La società del risentimento

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Il risentimento omnium erga omnes è un dato di fatto della nostra società di massa, ne rappresenta uno dei caratteri distintivi. Proprio perché sono venute meno le gerarchie (il 1968 in ciò è stato un passaggio importantissimo) la situazione è ora tale per cui tutti possono sentirsi pari a tutti gli altri, e la parità, l’uguaglianza sentita come assoluta, può generare soltanto rivalità. Continua a leggere

L’omicidio di Perugia e la scena originaria

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E se l’Oggetto Centrale, che l’antropologia generativa situa appunto al centro del cerchio dei cacciatori proto-umani come ciò su cui si polarizza la brama di tutti i membri del gruppo, innescando il processo tensivo che porta all’emissione del primo segno e alla conseguente nascita dell’umano, fosse non una preda ma una femmina della stessa specie, ovvero una donna? Continua a leggere

Dell’anima

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 Che cosa sia l’anima non lo sa nessuno. Spirito e anima non sono nozioni scientifiche. Secondo i positivisti di ogni epoca sono balle. Anche a livello del puramente psichico, del resto, la scienza non incontra se stessa, ma il mito, e ne nascono mostruosità come la psicoanalisi.

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Poesia della domenica

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Quattro versi per quattro donne

Mnemosine
Dileguate le vie del silenzio
tu lemure nel giorno sei rimasta
sola in un canto coi grandi occhi scoperti
e ti smemora qui la forte luce.

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Il fucile da caccia

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Romanzo breve di algida perfezione questo di Inoue Yasushi, Il fucile da caccia (Ryōjū, 1949, trad. it. G. Amitrano, Adelphi, Milano 2004). In realtà vi si parla ben poco sia di caccia che di fucile. La scena di caccia è soltanto il punto di partenza. Al narratore capita di essere colpito dalla figura di un uomo che vede salire sulle pendici di un monte, armato di fucile e preceduto da un setter bianco e nero Continua a leggere

Aria pura

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Aria pura si respira nelle pagine di Alessandro Spina. Anche in questo aureo libretto Conversazione in Piazza Sant’Anselmo e altri scritti (Morcelliana 2002), tutti consacrati alla relazione con Cristina Campo, ad una meditazione del senso della sua opera, con una luce riflessa, a saper intendere, su quella dello stesso Spina. Continua a leggere

I ghepardi

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I Ghepardi di Finn Carling (Gepardene, 1998, trad. it. di P. M. Marocco, Iperborea 2003) sono un breve romanzo densissimo e polisenso, in cui è difficile scindere il piano del reale da quello dell’immaginario, e che pone, nel modo della narrativa, alcune questioni fondamentali e angosciose: quella del rapporto tra l’uomo e gli animali, quella del rapporto tra giovinezza e vecchiaia, quella della memoria e del dolore della memoria, quella dell’identità del soggetto in un mondo in cui tutto è labile e diviene polvere, quella della comunicazione tra gli esseri e della ricerca della verità, quella dell’impossibile libertà.
Eppure, miracolo della scrittura di Carling, questa densità è leggera. Ci sono quattro personaggi umani. Un Vecchio che ogni giorno sta seduto, vestito sempre dello stesso cappotto d’estate e d’inverno, presso la gabbia che contiene due ghepardi, uno vecchio e prossimo alla morte, l’altra giovane – sta lì immobile apparentemente guardando nel vuoto, in realtà parlando col secondo personaggio, una ragazzina bionda vestita sempre con lo stesso vestitino estivo in tutte le stagioni. I due si raccontano delle storie – perché “l’oblio non è una difesa, è precursore della morte. Bisogna ricordare la verità del passato per poter vivere” (p. 44) – , storie nelle quali chi di volta in volta è il narrante ricorda episodi della vita passata, in cui si è trovato ad essere questo o quell’animale: racconti duri, spesso atroci. Pare, poi, che la fanciulla sia vista solo dal Vecchio. Il terzo personaggio umano è un giardiniere che cerca di scoprire la verità sul Vecchio, e lo segue anche, individuando tre possibili sue case, tre possibili identità, ciascuna amara e triste. Il quarto è il custode, che comprende gli animali, che è affezionato al vecchio ghepardo, che vorrebbe dargli la libertà. C’è un’evidente relazione tra il vecchio ghepardo e il Vecchio: entrambi hanno avuto una vita precedente, il ghepardo libero nella savana prima della cattura, il Vecchio chissà dove, chissà come. E la ragazzina? Il suo presente è fantasmatico. È un’anima? Ha un rapporto col giovane ghepardo femmina? Il nome con cui la ragazzina chiama il vecchio è Rabindranath, il nome di Tagore, e quello con cui è chiamata dal vecchio è Gitanjali, il titolo di una raccolta del grande poeta indiano. Quel che è certo è che in questo romanzo animali e uomini appaiono affratellati da un destino comune (e tra i vari attori animali delle storie raccontate dalle due voci rammemoranti e narranti neppure uno è un erbivoro, sono tutti predatori). E i loro punti di vista si scambiano.

