La società del risentimento

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Il risentimento omnium erga omnes è un dato di fatto della nostra società di massa, ne rappresenta uno dei caratteri distintivi. Proprio perché sono venute meno le gerarchie (il 1968 in ciò è stato un passaggio importantissimo) la situazione è ora tale per cui tutti possono sentirsi pari a tutti gli altri, e la parità, l’uguaglianza sentita come assoluta, può generare soltanto rivalità.

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E così è. Il totalmente diverso infatti non è veramente rivale, e le lotte più feroci sono quelle tra coloro che ben si conoscono. Quanto più vicini si è all’identità, tanto maggiore e più violenta è la rivalità. Anche la vita politica italiana ne è oggi l’illustrazione: Destra e Sinistra presentano molti più aspetti di somiglianza che di differenza, massime sul terreno della scuola, come abbiamo sempre sostenuto. Ma proprio perché si assomigliano, si odiano. Questo principio fondante dell’antropologia mimetica è ben presente nel libro di Stefano Tomelleri, La società del risentimento, Meltemi editore, Roma 2004. La tavola imbandita della Modernità può essere paragonata al sapienziale convito che Dante voleva preparare per gli insipienti desiderosi di apprendere del suo tempo, un banchetto da cui molti erano esclusi, elitario e gerarchico, e per questo pacifico. Il banchetto moderno si presenta aperto a tutti, ma proprio per questo è massimamente mimetico e generatore di risentimento. In luogo del dantesco pane degli angeli, vi si serve l’acerba uva della contesa senza fine.

Dalla lezione dei due autori presi in esame [Nietzsche e Scheler], facciamo l’esperienza di una chiara e lucida immagine del risenti­mento moderno, troppo attento a criticare le imperfezioni altrui per potersi riconoscere esso stesso immerso in tali manchevolezze. È l’immagine di un grande affresco sulla modernità, dove è dipinto un ricco banchetto. Gli invitati sono in molti, ciascuno con una propria biografia, e alcu­ni siedono fronteggiandosi: gli “schiavi”, i “signori” da un lato, gli “asceti”, i “borghesi”, gli “uomini comuni” dal­l’altro. Il banchetto è apparecchiato con cura: sul tavolo sono appoggiati oggetti preziosi, la “morale giudaico-cristiana”, la “democrazia”, il “progresso”. Gli invitati sono al calduccio e con la pancia piena, ma non sono felici, si accusano vicendevolmente, in un andirivieni di rappresa­glie dove ciascuno gioca a essere ostacolo per l’altro: sono in fermento. Il ricco banchetto riserva una scatola a sor­presa che tradisce un inganno: l’unico piatto servito è del­l’uva acerba. (pp. 63-64)

6 risposte a "La società del risentimento"

  1. Devo dire che queste spiegazioni “allegoriche” non mi convincono granché, inoltre non mi è chiaro che cosa mai si rimpianga nelle gerarchie: fra le gerarchie inculcate (subite) e quelle elettive mi sembra del tutto necessaria una fase emancipativa, della quale un sentimento di uguaglianza “ontologica” mi sembra un elemento propulsivo essenziale. Lo stesso risentimento ammette aspetti positivi e degenerazioni negative, come in fondo tutto quanto esiste (e persiste) in natura.

  2. Il simbolo è costitutivo dell’umano in sé, e non può essere escluso da un discorso antropologico. Io penso che l’uguaglianza ontologica sia un presupposto della gerarchia (che non va intesa necessariamente come quella pre-moderna o antidemocratica, di cui non c’è rimpianto). L’uguaglianza ontologica è una cosa, l’indifferenziazione sociale un’altra: è quest’ultima che genera il risentimento generalizzato che necessariamente esplode nella violenza.

  3. Aggiungo che un problema serio è quello della “positività” e “negatività” di tutto ciò che esiste in natura. Penso che il positivo e il negativo appartengano non alla natura per sé ma al giudizio umano sui dati. I dati naturali in sé non hanno la qualità del positivo o del negativo. Ma l’umano (ovvero il culturale) si distingue dal naturale proprio perché in grado di porre quella differenza. In un certo senso, l’umano è la differenza. Esattamente quello che il pensiero scientista non vuole vedere.

  4. Elio, una cosa è combattere il sopruso, un’altra misconoscere il valore oggettivo, che nasce da natura o esperienza. Come non accorgersi che l’anti-autoritarismo progressista ha dissolto l’autorità del sapere e dell’arte insieme ad ingiustificati privilegi, consegnando la cultura contemporanea alla chiacchiera indifferenziata, dove ogni cretino può esprimere un’opinione su qualsiasi cosa come avviene nei talk show più frequentati?

  5. Quello che a me non sembra efficace, Valter, è isolare un aspetto emergente, quale può essere l’atteggiamento verso le gerarchie, e “risolverlo” a livello morale, addebitandolo a qualche posizione ideologica, movimento o congiuntura storica. Ai miei occhi questo semplicemente non funziona, anche se capisco che molto spesso è tutto quanto possiamo tentare. Anche all’interno di un discorso come questo, basato sul risentimento girardiano, mi sembra riprendere irresistibilmente forma quella sorta di assurdo appello (che di norma diviene tanto più grottesco e imbarazzante quanto più sentimentale e “comprensiva” si fa la gualdrappa che lo ricopre) ai “cretini” stessi [affinché si rendano urgentemente conto della loro condizione di minorità e limitino graziosamente le proprie pretese – prima che finisca male] che precisamente esprimevano alcuni orrendi frammenti di Blondet, e di Ortega Y Gassett che avevi riproposto sul tuo blog.
    Io non credo che questi diversi aspetti emergenti, per quanto sgradevoli, possano essere sanati da qualche sorta di “ampia logoterapia che gli intellettuali avrebbero il compito di organizzare”: gli archi causali, benché io li possa seguire soltanto per tratti molto limitati, si spingono con tutta evidenza molto in profondità, agganciandosi a quei cicli di retroazioni che probabilmente ci costituiscono e dai quali quindi non abbiamo forse facoltà di affrancarci. In questo senso, ho ridimensionato anche la mia adesione alla teoria mimetica di Girard (al quale riconosco soprattutto il merito di avere reso realmente trasparente il linguaggio del mito) almeno nel momento in cui sembra pretendere di possedere tutto quanto serva a formulare le risposte fondamentali senza dover abbandonare il troppo confortevole “livello simbolico”.

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