Ultras e violenza

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L’origine dell’umano è violenta. Ma la violenza umana è tale perché è rappresentata, perché avviene entro la scena della rappresentazione, ed è rappresentata come onnidistruttiva. E’ evidente che può essere rappresentata, quindi, solo in quanto differita. Ma per differirla bisogna averne una qualche rappresentazione mentale. La rappresentazione nasce nella scena originaria dell’ominizzazione, in cui proprio la minaccia di una violenza onnidistruttiva provoca l’emissione del primo segno, rendendo possibile la rappresentazione stessa. Il passaggio dal non umano all’umano non può essere rappresentato perché la rappresentazione nasce proprio in esso. Ci si muove qui dunque nel paradosso. Il carattere paradossale della violenza rimane, ed è il carattere paradossale dell’umano. Non comprenderne la natura è rimanerne prigionieri. Le anime belle sognano un mondo del tutto liberato dalla violenza, ma L’Apocalisse di S. Giovanni, che ne sa molto di più delle anime belle, mostra la violenza dilagante anche alla fine dei tempi.

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Il terrore umano della violenza non può sussistere se essa non è stata conosciuta. Quello che i proto-umani sapevano della violenza prima della scena originaria era saputo in forma non-rappresentativa, quindi non umana. Ciò che fa nascere conserva una forza generativa, e attrae come potenza rigenerante, e quindi continuamente ciò che genera la rappresentazione si ri-presenta. Una separazione totale dalla violenza per la nostra specie è impossibile, perché la specie non si può separare dalla sua origine. E questo spiega anche la natura iper-rappresentativa dei gruppi violenti, come gli ultras e le formazioni politiche estremiste, i quali vivono sempre in un universo contesto di simboli: bandiere, gagliardetti, striscioni, magliette, svastiche, ecc. ecc.

Gli ultras e gli estremisti sono, in un certo senso, iper-umani. In loro il bisogno di ricreare la scena originaria è molto più forte rispetto al resto della popolazione. Ma la scena originaria non può essere riattualizzata se non nella forma del rito. Occorre dunque che in forme rituali si ripeta il parossismo che porta all’esplosione, e che essa non sia totale, ma parziale, così che vi siano poche vittime, e possibilmente una sola. Lo sport si presta bene a questa ritualizzazione, e se questa per un qualche motivo non è in grado di differire la violenza totale assorbendola nell’aspetto contemplativo dello scontro altrui, e scaricandola in esso, si determinerà uno stato di tensione estrema, con l’inevitabile conclusione.

3 pensieri su “Ultras e violenza

  1. Innanzitutto colgo l’occasione di ribadire anche qui i miei complimenti al Professor Brotto per aver aperto questo blog e di continuare ad aggiornarlo trattando temi delicati e quasi sempre trattati altrove (mass media in primis!) con pressapochismo e con smodato utilizzo di luoghi comuni.

    Vorrei esprimere qualche considerazione in merito…

    Relativamente al problema della violenza negli stadi e alla luce dell’articolo di cui sopra, forse viene alla luce con maggior chiarezza quello che forse è un paradosso della teoria gansiana: la differenziazione della violenza è un utopia in costante divenire, oppure è una soluzione? Se fosse però una soluzione allora dovrebbe presupporre un elemento di compiutezza, altrimenti non sarebbe una soluzione.
    Per differire la violenza sappiamo che bisogna conoscerla, ma quale livello di conoscenza della violenza ci può permettere di differirla con ampio grado di compiutezza? O meglio, se nemmeno la morte (espressione più alta degli effetti di certa violenza) ci consente evitarla… è essa veramente evitabile? Oppure anche GA è così pessimista da prostrarsi di fronte all’ aporia della natura umana? Mi spiego: fino a che punto la natura umana violenta (che è in noi in quanto uomini) rappresenta il prezzo da pagare per poter differire la violenza? Non è forse un’aporia fissare come scopo la differenziazione e contemporaneamente accettare la natura intrinsecamente violenta dell’uomo? Probabilmente Gans non crede così tanto nella forza differenziante dell’ elemento gnoseologico rispetto a quello ontologico, e a ben vedere, secondo il mio modesto parere ha ragione.
    Forse GA non approfondisce a dovere il problema della morale dei singoli… forse è proprio questa a fungere da freno a mano per molte persone. O meglio… la morale come rappresentazione della doverosità della differenziazione della violenza! Difficilmente la logica del gruppo ultras permette di valutare la differenziazione come un dovere!

    Certo che una simile prospettiva viene a svuotare la sanzione penale da ogni suo possibile significato giuridico e filosofico che non sia la mera retribuzione: tu fai del male, io rispondo facendo del male a te; o meglio: tu violi una norma, io violo la tua libertà personale. Se accettiamo che per quanto possa esser forte, la spinta morale non potrà mai frenare completamente la tendenza al delinquere, allora non ha senso costruire la pena come un percorso di redenzione o di emenda del reo. E’ difficile parlare di effettività della risposta dello Stato alla violenza negli stadi: difficile soprattutto quando si cercano rimedi populisti di facile impatto mediatico al posto di soluzioni magari più impopolari ma più effettive.

    Probabilmente è più realistica e contingente la prospettiva girardiana per spiegare la ratio totalizzante della mentalità ultras. Ho avuto in varie volte occasione di condividere alcuni pomeriggi calcistici assieme a dei tifosi esagitati e confermo che il furor mimetico di coalizzazione contro un “nemico” dai contorni sfumati è molto forte. Qui però si dovrebbe aprire una parentesi infinita.
    Quel che è certo e di cui sono fermamente convinto è che spesso l’elemento soggettivo culturale (istruzione, educazione, impegno sociale ecc. Sarebbe interessante una statistica che riassuma lo status civico dei delinquenti degli stadi…) è quello che fa da discrimine e che evita ogni coinvolgimento mimetico estremo nel gruppo violento. Ecco perchè ritorno a dire che l’elemento etico forse deve essere rivalutato. Limitatamente a ciò credo che Girard abbia centrato il punto.

    Infine concordo totalmente con quanto Lei Professore afferma nell’ultimo inciso del Suo commento… un appunto solo: sono sicuramente gli stessi “tifosi” che ogni domenica si mettono in condizione di trovarsi di fronte ad una nuova scena originaria ritualizzata! Di sicuro non vi si trovano per necessità, perchè… manca loro il cibo!

  2. Caro Pianca, La ringrazio per il commento e l’attenzione. Il commento è corposo: dirò solo che Lei fa bene a sottolineare l’importanza dell’elemento etico. Naturalmente un’etica deve essere ben fondata, è questo il problema dei nostri giorni. E per fondarla occorre anche, a mio giudizio, ricercarne l’origine antropologica.

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