Osservazioni sulla morale cattolica

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Nel capitolo VII, Degli odi religiosi, Manzoni sostiene che essi in Italia siano stati poca cosa rispetto a ciò che sono stati nelle altre grandi nazioni europee:

Sia però lecito d’osservare che, tra le cagioni che possono aver cambiato il carattere degli Italiani, questa, se ci fu, deve aver certamente operato assai poco; giacché non c’è forse nazione cristiana dove i sentimenti d’antipatia col pretesto della religione abbiano avuto meno occasione di nascere e d’influire sulla condotta degli uomini. In verità, riguardando a questa parte della storia, noi troviamo piuttosto da piangere su quella Francia e su quella Germania che ci vengono opposte. Ah! tra gli orribili rancori che hanno diviso l’Italiano dall’Italiano, questo almeno non si conosce; le passioni che ci hanno resi nemici non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 46

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Distruzione di una città, di un popolo, di una civiltà: quale azione meglio di questa dà all’uomo la falsa divinità? Già uccidere un uomo, il proprio simile, lo eleva in immaginazione al di sopra della morte. Ma uccidere qualcosa di sociale, quel sociale che è al di sopra di noi, che noi non arriviamo mai a comprendere, che ci costringe in ciò che è quasi il più interiore di noi stessi, che imita il religioso fino al punto di confondervisi salvo discernimento soprannaturale…
Il pentimento provato dai Greci per quest’azione, sentimento soprannaturale, ha valso loro il miracolo della loro civiltà.
La volontà di potenza. Rajas. È la tentazione di Adamo e quella del Cristo. (II, 210) Continua a leggere

Englaro

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Ho spesso meditato sulla fine della vita (qui, ad esempio), e le modalità con cui avviene nelle nostre società tecnotroniche. Casi come quello di Eluana Englaro sono già accaduti, e altri se ne presenteranno, perché i continui progressi della tecnoscienza applicata alla medicina costituiscono un fronte mobile che l’etica collettiva fatica a seguire. Anche negli Stati Uniti casi analoghi hanno causato una spaccatura nell’opinione pubblica, ma in Italia questa avviene ora con i tipici tratti di ogni frattura del Paese dei Guelfi e Ghibellini. Che è anche il Paese di Machiavelli. Ingenuamente, ci si potrebbe chiedere come sia possibile che tutti i ministri in carica, senza eccezione alcuna, siano stati dell’opinione che occorresse intervenire con una legge approvata d’urgenza per impedire la morte della Englaro, mentre i pareri tra la gente (indipendentemente dal credo politico professato) sono molto più incerti e variegati. Naturalmente, si dovrebbe essere del tutto all’oscuro della costituzione mentale del politico italiano tipo per porsi una siffatta domanda ingenua. La verità evidente a tutti è che il caso, in sé terribile, è stato usato strumentalmente. Anche dal padre della sventurata. Continua a leggere

La filosofia delle università

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Volgiamo lo sguardo intorno a noi. Quello che Schopenhauer chiama dappochezza, cioè il non valore (e per non valore intendo i gruppi umani concreti in cui prevalgono i bassi istinti e l’utilitarismo ad essi collegato) che instaura il suo potere mediante la mistificazione, per consolidarla ed estenderla, perché può sussistere e soggiogare le masse solo attraverso di essa, questo non valore oggi trionfa ovunque, mediato socialmente dai media. Ma la cosa più rilevante in ciò è questa: mentre nella prima fase dello sviluppo mediatico occidentale i media si autoconcepivano come mediatori di qualcosa che aveva la sua origine e il suo fondamento in altro, e non nel medium stesso (da ciò il nome), ora i media si intendono come la fonte stessa del valore, ovvero il medium media se stesso.
È anche per questo che l’informazione è caduta così in basso, non informa più su nulla, o quasi. Di qui anche nei notiziari le ossessive comunicazioni circa lo share dei programmi della rete cui il singolo tg appartiene, comunicazioni che non interessano minimamente gli spettatori ma servono a sottolineare l’autoreferenzialità del medium. La mediaticità da accidente è fatta sostanza, quindi la sua funzione muta. Essa si pone come eidolon, e proclama che chi non le appartiene non è. Di fronte a questo eidolon, la casta dei chierici ha compiuto un tradimento ben più grave di quello denunciato a suo tempo da Benda.

