leggerlo tutti coloro che pensano di aver capito tutto della questione mediorientale. Ma si sa che la saggezza è per pochi, e che il fanatismo è per molti. È un virus dal quale solo la pratica della saggezza può rendere immuni. Essendo saggio, Oz è ovviamente anticonformista, e la sua idea del compromesso nella divisione fra i due popoli può apparire impraticabile. Il problema della Palestina è che tutti hanno ragione e tutti torto, e che bisogna iniziare dalla rinuncia ad una parte della propria ragione e dalla comprensione dell’opposta ragione dell’altro.

Gli europei benpensanti, gli europei di sinistra, gli intellettuali europei, gli europei liberali, com’è no­to, hanno sempre bisogno di sapere per prima cosa…

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Mimetic Politics

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L’antropologia mimetica di René Girard è alla base di questo brillante saggio di Roberto Farneti (Michigan State University Press, 2015), Mimetic Politics, che reca come sottotitolo Dyadic Patterns in Global Politics.  La prospettiva di Farneti, pur saldamente ancorata all’idea girardiana di mimesi, è altamente innovativa, e non manca di elementi critici nei confronti dello stesso Girard, in particolare alla sua escatologia, a quella che l’autore definisce pseudo-teologia. L’assunto di base è espresso da Farneti a p.4: «Mimetic theorists believe that mimesis is the inherent rationality of agency, that social dynamics are neither individuals nor collectives, but doubles».  A partire da questo, Farneti esamina la genesi degli imperi del passato. «The historical rationales used to explain the rise and agency of empires are biased by the assumption of the originality of the intentions that spur historical events. I will show how polities, unfainlingly, arise out of a process of harsh polarization in which two rival political entities set out to grow in size and political ambition by modulating one’s own patterns of agency on the patterns exhibited by the rival. It is  a reciprocal dynamic, in which it is difficult to track a beginning, a primal spur of the pattern». (p. 9) Noi viviamo in un contesto globale in cui è in atto un processo di radicalizzazione delle identità. Ma questo processo, secondo Farneti, non è la causa dei conflitti ma la loro conseguenza. Infatti si può osservare facilmente come i conflitti siano tanto più devastanti quanto più i rivali si assomigliano (Dal Rwanda alla Bosnia al Sudan all’Iraq), e come la rivalità porti ad una disperata accentuazione dell’identità. La ragione politica classica, secondo Farneti, non riesce a cogliere pienamente la realtà perché parte da un presupposto razionalistico e individualistico, e da una ontologia fallace: esisterebbe un soggetto autonomo, un individuo desiderante, che desidera questo o quell’oggetto per una spinta originaria, ovvero per una ragione. Il conflitto scaturirebbe dal convergere di desideri autonomi su risorse limitate e non disponibili per tutti. «We fail to capture the mimetic outlook of human discord because we are inextricably wedded to the classical belief that “we cannot have a desire except for a reason”». (p.83) Davvero molto interessanti, nella seconda parte del libro, l’analisi del pensiero di Hobbes in connessione con una teologia politica della Tomba Vuota, in cui l’Ascensione al cielo di Gesù, il suo sparire dal mondo, apre all’umano  uno spazio libero dal sacro, ma proprio per questo estremamente problematico. In ogni caso, uno spazio che si pone in opposizione alle tendenze a chiudere il gap tra la Terra e il Cielo che si intravedono un po’ ovunque oggi nel mondo.

Via delle Botteghe Oscure

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Modiano va letto con un accompagnamento musicale. E secondo me la musica ideale per i suoi romanzi è quella per viola da gamba di Marin Marais. Deve essere infatti una musica sobria ma avvolgente, precisa ma melanconica, a tratti struggente, una musica che canta l’illanguidirsi dei ricordi, la loro fragilità, la loro evanescenza, e la necessaria ma vana lotta per farli restare presso di noi. O per recuperarli, come è nel romanzo Via delle Botteghe Oscure ( Rue de Boutiques Obscures, 1978, trad. it. G. Buzzi, Bompiani 2014). Perché senza ricordi noi non siamo noi, perché gli umani vivono in tre dimensioni temporali, e nessuna di queste può essere loro sottratta, altrimenti l’abisso si spalanca sotto di loro. L’abisso minaccia seriamente il protagonista e voce narrante del romanzo, un investigatore privato che da alcuni anni ha perso tutti i ricordi della vita precedente, ha lavorato per un’agenzia investigativa sulle vite di altri senza conoscere la sua. Non sa chi lui stesso realmente sia. Quando il suo principale va in pensione e l’agenzia chiude, a partire da una foto in cui gli pare di riconoscersi inizia una ricerca, che lo porta a ricostruire un’esistenza, a frammenti, a successive illuminazioni. Una vicenda umana che, come accade sempre in Modiano, rimanda agli anni della guerra e dell’occupazione tedesca. Agli anni della caccia agli ebrei. Tutti i libri di Modiano declinano il tema dell’identità, della transitorietà, dell’estrema precarietà della condizione umana. La sua cifra fondamentale è la malinconia. Come succede nella musica, le atmosfere melanconiche e struggenti sono anche quelle in cui si attinge  il massimo livello della percezione estetica. “Bello sì, ma bello come sole che muore”, per citare Pascoli. Perché la bellezza è nella perdita, per citare CormacMcCarthy. Recupera infine il suo nome Pedro McAvoy Stern, il protagonista, ma a noi resta un dubbio: quello che ha ritrovato è davvero se stesso, quella che ricorda ora come la sua giovane moglie perduta è stata davvero sua moglie? Oppure la sua indagine e le tante tracce seguite lo hanno spinto ad identificarsi in un uomo e in una vicenda che semplicemente potrebbe essere stata la sua?

