In questi mesi si dibatte della scuola: in modo italico, ovvero isterico, ideologico e improduttivo. La scuola è usata soltanto come pretesto per attaccare il nemico, da l’una come dall’altra parte. In un’ottica lungimirante, il sistema scolastico richiederebbe investimenti colossali, altro che Grandi Opere! Su questo non posso dire nulla, è chiaro come il sole che sulla scuola non c’è un discorso culturale serio, da parte di nessuno. Vado dunque a ripescare cose che ho scritto negli anni scorsi. Questa è del 2004. Continua a leggere
Una visione
Mi è capitato una sola volta di vivere un’esperienza RSM (RSME è l’acronimo sotto il quale vengono rubricate le esperienze religiose, spirituali e mistiche, ovvero tutte quelle che, in modi diversi e anche diversissimi pongono il soggetto umano di fronte ad una radicale Alterità). Queste esperienze possono essere innescate da assunzione di droghe, da situazioni di particolare stress, ecc.: vi è una letteratura immensa su tali fenomeni. La mia, invece, è avvenuta entro un contesto assolutamente normale, in assenza di qualsiasi anomalia. Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 31
I miliziani del Testamento spagnolo che inventano vittorie per sopportare la morte; esempio dell’immaginazione che colma il vuoto. Sebbene non ci sia niente da guadagnare dalla vittoria, si sopporta di morire per una causa che sarà vittoriosa, non per una causa che sarà persa. Per qualcosa del tutto privo di forza, sarebbe sovrumano; discepoli del Cristo. Il pensiero della morte esige un contrappeso, e questo contrappeso – a parte la grazia – non può essere che una menzogna.
(…)
La morte, fonte per gli uomini di ogni menzogna e di ogni verità.
(II, 59) Continua a leggere
Cofferati
Non crediate a coloro che fanno professione d’avere lasciato le faccende e le grandezze volontariamente e per amore della quiete, perché quasi sempre ne è stata cagione o leggerezza o necessità; però si vede per esperienzia che quasi tutti, come se gli offerisce uno spiraglio di potere tornare alla vita di prima, lasciata la tanto lodata quiete, vi si gettano con quella furia che fa el fuoco alle cose bene unte e secche.
Francesco Guicciardini, Ricordi XVII
1490
Così parla l’Eterno riguardo ai profeti che traviano il mio popolo, che gridano: ‘Pace’, quando i loro denti han di che mordere, e bandiscono la guerra contro chi non mette loro nulla in bocca.
Perciò vi si farà notte, e non avrete più visioni; vi si farà buio, e non avrete più divinazioni; il sole tramonterà su questi profeti, e il giorno s’oscurerà su loro.
I veggenti saran coperti d’onta, e gl’indovini arrossiranno; tutti quanti si copriranno la barba, perché non vi sarà risposta da Dio. (Michea 3, 5-7) Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 30
“Per una necessità di natura, qualunque essere, per quanto può, esercita tutto il potere di cui dispone”. Non esercitare tutto il potere di cui si dispone significa sopportare il vuoto.
Può esserci accettazione volontaria del vuoto nei rapporti tra collettività?
Il desiderio contiene qualcosa di assoluto, e se fallisce (una volta esaurita l’energia), l’assoluto si trasferisce sull’ostacolo. (II, 56) Continua a leggere
Voglio una vita come la mia

Forse prima di poter affermare che si tratta di una generazione baciata dagli dèi, bisognerebbe rammentare l’antica riflessione sulla felicità del re Priamo, di cui prima della caduta di Troia si sarebbe potuto dire che fosse l’uomo più felice della terra, ignorando che avrebbe visto in tarda età la sua meravigliosa città distrutta, e lo scempio dei figli e delle figlie. Occorre dunque attendere la sua fine terrena prima di poter proclamare la felicità di un vivente, che sia singolo o gruppo.
La generazione baciata dagli dèi secondo l’io narrante di Voglio una vita come la mia di Marco Santagata (Guanda 2008) è quella nata nel quinquennio 1945 -1950 (ci rientro per 3 giorni, essendo nato il 28 dicembre 1950). Le ragioni addotte dal Marco narrante, specchio ambiguo e infedele dello scrittore, per asserire la felicità generazionale, sono diverse, ma quella fondamentale sta nel fatto che si tratta della prima generazione a non avere attraversato una guerra. Da questo primo motivo di eccezionalità scaturiscono gli altri, come l’aver conosciuto l’italia ancora preindustriale e poi il boom, l’inurbamento delle masse contadine, la rivoluzione sessuale, quella informatica, e così via. Il ritratto della generazione dei sessantenni o giù di lì oscilla tra il compiaciuto e il cinico, secondo il carattere di questo Marco, che offre un quadro dell’Italia dell’ultimo mezzo secolo molto crudo e insieme divertente. Il testo sta tra il saggio e il diario personale, ed è un romanzo solo in quanto il genere è così polimorfo da ingoiare qualsiasi tipo di scrittura. L’adottare come voce narrante un doppio di sé che non è però un doppio identico è anche un espediente per sparare giudizi che possono essere addossati all’altro. Così sono molto godibili le pagine sulla scuola e l’università (anche questo Marco come l’autore è un italianista).
