La comparsa

JeAnche se la questione fondamentale nella vita di Noga, l’arpista quarantenne protagonista de La comparsa di Abraham Yehoshua (Nitzevet, 2014, trad. it. di A. Shomroni, Einaudi 2015 ) sembra essere quella della maternità, da lei rifiutata anni prima per un intreccio di ragioni, il tema di questo romanzo è quello generale del romanzo come genere letterario: il ruolo dell’individuo nel mondo, il suo significato o la sua totale irrilevanza. Il teatro antico ha prodotto il termine protagonista e vi si è aggiunto il termine comparsa: ma nella realtà del romanzo europeo una infinità di volte, paradossalmente, il protagonista del libro è un’irrilevante comparsa nella vita, e questa irrilevanza, con la frustrazione connessa, diventa il tema per eccellenza. La vita di Noga, l’arpista, viene qui interpellata in una sua svolta critica: la donna da Gerusalemme si è da anni trasferita in Olanda, dove ha trovato un posto in un’orchestra sinfonica. Torna in Israele per tre mesi dopo la morte del padre. Il fratello vorrebbe infatti che la madre lasciasse Gerusalemme, dove lei laica si trova a vivere in un quartiere ultra-ortodosso, e si stabilisse in una gradevole casa di riposo a Tel-Aviv. Vi andrà “in prova” per tre mesi, in cuor suo avendo già deciso per il no, e nel frattempo la figlia occuperà il suo appartamento, il cui proprietario desidera fortemente che sia liberato. Tre mesi sono lunghi, Noga non può suonare l’arpa, e per passare il tempo e guadagnare qualche soldo inizia una breve carriera di comparsa in serial televisivi e nell’opera lirica. E riemerge l’irrisolto rapporto con l’ex marito, nel frattempo sposato e divenuto padre di due bambini. Ma se la carriera di comparsa è solo una parentesi, la domanda se anche l’intera sua vita sia quella di un’irrilevante figura di sfondo si porrà in modo inquietante, anche se mai esplicito. Per quanto le ambizioni di Yehoshua siano alte, io non trovo che questo romanzo sia pienamente riuscito: almeno per quanto mi riguarda, non fa sorgere in me alcuna cura per i personaggi. Noga è un personaggio che lascia freddi, il suo destino non preoccupa il lettore. Né ogni libro di un grande scrittore può essere un capolavoro.

 

The Head Beneath the Altar

41zBM5LZBbL__SY344_BO1,204,203,200_Duecentocinquanta pagine di testo densissimo, più cinquanta di note, il tutto ragionato ed esposto con rigore accademico: non è una lettura per spiriti pigri e facili allo scoraggiamento questo The Head Beneath the Altar (sottotitolo: Hindu Mythology and the Critique of Sacrifice) di Brian Collins, edito nel 2014 dalla Michigan State University Press. L’ho apprezzato molto, perché introduce elementi di complessità all’interno di una sfera, quella degli studi girardiani, che ha una sua intima tendenza alla semplificazione della realtà: un elemento originario, questo, del pensiero dello stesso riccio René Girard. L’immenso corpus della mitologia e del rito indù e la storia problematica e dialettica dell’indologia occidentale sono maneggiate brillantemente da Collins, che affronta uno degli scogli principali della visione girardiana: la questione se la critica radicale del sacrificio sia, come sostiene Girard, un esclusivo prodotto del pensiero ebraico-cristiano. La risposta di Collins è no. Ma è un no molto articolato e sfaccettato, di cui non posso render conto in questa brevissima nota.
Molte pagine sono dedicate da Collins ad una analisi del Mahābhārata e delle sue figure. Questo passo è significativo:

Nell’orchestrare il sacrificio e nell’imporsi come signore della vita e della morte, i due poli del rituale sacrificale, Kṛṣṇa svuota il sacrificio del suo potere trascendente e prende su di sé quello stesso potere. Ma la sua non è una collera divina che serve da maschera alla violenza umana: la collera divina di Kṛṣṇa e la violenza umana sono una sola e unica realtà e le loro vittime sono rivelate come meri espedienti. Kṛṣṇa condanna il proposito di Jarāsaṃdha di sacrificare cento re come peccaminoso pur sapendo bene che egli stesso sta per determinare l’estinzione di quasi tutti i re della terra. La critica Vaiṣṇava del sacrificio, come quella dei Vangeli, rende possibile quel portare all’estremo che rende il sacrificio contemporaneamente più violento e meno efficace, sfociando nel fallimento finale della guerra sacrificale del Mahābhārata. E noi dobbiamo chiamarlo proprio un fallimento, dal momento che quella guerra marca l’inizio di quello che il testo stesso chiama il più degradato di tutti i tempi, quello in cui tutte le distinzioni saranno oscurate, i Veda saranno dimenticati, il rito perderà la sua efficacia, e il mondo sprofonderà in una decadenza destinata a culminare nella dissoluzione cosmica chiamata mahāpralaya. (pp. 156-157).
Ci siamo, più o meno.

