La chiesa di Sade 2

Il sadismo pervade sempre più la nostra società grazie al “processo di valorizzazione delle merci”, che è evidentemente collegato, secondo De Benedetti, al Sessantotto e alla sua rivoluzione sessuale (p.24), ed è “tutto interno alla nostra libertà, ne è una dimensione essenziale e per certi versi inevitabile” (p.28). Essendo un potere assoluto sulla vita altrui, quello che Sade invoca elevando la natura a realtà intrascendibile e negando radicalmente Dio si invera nell’attuale tecnoscienza, la quale esprime la stessa hybris che su scala minima esercitano i personaggi delle opere sadiane (p. 32). Continua a leggere

La chiesa di Sade 1

Un libro di sole cento pagine che trovo molto ricco e stimolante è questo di Riccardo De Benedetti La chiesa di Sade (Medusa 2008). Devo francamente dire che per la figura del Divino Marchese non ho mai provato alcun interesse, neppure momentaneo e marginale, e che di Sade non sono in grado di dire nulla di serio, e neppure di giudicare la fondatezza della tesi generale del saggio, ovvero della pervasività della visione del mondo sadiana a tutti i livelli nella società contemporanea (tesi che di primo acchito mi lascia perplesso). Tuttavia colgo qua e là nel testo spunti di grande interesse, e per questa ragione vi dedicherò due o tre post.

Continua a leggere

Cancro morale

Ho scritto altre volte che il cancro dell’Italia è la sua Università. Come l’omonima malattia, infatti, essa non risponde ad alcuna legge etica e procede per metastasi. A giudicare dai media, l’attenzione sulla metastasi è abbastanza viva: la denuncia del proliferare dei corsi, delle sedi e sedine in ogni villaggio anche sperduto, le diseconomie, ecc. Ma non si è fatto nulla, finora. E non si è fatto nulla a causa di un pauroso buco nero di natura etica. Continua a leggere

Due cose giuste

Ho sentito dire due cose giuste sulla scuola. La prima da Fausto Bertinotti: il movimento degli studenti di oggi non ha alcun rapporto col Sessantotto, e semmai assomiglia per alcuni versi alla Pantera del 1985. La seconda cosa giusta l’ha detta Oliviero Beha: Destra e Sinistra sono responsabili insieme di uno sfascio totale della scuola iniziato 30 anni fa, e continuano a non avere un’autentica percezione della realtà di questo sfascio e delle sue conseguenze apocalittiche. Continua a leggere

Sunset Limited

Un professore (un umanista) fa per lanciarsi sotto il treno, il Sunset limited che sta passando a cento all’ora, per porre fine ad una vita che giudica del tutto insensata. Un nero, un uomo dal passato violento che crede di essere stato salvato da Cristo e di dover a sua volta salvare altre vite, lo afferra e gli impedisce di morire, e lo porta a casa sua. Una specie di sequestro a fin di bene, lo tiene chiuso per ore in casa cercando di convertirlo dalla intenzione di morire all’amore della vita. I due non potrebbero essere più diversi. L’ultimo libro di Cormac McCarthy, Sunset Limited (ed. it. Einaudi 2008), è un lungo dibattito tra due voci, che sono due polarità opposte, il bianco e il nero.
Le ragioni di una fede radicale e quelle di una ragione altrettanto radicale si avvitano e si avvinghiano in una dialettica che non lascia scampo: aut-aut. C’è però uno squilibrio, perché il professore è un uomo colto, e l’altro è un semplice, ma un semplice che ha conosciuto la violenza (in un carcere, e qui il racconto del nero ci riporta al McCarthy che conosciamo bene) ed è scampato alla morte per un soffio. Il finale è aperto, infine, come la porta della casa del nero, da cui il bianco esce, sembra, per tornare ai binari del Sunset Limited, mentre il nero si rivolge a un Dio che non risponde. Le ragioni del bianco per desiderare la morte non sono quelle dei comuni suicidi, questo è chiaro fin dall’inizio. È la sua civiltà, la civiltà occidentale, che a lui sembra ormai priva di senso, e anzi sembra rivelare il non senso di tutte le cose, dell’intero mondo. In fondo, quella del professore è la posizione di Leopardi. Ma il Recanatese si trattenne dal suicidio a causa dell’ “amante compagnia” (vedi il Dialogo di Plotino e di Porfirio), il bianco di McCarthy non ha per alcun altro umano amicizia o amore.
Vi sono due passi, verso la fine del libro, in cui la posizione del bianco appare nella sua, per così dire, pienezza nichilistica.

