Lo sanno i Calabresi, lo sanno i Sindaci, lo sa lo Stato, lo sanno tutti che le migliaia di africani che oggi permettono che la scatoletta di pelati italiani costi quel che costa (pochissimo) vivono e dormono in un modo così totalmente disumano. Continua a leggere
Cacce sottili 2
All’interno di una grande passione ci si deve scavare una nicchia, che poi diviene un luogo d’incontro con gli adepti, con coloro che se ne sono ritagliata una uguale nello stesso luogo. Così avviene in tutte le grandi scelte di gratuite passioni. Così, tra coloro che si dilettano di pesca ci sono i trotaioli, o quelli che si dedicano al persico-trota o al luccio, e così via. Così nella caccia, c’è chi è fanatico di quella al cinghiale o alla lepre, chi adora la beccaccia, o chi come me rinuncerebbe a tutte le prede per un beccaccino. Così è anche tra gli entomofili (entomologo è freddo, e non dà conto della passione). V’è chi come Jünger si dedica ai coleotteri, e dentro i coleotteri elegge i carabidi, e tra i carabidi le cicindele. Poiché ogni passione è tendenzialmente monoteistica, per così dire. Pure, il cacciatore-collezionista è con la morte che ha a che fare fin dall’inizio. E non quella degli insetti, che eternizza nella “camera a gas” rappresentata da una bottiglietta con un battuffolo imbevuto d’etere, bensì quella degli umani, il senso dello sparire di chi abbiamo conosciuto, che fa pensare al proprio futuro sparire e risveglia il desiderio di lasciare di sé qualcosa di permanente, come il proprio nome legato ad un insetto da noi scoperto, secondo il sistema di catalogazione di Linneo. Il padre di Jünger era un appassionato di scacchi, la cui casa era molto frequentata da altri appassionati. Uno era un certo Rotlevi, che ad un certo punto scomparve.
Le sue tracce scomparvero persino dagli annali che riportano le più belle partite di scacchi.
Questa scomparsa, in seguito, mi ha sempre lasciato in ansia, un’inquietudine che si ridestava anche ogni volta che cercavo di leggere i nomi sulle lapidi mezzo ricoperte di muschio. La strada scorre via veloce sotto le barche e sotto le navi. Spesso siamo gli unici a serbare memoria dell’ospite fugace; con noi egli muore una seconda volta, e si infrange l’ultima stele sulla quale era inciso il suo nome. Ecco perché i morti ritornano sempre, perfino i vecchi nemici, e bussano alla nostra porta. (14-15)
Rileggo Simone Weil 73
Problema dell’origine del linguaggio, della tecnica, ecc. Questo problema in quanto tale non è neppure concepibile. Tale origine è dunque trascendente. (III, 256)
Per l’ originary thinking di Eric Gans, invece, l’origine del linguaggio non solo può, ma deve essere pensata, perché l’origine permane. E la trascendenza non è un prius rispetto all’origine, ma è generata in essa. La trascendenza è un carattere essenziale del linguaggio, del mondo dei segni.
Cacce sottili 1
Cacce sottili (Subtile Jagden, 1980, trad. it di A. Iadicicco, Guanda 1997) è un libro fatto per piacermi sin dal titolo. Si tratta di uno di quei (pochi) libri in cui uno vede rispecchiato se stesso nelle proprie attitudini più profonde. E la mia attitudine essenziale è quella del cacciatore. Il cacciatore e il collezionista hanno molto in comune, e non è un caso che entrambi siano espressione dello spirito maschile (la donna raccoglie, non caccia – si tratta di due espressioni differenti). Quando la caccia è rivolta al mondo degli insetti, come nella caccia sottile di Ernst Jünger, essa tende a coincidere con il collezionismo quasi totalmente – quasi, non del tutto.
Fin da giovane, Jünger sviluppò un appassionato interesse per il mondo degli insetti, e soprattutto dei coleotteri. Ma le sue cacce si concentrarono, come sempre accade, su un limitato numero di specie. Tra tutti i coleotteri, quelli che lo affascinarono furono i carabidi, e in particolare la cicindela. E il libro parla molto degli incontri con questo insetto, in giro per il mondo. 
A me è accaduta la stessa cosa, alla fine degli anni Cinquanta. Prima le farfalle, di cui feci collezione, poi i coleotteri. Il mio interesse si polarizzò sui carabi e sulle cicindele. Come Jünger – ed è questo che mi fa leggere il libro con un’ adesione intima, con una partecipazione delle viscere – ho ammirato i carabi come animali ctonii, del regno delle pietre e del muschio, degli angoli oscuri dei boschi; e nelle cicindele ho visto l’aspetto etereo, il loro essere più del cielo che della terra, la loro velocità. Ma carabi e cicindele hanno una cosa in comune, che è il loro essere predatori instancabili. Come sempre, in ogni regno animale l’uomo è attratto da chi preda e uccide. Lì va spontaneamente la sua ammirata contemplazione.
