Algebra, denaro: livellano, l’una intellettualmente, l’altro affettivamente.
La nostra epoca distrugge la gerarchia interiore, come potrebbe lasciare sussistere la gerarchia sociale che ne è solo l’immagine grossolana?
(II, 31) Continua a leggere
Algebra, denaro: livellano, l’una intellettualmente, l’altro affettivamente.
La nostra epoca distrugge la gerarchia interiore, come potrebbe lasciare sussistere la gerarchia sociale che ne è solo l’immagine grossolana?
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Sul Covile è ripreso un interessante articolo di Pietro De Marco, un articolo sociologico-politico che contiene vari elementi di interesse. Sostiene che oggi l’Italia è governata da cattolici, non del tipo virtuoso, cioè orientato e riflessivo, come lo definisce l’autore (mi è venuta in mente, chissà perché, Rosy Bindi, e, parallelamente, anche il senso di disagio per certa avversione tradizionalistica al ceto intellettuale), ma modali, «quei cattolici che non siedono nelle prime panche delle chiese, non operano nei consigli parrocchiali, non leggono saggi di teologia, ma credono nella morale cattolica anche se la praticano con difficoltà, fanno frequentare ai figli l’ora di religione nelle scuole (diversamente dai cattolici progressisti, che non lo fanno) e non amano sentire dire dai catechisti che il diavolo non esiste e neppure esiste il peccato».
Essi, dice De Marco, sono cattolici in quanto consentono sull’essenziale visione cattolica del mondo. E quale sarebbe questa visione? Quali sono i suoi capisaldi irrinunciabili? Confesso che il mio intellettualismo mi differenzia da costoro. Io, ad esempio, non riesco a cogliere una cattolicità dei nostri attuali governanti. Per esempio, come fare a determinare la cattolicità di Berlusconi? A meno che essa non derivi semplicemente da un’affermazione del soggetto, che dice: io sono cattolico. Non mi sembra sufficiente, quando si tratta di un politico. Se poi il comportamento degli elementi di maggior spicco di una classe dirigente non costituisce un buon esempio di cattolicesimo per quanto riguarda la propria vita sessuale e familiare (qualcuno è pure escluso dall’eucarestia) o per la promozione di modelli di vita edonistico-consumistici, ecc., in che senso dovrei ritenerli cattolici? Perché sono stati battezzati o perché favoriscono alcuni aspetti della realtà cattolica italiana, come la scuola confessionale? Quello di essenziale visione cattolica del mondo mi sembra un concetto molto vago e problematico, proprio all’interno del discorso di De Marco. Per riprendere il passo sopra citato, prendiamo uno che 1) non conosce, non dico la teologia, ma neppure il catechismo, e non sa nemmeno articolare la differenza tra il monoteismo islamico e quello cristiano; non ha mai partecipato alla vita ecclesiale a nessun livello; 2) ovviamente non ha mai letto la Bibbia (un libro che il cattolico all’italiana fugge come il diavolo l’acqua santa); 3) crede alla morale cattolica ma non la mette in pratica (qui sorge semplicemente il problema di cosa sia credere ad una morale senza praticarla, nemmeno come sforzo e tensione) anche perché forse la conosce pochino; 4) manda i figli al catechismo perché è la trafila normale e chissà che così i figli siano più buoni; 5) non ama sentirsi dire dal prete che non esiste il peccato, ma vuole che dica che esiste il diavolo con le corna (qui il discorso si fa addirittura rozzo, in realtà la storia è un po’ più complessa, e molti non amano sentirsi dire dal prete che non si debbono lasciare le case sfitte o pretendere affitti esosi, che si debbono accogliere gli stranieri, ecc.). Questo qualcuno, nondimeno, è un cattolico. Qualcosa mi sfugge, perché la sociologia non è teologia, e non può prendere in considerazione elementi soprannaturali, mentre mi sembra che la cattolicità di cui parla De Marco sia una categoria oscillante tra il sociologico e lo dogmatico. Conclusione: mi pare che De Marco scriva un articolo di sociologia all’italiana, ovvero non tanto per illuminare una realtà in spirito scientifico di ricerca, quanto per difendere l’attuale governo. In Italia o sei guelfo o sei ghibellino. Io faccio parte per me stesso, ergo non sono italiano. È vera però una cosa: all’interno della Chiesa il laico che pensa non ha vita facile.