“Era strano”, riprese il vecchio dopo una breve pausa, “starsene su quel palchetto a guardare se stesso come si guarda uno sconosciuto. E pensare: per quale ragione vive, con quell’aria così spenta? Per quanto si possa dire la stessa cosa di me. Penso ogni mattina: Perché mi sveglio? Perché non posso evitarlo? Ma non ho scampo; sono costretto, anco­ra una volta, a vivere una giornata esattamente u­guale a tutte le altre. Qui sul palchetto, immobile, mentre questa giovane creatura mi assilla in conti­nuazione e il pubblico ci osserva, ci indica, lancia sassolini per farmi scendere. Ma io non scendo. Non reagisco. Non sento più nemmeno i sassolini che mi colpiscono.
Perché non li gettano anche addosso al vecchio, per farlo muovere? Sarà perché non è per vedere lui che hanno pagato. E poi le persone anziane stanno spesso sedute così, sulle panchine o da qual­che altra parte. Alla fine non stanno neanche più sedute, cadono a terra e vengono calate in una fos­sa. A differenza di noi, loro non diventano mangime. Del resto, poco importa chi ti mangia dopo morto: se sono le bestie che vivono sopra o sotto la terra.”

Occorre pensare l’uomo e l’animale, e il demone che li unisce, e quel che li divide, sempre.

Uomini famosi che sono stati a Sunne

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Ogni destino è un destino, ogni uomo è un uomo, e tutti i destini degli uomini hanno una loro grandezza, perché anche il più meschino degli uomini è, a suo modo, grande. Ma questa grandezza è passeggera, e sospesa sul nulla. La narrativa di Göran Tunström è delicatamente postmoderna, il suo nichilismo è quasi danzato, lievemente. La prova che ne dà nel suo romanzo Uomini famosi che sono stati a Sunne (trad. it. M.C. Lombardi, Iperborea, Milano 2003) tocca il sublime, nella versione nordico-crepuscolare. Uno dei personaggi, ora ridotto a clochard sporco e ubriaco, è stato un astronauta, è stato sulla Luna. Ora è a Sunne. Ha con sé una parte delle ceneri di sua madre. L’altra parte l’ha sepolta nel suolo della Luna.

La madre di Ed fu la prima donna sulla Luna.
Mentre le telecamere dell’Eagle ruotavano da un’al­tra parte, Ed aprì il guanto, si chinò e seppellì nella pol­vere lunare la scatolina che un tempo aveva contenuto la sua vera nuziale. Ora le ceneri di sua madre riposa­vano là e il suo cuore batteva: se mai fosse arrivato sulla terra il giorno della resurrezione, lei sarebbe stata la sola a non potervi partecipare, almeno non con tutto il suo essere. Forse non con la sua coscienza, se quel giorno un qualche dio aveva intenzione di radu­nare tutti gli esseri cremati, uccisi, decapitati che la terra aveva usato. No, Ed non era religioso. Che lui nell’Eagle avesse fatto la comunione era una conces­sione sia alla NASA sia a colei di cui si apprestava a esaudire il desiderio a metà. A metà perché aveva di­viso le sue ceneri in due parti, una per la Luna e l’altra per la Terra, e la seconda era quella che aveva nel por­tafoglio. Sua madre avrebbe potuto presto riposare anche a Sunne.
Ma lassù aveva premuto delicatamente il piede sulla scatolina perché andasse più in profondità: la ghiaia lunare turbinò scintillando, cadde senza far rumore e dentro di lui si fece uno strano silenzio. Un silenzio diverso. Un’assenza di tempo che si diffondeva per tutto il suo corpo. Lei era sepolta fuori dal tempo, lì non c’erano stagioni, né settembre né luglio né rintoc­chi di campane né occhi. Solo la parola Nulla aveva una presenza. Nulla aveva presa. Nulla era ormai una parte di se stesso, sosteneva. (p. 162)

Ogni tanto, Tunström se ne esce con dei veri e propri aforismi. Ne riporto uno che mi è piaciuto molto.