Ipazia, scena XIX

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Filemone a fatica si strappa dalla folla, scorge un presbitero e gli consegna la lettera che si è portata in seno. Quello lo conduce subito per un corridoio e una rampa di scale ad una vasta aula. Là deve attendere la chiamata dell’uomo più influente d’Egitto.
Vi è una porta con una cortina, oltre la quale Filemone avverte i passi di qualcuno che cammina avanti e indietro con furia. Esplode lì dentro una voce profonda e potente: Finiranno per portarmi a questo! Che il loro sangue possa ricadere sulle loro teste! Non gli basta bestemmiare Dio e la Sua Chiesa! Non gli basta avere il monopolio di tutte le attività truffaldine, di tutta la magia, la ciarlataneria, l’usura e la monetazione di Alessandria! No, non gli basta: ora vogliono anche consegnare il mio clero nelle mani del tiranno?
Ma era così anche al tempo degli apostoli, obietta una voce più sommessa ma molto più sgradevole.
Non sarà mai più così, tuona la voce possente. Dio mi ha dato il potere di fermarli, e se non lo usassi gli recherei offesa, e il Signore mi punirebbe. Domani stesso io spazzerò questa immense stalla di Augia, e non lascerò nemmeno un giudeo a bestemmiare Cristo e imbrogliare il popolo in Alessandria!
Temo che un giudizio del genere, per quanta ragione abbia in sé, potrebbe offendere l’eccellentissimo governatore.
Eccellentissimo? Eccellentissimo tiranno! Perché mai Oreste è così accondiscendente con questi circoncisi, se non perché essi prestano denaro a lui e ai suoi amici? Lui sarebbe disposto a tenere in Alessandria un covo di demoni se quelli gli fornissero gli stessi servizi. Pronto a scagliarli contro di me e contro la mia gente, a infangare la religione, fino a un oltraggio come quello di oggi! Sediziosi! Non hanno colmato la misura? Prima li eliminerò, meglio sarà. E quel tentatore stia attento, perché il suo giudizio è imminente.
Il prefetto…? insinua l’altra voce.
Chi ha parlato del prefetto? Chiunque sia un tiranno, e un assassino, e un oppressore dei poveri, uno che favorisce la filosofia che disprezza e schiavizza i poveri, uno così non dovrebbe perire quand’anche fosse sette volte un prefetto?
A questo punto Filemone pensa di aver forse udito un po’ troppo, e segnala la sua presenza tossicchiando. La cortina di colpo si apre, e quello che evidentemente è il segretario gli chiede con una certa durezza chi sia. Ai nomi di Pambo e Arsenio, tuttavia, l’uomo assume subito un’espressione amichevole, e conduce il giovane alla presenza di colui che di fatto, se non di diritto, siede sul trono dei faraoni. Ma senza la loro pompa esteriore: la stanza è ammobiliata semplicemente, e semplice è l’abbigliamento del grand’uomo. Alta e maestosa la figura, severamente belli i suoi lineamenti, gli occhi scintillanti sotto le folte sopracciglia: tutto indica in lui uno nato per esercitare il comando.
Cirillo immobile penetra il giovane con lo sguardo, sguardo che brucia come fuoco, e fa desiderare a Filemone che la terra si spalanchi sotto i suoi piedi. Ha in mano la lettera, la legge, e poi dice: Filemone. Un greco. Qui si dice che tu hai imparato a obbedire. Se è così, tu hai imparato anche a comandare. Il tuo padre Pambo ti ha affidato a me. Ora dovrai obbedirmi.