Il mio ultimogenito è autistico. Il suo è un autismo grave, accompagnato da forte deficit cognitivo. Tra le altre cose, non parla. Frequenta la classe quinta della scuola primaria, con maestro di sostegno e addetta all’assistenza. Maestro maschio, attualmente, ovvero una stranezza nell’Italia di oggi. Nel contesto della sua classe la sua è una differenza assoluta, nessuno potrebbe essere più diverso di lui: la condivisione del mondo dei segni, anche al livello più elementare, ovvero di ciò che ci consente la compartecipazione alla comune sfera dell’umanità, è per lui estremamente problematica. Continua a leggere
Elisabetta Liguori ha scritto per Bibliosofia una nota sull’ultimo romanzo di Mario Desiati. Comincia così:
Mario Desiati con questo suo nuovo romanzo, quello che non esito a definire della piena maturità e consapevolezza letteraria, ci offre un affresco ampio di quella che è la vocazione alla tragedia tutta meridiana. Continua a leggere
L’essere cosciente è contemporaneamente l’osservatore e l’osservato. Il fatto che in tale situazione l’obiettività sia impossibile crea ovviamente una difficoltà. Ma si tratta solo della prima di molte difficoltà. La coscienza non può essere osservata direttamente. Non esiste alcuna singola area del cervello che sia attiva quando siamo coscienti e inattiva quando non lo siamo. E non vi è alcun livello di attività neuronale specifico che segnali che noi siamo coscienti.
Come nota il filosofo della mente B. Allan Wallace:
Nonostante secoli di moderna ricerca filosofica e scientifica sulla natura della mente, non esiste al presente alcuna tecnologia che possa individuare la presenza o assenza di alcun tipo di coscienza, dal momento che gli scienziati non sanno nemmeno che cosa dovrebbe essere misurato. A esser rigorosi, oggi non si dà alcuna evidenza scientifica neppure della semplice esistenza della coscienza! Tutta la evidenza diretta di cui disponiamo consiste di descrizioni non scientifiche in prima persona dello stato di coscienza.
La difficoltà (…) consiste nel fatto che mente e coscienza non sono un meccanismo del cervello nel modo in cui, per esempio, la divisione cellulare è un meccanismo delle cellule e la fotosintesi è un meccanismo delle piante. Sebbene cervello, mente e coscienza siano naturalmente interrelati, la loro relazione non è spiegata da alcun meccanismo materiale. Continua Wallace:
Una autentica proprietà emergente delle cellule cerebrali è quella della consistenza semisolida del cervello, e questo è qualcosa che la scienza oggettiva, fisica, può ben comprendere … ma essa non comprende come il cervello produca alcuno stato di coscienza. In altre parole, se i fenomeni mentali sono di fatto niente di più che proprietà emergenti e funzioni del cervello, la loro relazione al cervello è fondamentalmente differente da qualsiasi altra proprietà emergente e funzione che si trovano in natura. (p. 109)

Un’autobiografia di Anthony Trollope (An autobiography, trad. it. di A. Manserra, Sellerio 2008), si potrebbe anche intitolare Il romanziere come produttore disciplinato. Il fecondo Trollope intese la scrittura come un mestiere da svolgere con metodo e disciplina ferrei, con una programmazione dei tempi e del numero delle parole da scrivere ogni giorno. Qualcosa di davvero affascinante, il contrario dell’artista come genio e sregolatezza. C’è poco in questo libro (ma molto interessante) della vita personale, per lo più legato al lavoro per le Poste Reali, ma molto dell’arte e della scrittura. Con pagine assai gustose, con i rapporti con gli editori e la critica del tempo. Queste righe per i giovani scrittori mi piacciono molto.