Micronote 48

gufo1. Se un alieno mi chiedesse di spiegargli la nostra cultura, comincerei dicendogli che noi negli ultimi due secoli abbiamo prodotto una massa enorme di riflessioni sull’eros, e molto poco o quasi nulla sull’amicizia.
2. Negli anni Settanta infuriava un’epidemia di psicanalite, e io mi sono vaccinato. L’effetto della vaccinazione è permanente. Nei decenni successivi ho avuto molti contatti con la psicanaglia italica, senza riportarne alcun danno.
3. Gratta e perdi. Gratta un po’, e dal piccolo borghese italiano emerge il fascista, magari convinto di essere di sinistra o di non essere niente di preciso. No, quello di piccola borghesia è un concetto zoppicante. Sostituiamolo con ceto medio insicuro e risentito. Resta il fascismo potenziale, la fascinazione della potenza totalitaria mai sopita, il sogno di una forza che risolva i problemi con la scure.
4. L’ accettazione delle differenze pone un insolubile problema di fondazione. Dove si colloca, e come, il discrimine tra le differenze da accogliere e quelle da respingere? Perché non esiste alcuna società umana che respinga ogni differenza, e ugualmente non può esistere  alcuna società che le accetti tutte. L’equilibrio, infine, mi pare stabilito di volta in volta dai rapporti di forza, secondo le declinazioni che la forza assume nei vari contesti socio-culturali.
5. Il compimento di una vita (esistono vite compiute e incompiute?) implica l’esistenza del compimento.
6. Non c’è spettacolo più deprimente di quello offerto dal piccolo borghese nord-italico, che sogna risibili secessioni indolori, e ora, impaurito di fronte a profughi e migranti perché teme di perdere il suo benessere, abbaia rabbiosamente sui social media, invocando muri e durezza, ma alla vista di un’arma qualsiasi si cacherebbe addosso.
7. Quando fanno un discorso, i politici si rivolgono alle viscere di chi li ascolta, per dirigere le sue emozioni, e additano nemici. Fanno sempre esattamente quello che un uomo saggio non deve fare. Politica e filosofia non possono convivere. I politici sono inevitabilmente gli assassini di Socrate. E nella Bibbia il fondatore della prima città, della prima polis, non a caso è Caino.
8. Il politico italiano deve ottenere i voti di un elettorato composto per il 47% di analfabeti funzionali (tra i quali, temo, anche molti politici). Questo spiega molte cose.
9. Non c’è nulla di più terribile del conflitto tra diritti.
10. Questa è una nota formale che non ha una valenza politica immediata. Quando si divide il campo tra gli umani e le bestie, si compie un atto che rimanda ad un’attitudine ancestrale, e che trova molte corrispondenze nell’antropologia. Sappiamo infatti che in molte culture tribali i membri della propria tribù venivano designati come uomini, mentre gli appartenenti a tribù vicine e rivali erano le pulci, i cani, ecc. Tale attitudine è consustanziale all’umano, e può riemergere in qualsiasi momento, in tutte le culture. Per quanto ci possa apparire spregevole e malvagio un nostro avversario, la sua espulsione verbale dalla sfera umana e il suo abbassamento all’animale è un atto culturalmente gravido di implicazioni estremamente negative, e strettamente connesso alla violenza.
11. A proposito di matrimonio cattolico, penso ai tanti casi in cui l’uomo unisce ciò che Dio voleva mantenere diviso. Voleva? A me pare che la volontà di Dio sia lo scoglio su cui si infrangono tutte le teologie, nessuna esclusa. E anche le pratiche di tutte le chiese, nessuna esclusa.
12. Un vecchio saggio è sempre e solo un saggio che è diventato vecchio. La specie è stata sempre rara, oggi appare quasi estinta.
13. Tra bontà e buonismo c’è di mezzo il mare. No: l’oceano. Distinguere è però difficile, perché la nostra è un’epoca emotiva e sentimentale.
14. Tutti gli esseri umani sono simili. In questo: mal sopportano le differenze che non sono istituite e controllate da loro stessi.
15. Tutti i cattolici integralisti che conosco spirano risentimento, livore e odio, diversamente miscelati e graduati. Hanno bisogno anzitutto di nemici da condannare, e di avere sopra di sé autorità che esercitino anzitutto giudizio e condanna. Ma questo non avviene solo nella Chiesa cattolica, è un carattere essenziale di tutti gli integralismi.
16. La casa, disse, è troppo vasta, il sole
non la raggiunge mai, la strada