E io obbedirò.
Hai detto bene. Allora va’ a quella finestra, e salta!
Filemone si avvicina alla finestra e guarda giù: saranno venti piedi. Ma il suo compito è quello di obbedire, non di misurare. Sul davanzale c’è un vaso di fiori. Lui lo sposta delicatamente, e fa per lanciarsi. La voce di Cirillo tuona: Fermati!
Il ragazzo ha superato la prova, caro Pietro. Ora non si deve temere per i segreti che potrebbe aver origliato.
Pietro sorride con aria distaccata, come se in fondo per lui fosse preferibile un Filemone azzittito dalla morte.
Tu desideri vedere il mondo, gli dice Cirillo. Forse già oggi ne hai visto un poco…
Ho visto l’assassinio…
Allora hai già visto ciò che sei venuto a vedere: che cosa è il mondo e quale sia la sua giustizia… e la sua pietà. Non ti dispiacerà vedere quale sarà la replica di Dio alla tirannia dell’uomo… e di collaborare con Dio in quella replica, se io giudico bene dal tuo aspetto…
Vendicherò quell’uomo, esclama Filemone.
Ah, quel mio povero maestro, quell’anima semplice! E ora per te il suo martirio è illuminante. Aspetta di essere entrato con Ezechiele nel sacrario del tempio del diavolo, e vedrai cose peggiori di queste… Donne che piangono per Tammuz, lamentando il venir meno di una idolatria in cui sono le prime a non credere… Anche questa cosa è nella lista delle nostre fatiche di Ercole, mio caro Pietro.
Entra un diacono e annuncia: Padre, i rabbi della nazione maledetta sono arrivati, e attendono di essere ricevuti. Li abbiamo fatti passare dalla porta posteriore, per timore di…
Bene, bene. Sei stato intelligente, non mi dimenticherò di te: un incidente con loro poteva essere dannoso per noi in questo momento. Conducili qui. Pietro, prendi questo giovanotto e presentalo ai parabolani… Chi potrebbe essere l’uomo più adatto a prendersi cura di lui?
Il fratello Teopompo è molto misurato e gentile…
Cirillo scuote la testa ridendo. Figlio mio, dice a Filemone, va’ nella stanza di là. E al suo braccio destro: No, Pietro, mettilo sotto un santo pieno di fuoco, un vero figlio del tuono, uno che possa comandarlo rigidamente, e addestrarlo severamente, e che gli mostri il meglio e il peggio di ogni cosa. Uhm… Clitofonte potrebbe essere l’uomo giusto. Ordunque, vediamo i miei impegni per oggi. Un breve abboccamento con questi giudei—Oreste non ha voluto spaventarli, vedremo cosa potrà fare Cirillo… Poi un’ora per la situazione dell’ospedale; un’ora per le scuole; un po’ meno per qualche nostro fratello in difficoltà; un po’ di tempo per le mie preghiere e per il servizio divino. Pietro caro, guarda che il giovane è ancora qui. Bisogna far entrare le persone rispettando il loro turno. Altrimenti poi si perde tempo per cercare quello o quell’altro… e la vita è troppo corta per queste perdite di tempo, no? Dove sono i giudei adesso? E Cirillo si getta nelle attività della seconda parte del giorno con la sua energia inesauribile. È questa energia, unita allo spirito di sacrificio e al rigore nell’adempimento dei suoi doveri, ciò che ha generato nel cuore di centinaia di migliaia di esseri umani quella reverenza piena d’amore per lui, quella prontezza ad eseguire I suoi ordini. Nonostante i sospetti che circolano sulla sua ambizione, sui suoi intrighi, e sulla sua violenza.