Ma falliscono anche molti giovani, perché si affannano a raccontare storie quando non hanno nulla da raccontare. E ciò è la conseguenza della pigrizia piuttosto che di una innata incapacità. La mente non è stata abbastanza all’opera quando si è iniziata la stesura della storia, né la si tiene sufficientemente in esercizio nel procedere col racconto. Non mi sono mai dato molta pena per la costruzione di una trama, e ora non voglio insistere in modo particolare sulla precisione in un settore lavorativo in cui io stesso non sono stato molto preciso. Non sono sicuro che la costruzione di un intreccio perfetto sia mai stata alla mia portata. Ma il romanziere ha altri obiettivi oltre a quello di svelare una trama. Desidera far conoscere ai propri lettori i suoi personaggi così intimamente da far sì che le creazioni della sua mente siano per loro esseri umani che parlano, si muovono, vivono. Questo non lo potrà mai fare a meno che egli stesso non conosca bene quei personaggi fittizi, e non li potrà mai conoscere bene se non riesce a vivere con loro nella piena realtà di una radicata intimità. Devono essere con lui quando va a dormire e quando si sveglia dai sogni. Deve imparare a odiarli e ad amarli. Ci deve conversare, litigare, li deve perdonare, e si deve persino sottomettere a loro. Deve sapere se sono freddi o passionali, se sono sinceri o falsi, e quanto sinceri e quanto falsi. Di ognuno di loro deve essergli chiara la profondità e l’elevatezza d’animo, la meschinità e la superficialità. E così come sappiamo che, nella realtà, gli uomini e le donne cambiano – diventano peggiori o migliori a seconda che la tentazione o la coscienza li guidino –, allo stesso modo dovrebbero cambiare le sue creature, e ogni cambiamento dovrebbe essere da lui rilevato. L’ultimo giorno di ogni mese raccontato, ogni personaggio del suo romanzo dovrebbe essere di un mese più vecchio. Se l’aspirante romanziere ha tali attitudini, tutto ciò gli riuscirà senza troppo sforzo; ma in caso contrario credo che egli potrà scrivere solo dei romanzi legnosi. È così che ho vissuto con i miei personaggi, e da ciò è arrivato il successo, quale che sia, che ho ottenuto. Esiste una galleria di miei personaggi, e di ognuno posso dire di conoscere il tono della voce e il colore dei capelli, ogni fiamma degli occhi e persino i vestiti stessi che indossano. Di ogni uomo sarei in grado di dire se potrebbe aver pronunciato tali o tal’altre parole; di ogni donna, se in un dato momento avrebbe sorriso o si sarebbe accigliata. Quando mi renderò conto che è cessata questa intimità, allora saprò che è venuto il momento di mandare il vecchio cavallo a pascolare. Che riuscirò a rendermene conto quando arriverà il momento, non lo posso proprio dire. Non so davvero se sono molto più saggio del canonico di Gil Blas; ma so che senza questa capacità un romanziere non può raccontare storie con buoni risultati. (pp. 243 – 244)
Un mezzo di purificazione: pregare Dio, non solo in segreto rispetto agli uomini; ma pensando che Dio non esiste. (I, 385) Continua a leggere
Lo scimpanzé è al 98 per cento umano perché condivide con noi il 98 per cento dei geni. Si è sentito anche questo. Si può ribattere che allora anche un pesce è in parte umano, perché condivide con noi il 40 per cento del DNA. Ma nessuno si sogna di dire questo, e noi mangiamo sardine senza problemi (e i Cinesi anche i cani, che molti esperimenti hanno dimostrato essere in grado di comprendere i segni sociali umani meglio degli scimpanzé). Continua a leggere
Mario Beauregard e Denyse O’Leary sono gli autori di The Spiritual Brain (HarperOne, New York 2007), che reca come sottotitolo A Neuroscientist’s Case for the Existence of the Soul. Mario Beauregard è un neuroscienziato di primo livello, e uno dei pochi che non sia preda di una visione aprioristicamente scientista e mantenga attiva una vigile intelligenza critica. Continua a leggere