Scissione

brorusQuasi tutte le persone di sinistra che ho conosciuto durante la mia vita avevano un immaginario profondamente scisso sul tema fondamentale della violenza. Nessuna di loro era in grado di pensare la violenza per sé, la violenza senza aggettivi. O meglio, potevano sforzarsi di pensarla, ma ne abbandonavano il concetto, come astorico, ingenuo, irrealistico e insignificante, alla sparuta coorte dei nonviolenti. Essi, quelli di sinistra, invece, distinguevano sempre, e immediatamente, tra violenza buona e violenza cattiva, tra quella positiva dei comunisti, dei partigiani, dei “popoli amanti della pace” (ma pieni di cannoni), delle guerre di liberazione, dei Palestinesi, dei Viet-Cong, del Che, ecc., e quella negativa dei fascisti, dei reazionari, degli Americani, degli imperialisti, degli Israeliani, ecc. L’essere umano di sinistra odia la violenza ma ama Castro, anche se il Cubano di violenza ne ha praticata molta.
Negli anni Settanta, ho conosciuto ragazze e ragazzi fortemente politicizzati di estrema sinistra che avevano la casa piena di manifesti dell’Ottobre russo, e andavano poi alle marce della pace insieme a gandhiani, francescani, e altri. Per loro, la violenza di sinistra era sempre e solo una giusta e necessaria risposta a quella primaria, che nasceva solo dalla Destra. Ma quanti oggi pensano che il jihadismo sia solo un prodotto degli Israeliani, e che l’unica violenza sia quella di una parte? La scissione dell’immaginario è sempre là, ed è un pericolo costante non solo per quelli di sinistra, ma per tutti.

Uccidere in nome di Dio

p111_0_01_04 (2)Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace.  Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà.  Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai.  Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi;  ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato.  Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni. Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v’insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. (Deuteronomio 20, 10-18)

Quanti pronunciano oggi e scrivono le parole «non si può uccidere in nome di Dio»! Un’affermazione assoluta di questo principio, tuttavia, non si trova in tutta la Bibbia, e nemmeno nella tradizione cristiana maggioritaria. Gesù, del resto, non l’ha mai pronunciata. E infatti i cristiani delle diverse confessioni nel corso di duemila anni di storia hanno spessissimo ucciso nel nome di Dio, bruciato eretici, ecc. ecc. E in molte pagine dell’Antico Testamento Dio comanda espressamente ai suoi fedeli di uccidere. La Bibbia contiene passi non meno violenti di quelli che da parte di alcuni  vengono estrapolati dal Corano per denunciare l’Islam come religione di guerra di contro agli altri due monoteismi, che sarebbero (attualmente) di natura pacifica. Da un certo punto di vista, non vi è nulla di più divertente dei salti mortali spiccati da ermeneuti, commentatori e teologi per giustificare, con criteri storicisti e dunque relativisti, l’esistenza nella Bibbia di passi di violenza inaudita, in cui Dio ordina stermini ed esecuzioni capitali. La questione è dunque una questione di lettura e di interpretazione: la lettera uccide. Ma riguarda anche l’attualmente. Perché se una religione come il cattolicesimo appare oggi di natura pacifica, tale non appariva  una volta: e si rivela quindi come soggetta ad evoluzioni, e involuzioni: dunque alla storia e al flusso temporale: al divenire. E, se la lettera uccide, ogni interpretazione necessariamente la de-assolutizza, e apre le porte al relativismo, bestia nera del cattolicesimo. Qui si incontra una contraddizione che per essere pensata radicalmente e rigorosamente richiederebbe una riflessione teologica di una potenza e di una profondità tale per la quale nessuno dei teologi di questi tempi mi sembra avere le penne.

Super eroe

Ho scritto in passato un paio di post sul fenomeno della violenza nel calcio, qui e qui. Gli eventi di ieri a Genova, con la partita interrotta dal gruppo violento dei Serbi, mi conferma nell’analisi che riporta il fenomeno della violenza intorno allo sport all’origine stessa dell’umano e al ruolo fondativo della rappresentazione, oggi magnificato dai media tecnologici.



Ivan, il capo dei tifosi serbi (e già il termine tifoso, che si riferisce ad una malattia che a sua volta rimanda a febbre e invasamento, denota la dimensione violenta e sacrificale latente), appare in tutti i media mondiali come una  immagine, oscillante tra quella di un super-eroe dei fumetti e quella di un eroe del wrestling. In ogni caso con un’aura che lo circonda. In entrambi i casi, si tratta di eroi, ovvero figure destinate a produrre effetti mimetici a cascata. Questi non sono legati al fatto che il giudizio sociale maggioritario sia positivo o negativo, dato che comunque a livello globale, e anche nelle singole società complesse, non esiste un punto di vista unico. Del resto, la violenza esercita un fascino irresistibile, che contagia sia chi si ritrae inorridito sia chi nell’orrore si tuffa.

Violenze domenicali

Del significato antropologico delle violenze degli ultras del calcio ho scritto qui . Ciò che è avvenuto domenica tra Napoli e Roma fa risaltare una situazione perversa, in cui sono messe in discussione legalità, sicurezza dei cittadini e controllo dello Stato sul territorio. Quello che si vede è qualcosa di infinitamente più grave di tutta l’immigrazione clandestina, con annessi e connessi. Continua a leggere