Il Primo Ministro

trollo

Scritto nel 1876, Il Primo Ministro (The Prime Minister, trad. R. Cazzullo, Sellerio 2014) di Anthony Trollope dipinge una situazione politica che appare di grande attualità: un governo di coalizione tra conservatori e progressisti, necessario ma molto problematico, perché, come dice a p. 1126 il signor Monk, un politico navigato, «Non sto biasimando nessuno ora, ma uomini che sono stati allevati con opinioni completamente diverse, persino con diversi istinti quanto alla politica, che dal latte materno sono stati nutriti con codici di pensiero del tutto antitetici, non riescono a lavorare insieme con fiducia anche se possono desiderare la stessa cosa. Le stesse idee che sono dolci come il miele per gli uni sono amare come il fiele per gli altri». Viene subito in mente l’Italia di oggi. Ma solo per questo aspetto, perché tutto qui, nell’Inghilterra vittoriana, è differente. Almeno in superficie, perché nel profondo i moventi degli umani sono sempre i medesimi, e il primum movens è sempre il potere. Come dice la moglie del protagonista, lady Glencora Palliser, rivolta al marito:  «Guardate indietro e ditemi quale Primo Ministro ha finito per essere disgustato dal potere? Sono disgustati dalla mancanza di potere quando lo perdono – e allora simulano disprezzo e mettono da parte ciò di cui non posson più godere. L’amore per il potere è un genere di sentimento che si sviluppa nell’uomo quando invecchia». Il protagonista è Plantagenet Palliser, Duca di Omnium, ricchissimo e potentissimo, che ascende quasi suo malgrado, spinto da eventi che non controlla, al vertice del potere politico, e che per tre anni manterrà la carica di Primo Ministro d’Inghilterra: uomo timido, moralmente però d’acciaio, e insieme sensibilissimo, scrupoloso, sempre timoroso di urtare gli altri, cui appare freddo e distaccato mentre non o è affatto. In perenne lotta con se stesso, continuamente divorato dal dubbio, anzitutto sulle proprie capacità. Uomo di pelle sottile, come gli rinfaccia la moglie, che invece ce l’ha grossa, e se non soffrisse dei limiti imposti dalla condizione femminile nella società vittoriana scenderebbe nell’agone politico direttamente. Lo può fare solo indirettamente, appoggiando in tutti i modi il marito, aiutandolo anche in modi che lui non approverebbe, ma mai riuscendo a determinarlo in un modo o nell’altro, perché l’apparentemente fragile duca è in realtà interiormente adamantino. Trollope disegna un rapporto di coppia eccezionale per la letteratura di tutti i tempi: una coppia di spiriti forti, che spesso si scontrano ma in realtà si amano. La loro vicenda è iniziata in uno dei sei romanzi del ciclo Palliser e non finisce in questo romanzo, che la svolge in parallelo (con momenti di intreccio) con quella del matrimonio infelice tra la brava ragazza Emily Wharton e l’avventuriero della finanza Ferdinand Lopez.
Emily si innamora dell’astuto Lopez, che vede nel matrimonio con una giovane di buona e ricca famiglia un mezzo per lanciarsi in una carriera di speculatore finanziario nella City, e lo sposa contro il volere del padre. Lopez si presenta per quello che non è, ricco, mentre non ha il becco di un quattrino e può utilizzare solo il denaro altrui. Spera che il suocero dia alla figlia, e quindi a lui, almeno ventimila sterline per poter avere una base per i suoi progetti finanziari, ma il padre di Emily lo detesta, e gliene dà solo duemila. La figura di Lopez, per vari aspetti spregevole, come sempre accade in Trollope non è monocolore. È complessa: a modo suo, lui ama Emily, e possiamo azzardare che se l’avvocato Wharton gli avesse dato quelle ventimila sterline forse il suo sarebbe stato un matrimonio come tanti. Ma la cifra di tutto il romanzo è forse l’ostinazione: declinata in forme differenti, essa caratterizza tutti i personaggi, ciascuno dei quali appare fedele alla propria natura fino all’estremo, essendo però questa natura non semplice, e certo molto più complessa di quella dei personaggi dickensiani.
Come in altri romanzi di Trollope, ne Il Primo Ministro si palesa lo scontro tra due tipi di ricchezza: quella antica dei proprietari terrieri e quella moderna degli uomini della City. Il cuore dello scrittore è con i primi, ma il suo lucido intelletto vede bene dove sta andando il mondo: in una direzione nichilista, come la fine di Lopez in qualche modo profetizza.

 

Migrazioni

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Migrazioni di Miloš Crnjanski (Ceoбe, 1929-1962, la prima parte e la seconda sono rese in romanzi autonomi, Migrazioni I e Migrazioni II, pubblicati in Italia da Adelphi nella traduzione di L. Costantini) è un opus complesso e stratificato, in cui si intrecciano motivi diversi, e la storia si congiunge al mito e alla metafisica. Qui siamo lontani le mille miglia da una letteratura immediata e leggera, del tipo oggi più diffuso, e si respira la tremenda serietà dello scrittore investito da un’ispirazione che lo trascende, che pesa su di lui. In Migrazioni I il vagabondare del reggimento Slavonia-Danubio al servizio dell’Impero Asburgico nelle guerre europee del Settecento, tra marce estenuanti, fango, battaglie e saccheggi, è reso mirabilmente: questi rozzi soldati serbi, strappati alle loro case di fango e ad una patria provvisoria in cui si sono stabiliti pur sempre agognando un ritorno nelle terre strappate loro dai…

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