empia e contorta che svanisce a volte
puoi vederla di notte scintillare.
17. Un’analisi approfondita della tanto vituperata indifferenza ne porta alla luce la natura ambivalente. Essa infatti da un lato determina disinteresse nei confronti degli altri e ripiegamento sul proprio interesse personale, dall’altro immunizza dal contagio mimetico della violenza. Questa infatti tanto più facilmente dilaga nelle società in cui sono forti i legami clanici e gli obblighi solidaristici interpersonali, le società pre-moderne, nelle quali ad esempio la vendetta per l’uccisione di un familiare, di un amico, o di un membro del clan, è un obbligo assoluto. Proprio perché in esse non vi è indifferenza, nelle società tradizionali è facilissimo che si verifichi l’offesa, che un gesto involontario venga letto come un insulto, che una parola fuori posto scateni una reazione violenta. L’indifferenza ha due volti, e noi ne vediamo solo uno.
18. Ascolto Antonio Prete sostenere che la poesia è per essenza la realtà più antitetica alla guerra. Mi dovrebbe spiegare come mai la poesia nasce come epica… Ha mai letto l’Iliade? Gli ultimi libri dell’Eneide? Il Bhagavadgītā?
19. “O voi che lodate sempre la memoria”, disse il Maestro, “sappiate che essa è il principio della riconoscenza e del pentimento, ma anche della vendetta”.
20. La memoria dei popoli è spesso come quella dei vecchi: ricordano meglio i fatti lontani, e peggio o per niente quelli vicini nel tempo. Così nella memoria dei Serbi è impressa indelebilmente la sconfitta del Kossovo (1389) e in quella degli Ungheresi la sconfitta di Mohács del 1526. Entrambe ad opera dei Turchi musulmani che si stavano espandendo verso l’Europa. Questo dovrebbe far comprendere il substrato profondo delle ansie di oggi. Se lo sguardo si ferma solo all’ultimo secolo non afferra la realtà.
21. Alcuni ormai usano liberista come insulto, altri come offesa sindacalista.
22. La legge di gravità vale anche per le nazioni. Un Paese piccolo orbiterà attorno ad uno più grande, necessariamente. E anche entro una unione di Paesi, di qualsiasi tipo sia, ve ne sarà sempre uno dotato di maggior forza gravitazionale, come la Germania in Europa. Ma attenzione alla densità, perché vi sono Paesi piccoli ad alta densità tecnologico-militare (Israele) o finanziaria (Svizzera), ecc. Catalogna e Veneto non saranno mai del primo né del secondo tipo. E non saranno mai nemmeno un Afghanistan o un Vietnam, perché sono imbelli.
23. Disse che il Diavolo ha fatto due tentativi per introdurre il caos nel mondo e sovvertire la Creazione cancellando le differenze poste da Dio. Disse che il primo lo ha fatto all’inizio, persuadendo Adamo ed Eva che potevano essere come Dio mangiando il frutto della conoscenza del bene e del male. Disse che il secondo tentativo lo sta facendo ora, persuadendo gli umani che sono animali, e che gli animali sono come loro, che non c’è nessuna differenza.
24. Non c’è niente da fare: solo ciò che è perduto è veramente bello.
25. Instancabilmente, gli psicoanalisti secernono una poltiglia di pensieri, e la offrono come pensiero. E da decenni gli occidentali la bevono.
26. Non conosco alcun critico delle certezze altrui che non ne abbia lui stesso molte e inscalfibili
27. Il se stesso, il me stesso di cui parliamo, di cui andiamo alla ricerca e che spesso difendiamo violentemente non sono che la sistemazione provvisoria di un tessuto di relazioni intricatissimo e in continuo rifacimento, e che muta i suoi colori col passare del tempo.
28. La cosa splende di una luce dura,
mentre tu sei dentro l’eterna caccia
e perdi ogni peso, ogni misura
lasci lungo il sentiero senza traccia,
l’angelo dell’autunno sulla faccia.
29. Basta con questa esaltazione a priori del nuovo e del cambiamento e del meticciamento. Perché voi li sognate indolori. Ma nella storia sono stati sempre accompagnati da lacrime, sangue e immani sofferenze. Sono inevitabili? Ma l’inevitabile non è una categoria del bello, e sovente si accompagna al terribile.
30. La polis greca non è nemmeno concepibile senza il tempio (e il sacrificio), e dunque pensare che la religione e la politica siano due realtà originariamente e per sé separate è pensare malamente. La loro separazione concettuale è un fatto storico, e per ciò contingente. A noi sembra ovvia solo perché viviamo in questa cultura e in questa epoca.

