I ghepardi

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I Ghepardi di Finn Carling (Gepardene, 1998, trad. it. di P. M. Marocco, Iperborea 2003) sono un breve romanzo densissimo e polisenso, in cui è difficile scindere il piano del reale da quello dell’immaginario, e che pone, nel modo della narrativa, alcune questioni fondamentali e angosciose: quella del rapporto tra l’uomo e gli animali, quella del rapporto tra giovinezza e vecchiaia, quella della memoria e del dolore della memoria, quella dell’identità del soggetto in un mondo in cui tutto è labile e diviene polvere, quella della comunicazione tra gli esseri e della ricerca della verità, quella dell’impossibile libertà.
Eppure, miracolo della scrittura di Carling, questa densità è leggera. Ci sono quattro personaggi umani. Un Vecchio che ogni giorno sta seduto, vestito sempre dello stesso cappotto d’estate e d’inverno, presso la gabbia che contiene due ghepardi, uno vecchio e prossimo alla morte, l’altra giovane – sta lì immobile apparentemente guardando nel vuoto, in realtà parlando col secondo personaggio, una ragazzina bionda vestita sempre con lo stesso vestitino estivo in tutte le stagioni. I due si raccontano delle storie – perché “l’oblio non è una difesa, è precursore della morte. Bisogna ricordare la verità del passato per poter vivere” (p. 44) – , storie nelle quali chi di volta in volta è il narrante ricorda episodi della vita passata, in cui si è trovato ad essere questo o quell’animale: racconti duri, spesso atroci. Pare, poi, che la fanciulla sia vista solo dal Vecchio. Il terzo personaggio umano è un giardiniere che cerca di scoprire la verità sul Vecchio, e lo segue anche, individuando tre possibili sue case, tre possibili identità, ciascuna amara e triste. Il quarto è il custode, che comprende gli animali, che è affezionato al vecchio ghepardo, che vorrebbe dargli la libertà. C’è un’evidente relazione tra il vecchio ghepardo e il Vecchio: entrambi hanno avuto una vita precedente, il ghepardo libero nella savana prima della cattura, il Vecchio chissà dove, chissà come. E la ragazzina? Il suo presente è fantasmatico. È un’anima? Ha un rapporto col giovane ghepardo femmina? Il nome con cui la ragazzina chiama il vecchio è Rabindranath, il nome di Tagore, e quello con cui è chiamata dal vecchio è Gitanjali, il titolo di una raccolta del grande poeta indiano. Quel che è certo è che in questo romanzo animali e uomini appaiono affratellati da un destino comune (e tra i vari attori animali delle storie raccontate dalle due voci rammemoranti e narranti neppure uno è un erbivoro, sono tutti predatori). E i loro punti di vista si scambiano.

“Era strano”, riprese il vecchio dopo una breve pausa, “starsene su quel palchetto a guardare se stesso come si guarda uno sconosciuto. E pensare: per quale ragione vive, con quell’aria così spenta? Per quanto si possa dire la stessa cosa di me. Penso ogni mattina: Perché mi sveglio? Perché non posso evitarlo? Ma non ho scampo; sono costretto, anco­ra una volta, a vivere una giornata esattamente u­guale a tutte le altre. Qui sul palchetto, immobile, mentre questa giovane creatura mi assilla in conti­nuazione e il pubblico ci osserva, ci indica, lancia sassolini per farmi scendere. Ma io non scendo. Non reagisco. Non sento più nemmeno i sassolini che mi colpiscono.
Perché non li gettano anche addosso al vecchio, per farlo muovere? Sarà perché non è per vedere lui che hanno pagato. E poi le persone anziane stanno spesso sedute così, sulle panchine o da qual­che altra parte. Alla fine non stanno neanche più sedute, cadono a terra e vengono calate in una fos­sa. A differenza di noi, loro non diventano mangime. Del resto, poco importa chi ti mangia dopo morto: se sono le bestie che vivono sopra o sotto la terra.”

Occorre pensare l’uomo e l’animale, e il demone che li unisce, e quel che li divide, sempre.

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