L’origine dell’umano è violenta. Ma la violenza umana è tale perché è rappresentata, perché avviene entro la scena della rappresentazione, ed è rappresentata come onnidistruttiva. E’ evidente che può essere rappresentata, quindi, solo in quanto differita. Continua a leggere
Su Carlo Giuliani
Carlo Giuliani non è morto come un manifestante pacifico massacrato dalla polizia. Ce ne sono stati altri, inermi, che le forze dell’ordine hanno picchiato selvaggiamente, a Genova in quei giorni maledetti. Ma lui no, lui è andato alla battaglia, vestito da guerrigliero, mascherato come ben si vede dalla foto del suo corpo esanime. Come le migliaia di altri “ragazzi” che al G8 avevano dichiarato che avrebbero infranto le barriere della zona rossa, presidiata dalle forze dello Stato in armi. Continua a leggere
Gatsby
L’ “idealismo” di Gatsby, il protagonista del Grande Gatsby, il celebre romanzo di Fitzgerald, è espressione del “pensiero positivo” indispensabile al dinamismo della vita americana. Questo ha sostenuto Stephen L. Gardner al convegno girardiano di Innsbruck del 2003 nel suo intervento Democracy and Desire: The Theology of Money in The Great Gatsby.
http://theol.uibk.ac.at/cover/events/innsbruck2003_Gardner_Paper.doc .
Tuttavia, v’è da pensare che un “pensiero positivo” sia necessario al dinamismo di ogni società contemporanea, non solo a quello della vita americana, e che ove prevalga il “pensare negativo” non possa che esservi stagnazione e inerzia. Continua a leggere
Poesia della domenica
Del poeta
I
Solo nella tua casa
notte e giorno confondi.
E palpita la selva dei non io
cacciatore di miriadi di mondi. Continua a leggere
Sulle scogliere di marmo
La felicità perduta è un tema assolutamente originario. Declinato in mille modi consimili dall’alba dell’arte consapevole, questo tema del “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria” riappare continuamente nel corso dei secoli in tutte le culture, il più delle volte connesso con una melanconica contemplazione della caducità. Continua a leggere
Il capro espiatorio moderno
In Generativa ho pubblicato la traduzione di un intervento di Nicholas Charney sul sistema democratico. La situazione cui lui guarda è quella canadese, ma mi pare che i concetti siano generalizzabili. Qui riporto la parte conclusiva del testo. Continua a leggere
Il libro di Benjamin

Capita che anche in libri che non consuonano con il nostro spirito possiamo leggere delle pagine splendenti, sulle quali il nostro occhio ritorna più volte, a rilevare i movimenti aperti e quelli più nascosti. Il libro di Benjamin, romanzo-diario di Bo Carpelan (Benjamins bok, 1997, trad. it. di C. Giorgetti Cima, Iperborea, Milano 2003), è una sorta di lunga confessione, uno scavo nei detriti e nei piccoli oggetti della memoria alla ricerca di una responsabilità personale (di una condanna o di una assoluzione o di qualcos’altro) per un fatto in cui il narratore è rimasto coinvolto nella sua fanciullezza. La condizione di demente in cui un suo amico è precipitato in quei tempi lontani a causa di un oscuro incidente interroga Benjamin, che cerca una risposta. Ma tradurre il passato per la coscienza del presente non è una cosa facile. Benjamin nella vita fa il traduttore, ma questo non l’aiuta in quell’altra ben più gravosa opera di traduzione. Così, la cifra fondamentale di questo libro crepuscolare (boreale, verrebbe da dire), pur niente affatto disperato, è la malinconia. Che è magnificamente declinata nelle righe seguenti.