Il gigante sepolto

26225748Un romanzo difficile da etichettare, un sottile gioco letterario e una splendida narrazione è Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro (The Buried Giant, 2015, trad.it. di S. Basso, Einaudi 2015). Ambientato tra Sassoni e Britanni in un’epoca immediatamente post-arturiana, ha qualcosa del romanzo storico, e la presenza di orchi, folletti e di un drago ne potrebbero fare un fantasy. Ma gli elementi fantastici non hanno in fondo qui un ruolo davvero importante. Folletti, orchi e lo stesso drago da un lato sono molto carnali – c’è, tanto per dire, un orco che muore per aver mangiato (cruda) una capra avvelenata, e una spada affilata e un po’ di coraggio sono sufficienti a tenere a bada le creature non umane, e lo stesso drago, il drago-femmina Querig, quando alla fine appare è assai malandato e prossimo a morire, come un qualsiasi animale, di vecchiaia. Vecchio è il drago, come vecchio è l’ultimo (o penultimo) superstite della Tavola Rotonda, Galvano, che risulterà essere legato al drago stesso da quello che è il problema fondamentale, assolutamente non fantastico ma realissimo, del romanzo: se un oblio totale possa essere cosa migliore del ricordo, quando il ricordo sia di male e malvagità, memoria di azioni che possono richiedere vendetta o generare ancora sofferenza.  Nel romanzo emergerà infine che lo scomparso re Artù molti anni addietro ha svolto un’azione di realpolitik durissima: per pacificare Britanni e Sassoni ha compiuto eccidi nei villaggi di questi ultimi, e  incaricato poi Merlino di fare un incantesimo che ne cancellasse il ricordo, per interrompere il ciclo della vendetta. E Merlino ha fatto portare Querig, il drago-femmina, sopra una montagna, e dotato il suo fiato rovente del potere di generare una nebbia che si spargesse ovunque, la nebbia dell’oblio. La vicenda del libro è quella di due anziani coniugi, vissuti per molti anni sotto la nebbia del drago, che ad un certo punto decidono di partire alla ricerca del loro figlio, di cui non ricordano quasi nulla, una tipica quest: Vogliono recuperare il ricordo, tutti i loro ricordi, per quanto possano rappresentare un pericolo per la loro stessa amorosissima relazione coniugale; e vorranno infine, per questo, che il drago muoia, associandosi a tal fine ad un misterioso guerriero sassone, che per motivi politici ha avuto dal suo re l’incarico di sopprimere la creatura. Due protagonisti molto vecchi: anche questo non è tipico, non solo del fantasy, ma del romanzo in generale. Anzi, se aggiungiamo che è vecchio anche Galvano e che il drago è decrepito, potremmo concludere che questo è anche un romanzo sulla vecchiaia, come età in cui si può ancora amare e agire, oltre che sulla inesorabile fine che attende anche i migliori.
Divido i romanzi, per quel che riguarda me come lettore, in due fondamentali categorie: quelli che fanno nascere in me l’interesse, la cura, per il destino di uno o più personaggi, e quelli che non ne fanno nascere alcuno. Il romanzo di Ishiguro appartiene alla prima categoria.