Parlo del Liceo Classico, ovviamente. Ai miei tempi lo Scientifico era ritenuto un surrogato, uno spezzatino di materie buono per tutti gli usi, tranne che per una vera formazione. Mica circolava allora la balla delle due culture: gli accessi all’università erano differenziati; gli scienziati, quelli veri, avevano pure loro una formazione umanistica e gli ingegneri erano considerati per ciò che erano, ingegneri, appunto: a chi mai sarebbe passato per la testa di definirli intellettuali!
Quando ripenso al mio iter scolastico mi sento un po’ l’Attila della scuola italiana: io uscivo da un ciclo, e subito dopo quel ciclo deperiva. Ho fatto l’esame di terza elementare, e poco dopo lo hanno abolito; l’esame di quinta, e hanno abolito pure quello; ho sostenuto l’esame di ammissione alla Media, e poco dopo hanno istituito la Media unificata, senza prova d’ingresso; quello di quinta ginnasio, ed è sparito. Della mia Maturità, all’antica, con tutte le materie, e pure i riferimenti agli anni passati, hanno fatto una burletta. All’università io, modernista, sono stato obbligato a superare tutti gli esami fondamentali (per intenderci, prova scritta di latino e storia antica con lettura dei testi in greco); appena ne sono venuto via, ecco dispiegarsi una delle conquiste del Sessantotto: la liberalizzazione dei piani di studio. ll che, in soldoni, significava che storia del cinema valeva quanto glottologia, che i testi latini si studiavano in traduzione italiana, che la stessa letteratura italiana poteva essere tranquillamente ignorata e via cantando. Con il passare degli anni la situazione è poi ulteriormente peggiorata. Ma quando, ormai vecchio docente, io e altri volenterosi ci siamo adoperati per porre rimedio a tanto sfascio, e siamo riusciti a varare la cosiddetta riforma della didattica, abbiamo partorito, Dio ci perdoni, un mostro di geometrica inefficienza, un coacervo di statuti, regolamenti, commi, percorsi, lacciuoli molto ma molto più brutto dell’essere informe che ha sostituito. A Riccardo come mia (nostra) unica scusante posso dire che, se gli dèi non vogliono, non c’è niente da fare. Avranno un progetto che ci sfugge: stiamo contenti, umana gente, al quia. (pp. 108 -109)
Linguaggio
Sulla pagina canadese di Bibliosofia è uscito un breve testo di Bruce Henry sulla scrittura e il linguaggio. Che si conclude così:
Quando mi vengono in mente queste e altre invasioni di linguaggio-e-realtà nella mia anima tenerella, mi sento abbattuto. Mi arrendo. Temo che non capirò mai. Il linguaggio mi fluirà via per sempre di tra le dita. Stavo scoprendo che il linguaggio era più grande di me e che io non ero così degno di fiducia come credevo, e non importava quanto potessi contarci. Sento allo stesso modo anche oggi. Come posso pretendere di lavorare con qualcosa come questo? Sarebbe come lavorare con cemento fresco che non si asciuga mai e che cambia forma mentre dormi.
Il resto qui.
Viaggi di distruzione e libri spazzatura
Si è dibattuto molto sulla scuola, nelle ultime settimane, e sempre all’interno dell’eterno scontro italiota tra guelfi e ghibellini. Sono tutti discorsi di facciata, che coprono la vera questione, quella del risparmio. La gara a chi taglia di più è iniziata anni fa, e non è ancora finita. La diatriba sul maestro unico è di una miseria allucinante. Continua a leggere
Libero?
Se un antropologo marziano mi chiedesse un consiglio circa il punto da cui partire per una indagine sulle caratteristiche attuali della popolazione italiana, gli consiglierei di aprire internet sul portale di Libero (www.libero.it). In un solo luogo virtuale egli potrebbe cogliere alcuni aspetti dell’ homo italicus del 2008. Continua a leggere