Perché i preti sospirano più degli altri? Sospirano perché troppo grande è l’abisso tra quello che predicano e quello che è il mondo. A meno che non sia il contrario: che si sono fatti preti perché avevano una certa facilità a sospirare sullo stato del mondo. (pp. 183-184)

Dei Romeni

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Quel che si vede e si sente e si legge in questi giorni in Italia è esemplare. Rivela il carattere nazionale (nostro, non romeno) e quel che già molti sanno dei meccanismi del capro espiatorio. Continua a leggere

L’anima e il suo destino 9

mancu.jpgÈ sulla base dell’universale tendenza all’ordine che Mancuso fa riposare la non implausibilità dell’idea che si dia un ultimo stadio della vita dell’anima, la sua immortalità, il penultimo essendo quello della perfezione della vita morale e spirituale “che a volte appare negli uomini” (p. 123). Naturalmente, data l’impostazione intellettualistica di questo libro, la sopravvivenza dell’anima si darà nella forma di “puro pensiero” (p. 123).
Ma quest’anima in forma di puro pensiero dovrebbe essere personale. Come può darsi ciò? Può darsi, secondo Mancuso, soltanto se l’ordine impersonale del Principio Ordinatore rimanda ad un Principio trascendente di tipo personale (p. 132). Ma questo rimandare appare del tutto infondato. Mancuso infatti discende dall’argomentazione all’intuizione, scandita in termini quasi lirici alle pp. 132 – 134. Ma è un’intuizione confusa, che genera confusione nel lettore. Poiché l’amore è possibile solo nell’incontro tra persone, ma il Principio Ordinatore, che è il Logos, è impersonale, e questo Logos si è manifestato come persona in Gesù, io non capisco Mancuso. O forse sì. Leggiamo questo passo a p. 134:

È questo amore che la mia religione pone quale sorgente e meta dell’essere. Il cuore della religione cristiana è l’idea che il Principio Ordinatore del mondo (il Logos) rimanda a un Principio Personale (il Dio trinitario). La mia religione dice che il Logos impersonale immanente al mondo si è manifestato come persona, perché c’è stato un uomo, Gesù di Nazaret, che l’ha perfettamente riprodotto in se stesso, ha perfettamente attuato in sé e fuori di sé la logica dell’armonia cosmica, la relazione ordinata, che nel suo vertice si chiama amore. Lo ha fatto al punto tale che guardando a lui è possibile comprendere che il Principio Primo dell’essere è in se stesso relazione (in questo senso è trino) ed è in se stesso amore (in questo senso è uno). Nell’evento dell’incarnazione del Logos è contenuta la più alta custodia del mistero della persona umana. Questo è il cuore del Cristianesimo, questo è ciò che esso ha consegnato all’Occidente, la terra dove, non certo a caso, sono nati i diritti dell’uomo.
Sulla base di queste argomentazioni ritengo sia ragionevole sostenere che la quinta discontinuità all’interno del processo evolutivo dell’energia cosmica possa condurre a una vita oltre la morte di tipo personale.

Ma come può la logica dell’armonia cosmica data da un Principio Ordinatore impersonale essere, nel suo vertice, amore personale? Poiché il Logos in verità per i cristiani non è il Principio Ordinatore impersonale come differente da Dio, ma è Dio stesso. In principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio. Qui in Mancuso mi pare che vi sia davvero confusione, e io non trovo ulteriori appigli per continuare un’analisi di questo libro. Mi fermo prima della metà. Nella parte rimanente si confermano infatti tutti i caratteri dell’impostazione mancusiana: ne risulta un cristianesimo astorico, con un rifiuto totale della categoria di futuro in teologia (p. 298), poiché l’eternità è l’unica vera dimensione del divino. Ma soprattutto vi si constata la vera assenza di una distinzione tra il mondo come natura-physis e il mondo come storia. Dunque addio rivelazione storica, addio storia sacra, addio centralità di quella croce lì, piantata dai legionari romani in un preciso anno della storia del mondo e non in un altro. Addio umanità piena dell’uomo di carne ed ossa, addio carne biblica. Spiritualismo contemplativo, sguardo che si perde nella luce dell’essere-energia, oblio della tragedia. Alla carne sofferente, alle carni sofferenti di questo mondo lacerato si prospetta la salvezza come idea dell’uomo-pensiero che, non si sa come, dovrebbe permanere eterno io separato dal mondo, dal tempo, dallo spazio e differente dagli altri io, metà tà physikà. Amen.