Guerra è

europe911Noi piangiamo sulle vittime di Beirut e di Parigi (troppo poco sulle prime qui da noi, purtroppo). La galassia islamista sunnita sull’internet, invece, in queste ore sta esultando: in pochi giorni sono stati colpiti tre nemici di Daesh: gli Sciiti libanesi di Hezbollah, i Russi e i Francesi. Sotto sotto stanno esultando, però, pur se con falsa coscienza, anche quegli italiani che invocano misure forti, che plaudono all’uso delle armi da parte dei cittadini, che sognano l’espulsione di tutti i musulmani dall’Europa. Non parliamo poi dei cristianisti, cioè del corrispondente occidentale più pallido e meno coraggioso del fondamentalismo islamico, quelli disposti a combattere sì, ma solo per procura. Costoro non sanno nemmeno esattamente quel che vogliono (in questo accomunabili a tanti, anche tra i sognatori di sinistra e i progressisti risentiti di vario ordine e grado).
Appare assolutamente chiaro come vi sia una profonda differenza tra l’attacco a Charlie Hebdo e il massacro di ieri. Mentre il primo aveva un obiettivo chiaramente definito, un nemico ideologico da colpire, e il terrore ne era una prevedibile ma secondaria conseguenza, nell’evento del 13 novembre il fine unico è il terrore generalizzato. Se gli islamisti sunniti disponessero di una propria aviazione militare bombarderebbero indiscriminatamente le città occidentali, farebbero dell’Europa una Siria. Si tratta dunque di un terrore bellico, che si abbatte su Parigi per motivi simbolici ma anche pratici, perché la cintura delle banlieues offre un ambiente dove si possono diffondere e trovare rifugi sicuri l’appoggio ideologico a Daesh e l’estremismo armato. L’11 settembre per l’Europa è arrivato un 13 novembre, ma l’Europa è molto più fragile degli USA, e frammentata. Un italiano fatica ancora oggi a sentire come sua una sventura che colpisce dei francesi, e viceversa. Ma quello che risulterà, proprio per questo, sarà un graduale svanire delle illusioni di partecipazione sulle quali si basano le nostre democrazie. Lo Stato, come si sa, ama lo stato d’eccezione, che sempre lo rafforza e che gli dà vigore, e che da sempre è connesso alla guerra, esterna o interna. Questa nuova guerra è esterna-interna, la più difficile che si possa immaginare, e con caratteri nuovi a causa della globalizzazione e della tecnologia delle comunicazioni. Ci aspettano tempi duri, e molto complicati, ai quali le menti troppo semplici o molto contorte, che sono la maggioranza, si riveleranno del tutto inadeguate, con esiti catastrofici.

Giano

Avatar di Fabio BrottoGuido e l'autismo

diogianoPorto Guido a scuola tutti i giorni in auto. Questa mattina per l’intera durata del viaggio mio figlio sputa in continuazione sul cruscotto e sul volante. Ciascuno può immaginare quanto sia fastidioso guidare con uno che da dietro ti riempie il volante di sputi che ti colano sui pantaloni. Ad ogni sputo protende la mano a sollevarmi il mento. Infine comincia a tirarmi il colletto della giacca. Per ultimo mi afferra il collo: per poco non vado addosso alla macchina che mi precede.
Attacchi ossessivo-compulsivi anche a casa in questi giorni, stereotipie a bizzeffe. Nell’inventarsi comportamenti e azioni inadeguati e fastidiosi per gli altri si dimostra sempre attivo. Mai che il suo nuovo comportamento spontaneo sia minimamente razionale o funzionale. Sul piano generale, è evidente che la sua mente non è attrezzata per adattarsi al mondo che continuamente cambia. Giornate che si accorciano, foglie che cadono dappertutto, che coprono il…

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Quella sera dorata

CaPer essere leggero, certo è leggero il romanzo di Peter Cameron Quella sera dorata (che in inglese si intitola The City of Your Final Destination, 2002, trad. it. di A. Rossatti, Adelphi 2009 – e qui come al solito protesto contro i criminali cambiamenti di titolo che operano gli editori italiani). Una piacevole lettura, da cui è stato tratto da Ivory uno dei suoi film patinati. Sembra già pensato per il cinema, in verità, e per un pubblico di benpensanti progressisti globali. Infatti vi è una coppia gay, piena di buoni sentimenti, il membro anziano della quale è il personaggio più interessante e profondo (si fa per dire) del libro. Ci sono donne con problemi, ma emancipate e attive. C’è un protagonista maschile eterosessuale (qui bisogna specificarlo) incerto su tutto e afflitto da un indubbio problema di autocomprensione, evidentemente bisognoso di una compagna-madre. Il romanzo sembra rigorosamente impegnato a mettere in campo solo personaggi che possano piacere all’ambiente progressista globale, che gradisce anche storie non particolarmente impegnative ma di scrittura raffinata. Più che azione qui vi è conversazione, il che rende quello di Cameron un romanzo da salotto. Le vedo bene le signore della New York liberal parlare con le loro amiche e i loro amici gay delle vicende di quel pirla di Omar Razaghi (che, per piacere a quel pubblico, oltre ad essere un eterosessuale imbranato, deve anche essere un immigrato da un Paese islamico divenuto totalmente agnostico). OK, va bene così.