Si danno molti generi di bellezza, ma una sola verità, allo stesso modo che esistono molte muse, e una sola Minerva. Per questo appunto il poeta può sdegnare tranquillamente di frustare ciò che non vale; il filosofo invece può trovarsi nella situazione di doverlo fare. La dappochezza infatti, una volta affermatasi, si oppone ostilmente proprio a ciò che vale, e l’erbaccia invadente soffoca la pianta utile. La filosofia è per sua natura esclusiva, e stabilisce anzi il modo di pensare di un’epoca: come i figli dei sultani, così anche un sistema dominante non ne tollera nessun altro accanto a sé. A ciò si aggiunga che il giudizio in proposito è sommamente difficile, e che anzi è già faticoso il conseguimento dei dati che lo condizionano. Se quindi il falso viene messo in circolazione con artifizi, e viene ovunque proclamato da prezzolate voci stentoree come vero e autentico, lo spirito dell’epoca ne viene avvelenato, la corruzione si estende a tutti i rami della letteratura, ogni più alto slancio spirituale si arresta, e a ciò che realmente è buono e genuino sotto ogni riguardo viene a trovarsi contrapposto un baluardo che resiste a lungo.

Arthur Schopenhauer, La filosofia delle università, trad. it. di G. Colli, Adelphi 1992, p.44

Richard Williamson 2

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La vicenda della scomunica tolta ai seguaci di Lefebvre e del negazionismo di Williamson conferma due cose:

1) La gerarchia cattolica accetta molto malvolentieri che possa sussistere una entità ecclesiale alla sua destra (perché c’è una destra e c’è una sinistra ecclesiale). Un po’ come il vecchio PCI non tollerava né considerava legittima qualsiasi formazione intendesse porsi alla sua sinistra. C’è un meccanismo di fondo molto simile, nonostante le differenze. Se in un gruppo di cattolici, aderente alla teologia della liberazione, dei vescovi ordinassero preti e vescovi autonomamente, questi rimarrebbero scomunicati senza troppi problemi. Ma una contestazione del Concilio in nome della Tradizione spaventa il vertice cattolico. Evidentemente esso si sente più fragile rispetto alla critica tradizionalista che rispetto a quella progressista. Questo fa parte del suo DNA. Continua a leggere

Nomade

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Nomade, di Rachna Vohra

sono la figlia che ha lasciato
anziani genitori intenti a piantare semi di
permanenza
ho diviso il loro paese
e ho messo un confine tra noi
come hindu divenuti musulmani divenuti hindu
speriamo che la distanza tra noi non sia circolare Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 45

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Se pensassi che Dio m’invia il dolore con un atto della sua volontà e per il mio bene, crederei di essere qualcosa, e trascurerei l’uso principale del dolore, che è d’insegnarmi che sono niente. Non si deve dunque pensare nulla di simile. Ma è necessario amare Dio attraverso il dolore (sentire la sua presenza e la sua realtà con l’organo dell’amore soprannaturale, l’unico che ne sia capace, così come si sente la consistenza della carta attraverso la matita).
Allo stesso modo lo spettacolo della miseria degli uomini m’insegna che essi sono niente, e, a condizione che io m’identifichi con loro, che io sono niente. Non è solo in quanto essere umano determinato, è in quanto essere umano che io sono niente. In quanto creatura. Continua a leggere

Richard Williamson 1

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Richard Williamson è un esempio perfetto di cristianesimo sacrificale, ovvero di un modello di cristianesimo fondamentalista le cui caratteristiche essenziali lo assimilano a tutte le religioni. Il suo negazionismo delle camere a gas naziste (il cui significato esporrò in un post successivo) si inquadra perfettamente nella sua sacrificalità, e ne è anzi una conseguenza necessaria.

Quale sia il modo di pensare di questo vescovo, a cui è stata tolta la scomunica, appare chiaro da una intervista del 2007, riportata nel sito web lefevriano UNA VOX. Continua a leggere

L’Amore e l’Occidente

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Letto nel 1978, L’Amore e l’Occidente di Denis de Rougemont (1939, trad. it. di L. Santucci, Rizzoli 1977) mi è subito apparso come un libro per me capitale. E’ stato un punto di svolta nella mia comprensione della letteratura e della civiltà occidentali e soprattutto una formidabile spinta a pensare. E’ uno di quei libri che spargono attorno a sé una forte luce, e che possono anche accecare quelli che non sono stati dotati dei giusti occhiali. Ancora oggi è un rimedio sovrano contro ogni catarismo, ogni gnosticismo. Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 44

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Le rappresentazioni della miseria umana (Iliade, Giobbe, fuga di Gilgameš (…) sono belle. Questa miseria non altera dunque la bellezza del mondo. Ma a che cosa è dovuta la loro bellezza, dal momento che la miseria stessa – a livello quasi infernale – è così orribile? Al fatto che nella rappresentazione appare la gravità? (p. 191) Continua a leggere