NERO E qual è il mondo che conosci tu?
BIANCO Non credo che lo voglia sapere.
NERO Sí invece.
BIANCO Non penso proprio.
NERO Avanti.
BIANCO Come vuole. Per me il mondo è fondamentalmente un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte dei detenuti – completamente innocenti – perché vengano giustiziati. Non è cosí che la vedo. E cosí che è. Esistono pareri diversi? Certo. Resistono a un esame approfondito? No.
NERO Cavoli.
BIANCO Allora. Vuole dare anche lei un’occhiata a quell’orario ?
NERO E non ci si può fare un bel niente.
BIANCO No. Gli sforzi che fa la gente per migliorare il mondo invariabilmente lo peggiorano. Una volta pensavo che ci fossero delle eccezioni alla regola. Ma adesso non lo penso piú. (p. 102)

Dunque, da un lato la dostoevskiana visione della condanna dell’innocente, delle moltitudini di non colpevoli per cui il mondo è un inferno in vita, senza una ragione. Dall’altro l’impossibilità di un miglioramento della vita umana sulla terra. Come si può infatti affermare che la vita oggi sia migliore di quella di un tempo, se non basandosi su argomenti fragili, smontabili e soggettivi? Dopo che tutti i tentativi di creare paradisi in terra hanno creato altri inferni in aggiunta a quelli già esistenti?

NERO Mi prendi per il culo?
BIANCO No che non la prendo per il culo. Se la gente vedesse il mondo per com’è davvero. Se vedesse la propria vita per com’è davvero. Senza sogni o illusioni. Non credo che troverebbe un solo motivo per non scegliere di morire il prima possibile.
NERO Cazzo, professore.
BIANCO (freddo) Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. E io rifuggo queste discussioni. Il discorso dell’ateo del villaggio che ha come unica passione quella di vilipendere dalla mattina alla sera qualcosa di cui nega innanzitutto l’esistenza. La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell’universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po’ di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere. E la giustizia? La fratellanza? La vita eterna? Santo cielo, amico mio. Mi mostri una religione che prepari l’uomo alla morte. Al nulla. Quella sarebbe una chiesa in cui potrei entrare. La sua prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie. Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebbero un giorno di piú. Chi sarebbe disposto a sopportare questo incubo, se non per paura dell’incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l’ombra dell’ascia. Ogni strada porta alla morte. O peggio. Ogni amicizia. Ogni amore. Tormenti, tradimenti, lutti, sofferenza, dolore, vecchiaia, umiliazione, malattie orrende e lunghissime. E alla fine di tutto una sola conclusione. Per lei e per ogni persona e ogni cosa a cui ha scelto di legarsi. Ecco la vera fratellanza. La vera comunità. Di cui tutti sono membri a vita. E lei mi viene a dire che nel mio fratello sta la mia salvezza? La mia salvezza? Be’, allora lo maledico. Lo maledico sotto ogni forma e sembianza. Mi ci rivedo, in lui? Sí che mi ci rivedo. E quello che vedo mi disgusta. Mi capisce? Riesce a capirmi? (pp. 114 – 115)

Dopo la lettura di questo libretto, rileggersi La ginestra e il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Mio nonno

Mio nonno materno era un pittore. Un pittore professionista, uno che viveva del frutto della sua arte. Non era un modernista, né un innovatore: era un attardato, un erede dei macchiaioli. Aveva una grande tecnica, dipingeva ritratti, paesaggi e nature morte. Era l’ultimo erede di una tradizione familiare antica. Dalla prima metà dell’Ottocento, il ramo della grande famiglia Ghedina da Cortina d’Ampezzo, da cui uscì mia madre, era stato fecondo di artisti: il mio trisavolo Giuseppe Ghedina, suo fratello Luigi, e il mio bisnonno Gaetano, e mio nonno Gino. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 32

Impotenza di Dio. Il Cristo è stato crocifisso; suo Padre l’ha lasciato crocifiggere; due aspetti della stessa impotenza. Dio non esercita la sua onnipotenza; se l’esercitasse, non esisteremmo né noi né niente. Creazione: Dio che s’incatena mediante la necessità – Si può sperare che alla morte le catene cadano, ma si cessa anche di esistere come essere separato – Perché la creazione è un bene, pur essendo inseparabilmente legata al male? Perché è un bene che io esista, e non Dio soltanto? Che Dio si ami attraverso il mio miserabile intermediario? Non posso capirlo. Ma tutto ciò che io soffro, lo soffre Dio, per effetto della necessità della quale egli si astiene dal falsare il gioco. (Così egli fu uomo ed è materia, nutrimento). (II, 95)

Continua a leggere

Scuola II

Anche questa è del 2004. L’oscillazione mi sembra davvero, anche in questi giorni, la cifra essenziale della questione scuola.

OSCILLARE. Nella parte conclusiva del suo meraviglioso Il Dio dei filosofi (Der Gott der Philosophen , 1971, trad. it. Brusati, Brusotti e Mauro, il melangolo, Genova 1994, vol III), Wilhelm Weischedel tenta di definire Dio come oscillazione assoluta (p. 303). Profanando il concetto weischedeliano, si potrebbe applicarlo alla scuola italiana contemporanea, e forse per estensione alla scuola occidentale contemporanea, e forse per estensione ancora più comprensiva all’intera società occidentale. Continua a leggere