René Girard

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Non mi sono mai identificato totalmente col pensiero di René Girard, ma il mio debito nei suoi confronti è immenso. Come Elias Canetti, Denis de Rougemont, Max Horkheimer, Cormac McCarthy e pochissimi altri in diverse forme e con diversi effetti, Girard ha costituito per me un polo intellettuale decisivo, uno stimolo al pensiero straordinariamente potente. Dell’unico incontro che ho avuto con lui ricordo la grande affabilità e gentilezza che emanavano dalla sua persona. È stato un gigante. Riposi in pace.

L’identità

identL’identità (L’identité, 1997, trad. it. di E. Marchi, Adelphi 1997) è un romanzo del secondo Kundera, quello francese, in cui la vena creativa si è per così dire raffinata e nello stesso tempo ristretta e incanalata in un intimismo filosofico-narrativo. Personalmente, preferisco il primo Kundera, quello boemo de Lo scherzo e del meraviglioso Il libro del riso e dell’oblio. Qui un rapporto di coppia, quello tra Chantal, che è una donna non più giovane, e Jean-Marc, che è più giovane di lei, è raccontato sul filo di un’analisi sottile delle reciproche rappresentazioni dell’altro, della gestione del desiderio di ognuno, e della problematica dell’identità del sé in quanto legata alla capacità di attirare su di sé il desiderio degli altri umani. Nel caso di Chantal, il problema è quello del venir meno, per lei, dello sguardo desiderante degli uomini. Questo è decisamente un romanzo del rispecchiamento.

La frase di Chantal gli riecheggiava nella mente, e lui immaginava la storia del suo corpo: che era rimasto confuso tra milioni di altri, finché uno sguardo di desiderio si era posato su di esso e lo aveva sottratto a quella brumosa moltitudine; poi gli sguardi si sono moltiplicati e lo hanno infiammato, e da allora quel corpo va per il mondo come una fiaccola; è una gloria sfolgorante, ma di breve durata, perché presto gli sguardi cominceranno a farsi più rari, e la luce a poco a poco si spegnerà, finché un giorno quel corpo, divenuto traslucido, poi trasparente, poi invisibile, passerà per le strade del mondo simile a un piccolo nulla ambulante. Lungo questo percorso, che porta dalla prima alla seconda invisibilità, la frase «gli uomini non si fermano più a guardarmi» è la spia luminosa che segnala come sia ormai cominciata la progressiva estinzione del corpo.
Quand’anche lui le dicesse che la ama e che la trova bella, il suo sguardo amoroso non riuscirebbe a consolarla. Perché lo sguardo dell’amore è lo sguardo dell’isolamento. Jean-Marc pensava alla solitudine amorosa di due vecchie creature divenute invisibili agli altri: triste solitudine che prefigura la morte. No, non di uno sguardo d’amore ha bisogno Chantal, ma di una profusione di sguardi estranei, volgari, concupiscenti, che si posino su di lei senza simpatia né predilezione di sorta, senza affetto né gentilezza – in modo inequivocabile e fatale. Quegli sguardi le assicurano la permanenza nella società degli umani, mentre lo sguardo dell’amore la esclude da essa. (pp. 45-46)

Vittime

Avatar di Fabio BrottoBrotture

51DuKDw1ZmL__SX371_BO1,204,203,200_ (2)Le Edizioni Lavoro di Roma sono benemerite per la loro pubblicazione di testi di autori non euroamericani. Ho letto con interesse il romanzo di Arthur Maimane Vittime (Victims, 1976, trad. italiana di C. Corsi, 1992), che è anche l’unico di questo intellettuale nero sudafricano costretto a lasciare il suo paese a causa dell’apartheid nel 1958. La storia è ambientata nel sobborgo di Sophiatown negli anni Cinquanta, agli inizi della segregazione razziale, e vede come protagonisti di una vicenda parallela un giovane nero inquieto e ribelle, con doti intellettuali ma attratto dalla malavita, e la giovane donna bianca da lui violentata in un vicolo nascosto, non per pulsione sessuale né per odio nei suoi confronti, ma per la volontà di identificarsi in qualche modo entro l’atroce situazione che si sta creando tra bianchi e neri. La donna, poi, resta incinta e non vuole rinunciare, nonostante la fortissima pressione ambientale…

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