La malinconia non è un passivo guardarsi l’ombelico, è uno stile di vita, un modo di vedere l’esistenza, nella sua forma migliore è lucidità. Ha poco a che fare con il sentimentalismo. È un rendersi conto: che la vita è breve, che la morte attende tutti, che la malattia e la sofferenza fanno parte della vita. La malinconia confina con la tristezza, una brutta parola. Occorre forse una certa forza interiore per vedere la caducità e coglierne la bellezza. La malinconia confina anche con la rassegnazione, pure questa una brutta parola agli occhi di molti. Mai rassegnarsi! In piedi e via! Più azione! esclamano gli esuberanti, e danno una bella pacca sulla schiena al loro prossimo, magari già malconcio. La rassegnazione è il legittimo rifugio al triste pensiero che non posso far nulla riguardo a un sacco di cose, nonostante tutti gli appelli e i bei pensieri. Per tornare alla malinconia: è un buon rimedio contro tutta l’arroganza che la lotta per la sopravvivenza porta con sé tra gli esseri umani. Guardate quanto sono bello, sano, e immortale! Ma gli allegri urrà si spengono con l’arrivo del gelo e dell’autunno. Allora è preferibile avere una difesa discreta ma salda nel profondo, magari in forma di una solida fede. La malinconia richiede una certa dose di equilibrio, di contemplazione, di solitudine e di capacità di ascoltare, la propria vita come l’altrui. È il tampone necessario e legittimo contro il dolore profondo e in questo somiglia alla convinzione religiosa, quella che non pretende nulla ma dà. La tristezza, la malinconia non offrono nessuna panacea. Sanno che cosa vogliono dire le sconfitte e come si può faticosamente superarle. Non promettono nulla che non possano mantenere. Sono le alte giornate d’autunno dopo un’estate traditrice. (p. 71)
L’altro volto

L’altro volto che dà il titolo a questo romanzo dell’iracheno Fu’ad al Takarli (1960, trad. italiana di S. Triulzi per Jouvence, Roma 2005) è il lato oscuro del protagonista, un impiegato di Baghdad che conduce una misera vita, assediato da fantasmi che non ha la forza di dominare, sorta di inetto in versione araba. Ha una giovane moglie che sembra amare teneramente, ma dopo un parto infelice, la morte del bambino e la cecità che colpisce la donna, la rimanda a Bakuba, e insegue una relazione impossibile con una giovanissima vicina sposata ad un vecchio. Ha dei complessi di colpa che non riesce a portare a piena coscienza, è ateo e sulle soglie di un totale nichilismo. La storia è fosca e disperata, ma condotta con grande sapienza narrativa e capacità di leggere nei cuori (al- Takarli, uomo dalla lunga vita, ha fatto il giudice). Dovrebbero leggerlo tutti quelli che della cultura araba attuale hanno un’idea semplice e semplificatrice. E anche tutti gli scrittori italiani che non sanno che anche 100 sole pagine possono fare un grande romanzo.
A volte la vita di un uomo si schiude, come questo cielo di perle, rivelando sia i valori in cui si crede che quelli in cui non si crede. Ciò che conta sopra ogni cosa è avere un’anima generosa e profonda, capace di affrontare qualsiasi cosa lungo il proprio percorso. (p.14)
Se lo dice il protagonista Muhammad, dopo avere guardato con desiderio una ragazza sconosciuta. Lui in realtà è fondamentalmente un vigliacco, verboso e contorto come molti intellettuali e pseudointellettuali d’oriente e d’occidente. L’altro volto è legato al nostro incessante divenire, ne costituisce in qualche modo la cifra solidificata: il nostro io futuro, pienamente disvelato nella sua vacuità, e nella sua fondamentale falsità, tormenta già il nostro presente.
Chi ci salverà dalla persona che noi stessi diventeremo? (p. 93)
Ma cosa possiamo fare di fronte alla persona che diventeremo? E’ una nostra creatura, un dio implacabile (p. 94)
l’anima secondo Vito Mancuso
Ho riunito in un articolo i miei nove post su L’anima e il suo destino.
http://www.bibliosofia.net/files/Anima.htm
I miei uccelli (4)
Poiane
Negli anni della mia infanzia, non vedevo molti uccelli. Stavo a Venezia, tranne i mesi di luglio e agosto, che passavo in montagna. In quei due mesi sfogavo tutta la mia fame di natura e di animali. Continua a leggere