E se l’Oggetto Centrale, che l’antropologia generativa situa appunto al centro del cerchio dei cacciatori proto-umani come ciò su cui si polarizza la brama di tutti i membri del gruppo, innescando il processo tensivo che porta all’emissione del primo segno e alla conseguente nascita dell’umano, fosse non una preda ma una femmina della stessa specie, ovvero una donna?
Poiché mi sembra di poter dire che tra gli animali il pecking order viene minacciato solitamente più dall’acuirsi della competizione per il sesso che da quella per il cibo, forse la scena dell’origine dovrebbe essere spostata dal versante della caccia-appropriazione della carne a quella del sesso-appropriazione della femmina. La struttura fondamentale della originary scene rimarrebbe intatta, col segno come mediatore del differimento della violenza, ma da un lato si spiegherebbe la violenza stessa nel suo rimanere sempre latente all’interno della sessualità umana, dall’altro si ingloberebbe il femminile all’interno dell’origine stessa. Forse, ancor meglio sarebbe pensare a due scene originarie che confluiscono in una, così che sessualità, predazione, violenza e differimento della stessa, ed emissione del segno siano tutti nel little bang della nascita dell’umano. Se è come penso, la violenza è di necessità e non per accidente eternamente latente nella sessualità, che non a caso nelle sue manifestazioni culturali è l’ambito più mimetico che ci sia. E dunque è fatale che essa esploda ogni tanto in forme anche tragiche, come è il caso di Perugia. Che deve affliggerci, ma non stupirci. Devo riflettere su questa idea. La sottoporrò allo stesso Gans e ad Adam Katz, e sentirò che ne dicono.