In Babele
Le biblioteche straripano. I file digitali sono infiniti e crescono a dismisura. Il tempo della vita è breve, e devi scegliere bene i tuoi libri. Il bene più prezioso, si sa, è il tempo. Il tempo della lettura è il più importante. E’ poco. Continua a leggere
Sadko
Conoscevo Sadko, il menestrello-eroe, nella bella opera omonima di Rimskij-Korsakov, ma ignoravo che nei primi anni Cinquanta fosse stato prodotto questo film sovietico. Nella Russia di allora anche le fiabe dovevano avere un valore educativo, e l’eroe medievale sembra un eroe sovietico ante litteram. Simpatico, però.
Augurio da E. Barone
« Ma, se esiste uno stato in cui l’animo possa trovare una posizione abbastanza stabile per riposarvisi appieno e raccogliervi tutto il suo essere senza aver bisogno di richiamare il passato e di inoltrarsi nell’avvenire, in cui il tempo non conti e il presente duri sempre senza però dar segno del suo durare e senza traccia di successione, senza alcun sentimento di privazione o di gioia, di piacere o di pena, di desiderio o di timore, eccetto quello della propria esistenza in modo che da solo possa riempire interamente l’anima; fin tanto che un simile stato d’animo dura, chi vi si trova può chiamarsi felice, non di una felicità imperfetta, povera e relativa come quella che possono dare i piaceri della vita, ma di una felicità completa, perfetta e piena, che non lascia nell’anima alcun vuoto che si senta il bisogno di colmare.
[…]
Di che si gioisce in uno stato simile? Di niente di esteriore, di niente se non di se stessi e della propria esistenza; finché dura questa condizione, siamo sufficienti a noi stessi, come Dio. »
Jean-Jacques Rousseau, Le meditazioni di un viandante solitario,
Quinta passeggiata.
Augurando che un simile stato d’animo sia il frutto degli anni maturati dalla riflessione e dall’esperienza, porgo, in occasione del nuovo anno, i più cordiali saluti all’amico Fabio Brotto e a tutti i frequentatori del sito da lui animato e condotto.
Eros Barone
Dialogo di un venditore d’almanacchi
Mi son messo da vent’anni a vendere almanacchi dell’anno nuovo (senza dirlo ad alcuno), e ieri mi sono incontrato col conte Leopardi, che passava di qui. Continua a leggere
Essere e non-essere
C’è un problema di fondo nell’acuto e ricchissimo libro di Fabio Vander sulla dialettica hegeliana Essere e non-essere. La scienza della Logica e i suoi critici (Mimesis 2009): quello del concetto di rivoluzione. Nella Introduzione Vander chiarisce immediatamente che intende la dialettica “come ragione dell’essere dell’ente ovvero come possibilità della contraddizione come fondamento” (p.10). Ciò non sorprende il lettore del precedente Critica della filosofia italiana contemporanea. Per Vander, il problema della Modernità non è l’ oblio della differenza ontologica, ma l’ oblio della differenza dialettica (p.13). In sostanza, secondo Vander l’autentica natura della dialettica hegeliana è stata mistificata dalla filosofia degli ultimi due secoli, che l’ha recepita e criticata come astratta e separata dal reale, proprio mentre tutte le principali filosofie, compresa quella di Marx e dei suoi epigoni, si volgevano in ontologie. Mentre Vander ritiene che in Hegel l’idealismo non sia affatto la costituzione della realtà da parte del pensiero (idea che offre il fianco alla critica cattolica, marxista ecc.) ma una visione per cui “il pensiero effettivamente costituisca il suo ‘oggetto’, ma solo in quanto questo in sé sia già costituito dialetticamente, sicché in verità il pensiero non fa che svelare questa natura con una indefessa critica del pensiero astratto” (p. 32). L’unica e sola dialettica autentica per Vander è quella hegeliana. Rifondare la dialettica contro le ontologie-ideologie dominanti significa ritornare ad Hegel qual è veramente, significa restaurare l’autentica dialettica hegeliana.
Il nodo concettuale fondamentale di questo testo vanderiano emerge con chiarezza da questa affermazione a p. 37: “Un punto fermo di valore generale è stabilito: nessun formalismo o logicismo in Hegel, nessuna ‘metafisica razionalista’; il pensiero non ‘inventa’ niente, vede semmai oltre la semplice apparenza e insegna a coglierne la verità, che però è la relatività. E in questo modo è tenuta aperta la possibilità del cambiamento”. Ora, è qui evidente, e viene confermato dalla lettura delle pagine seguenti, che per Vander il cambiamento è la rivoluzione. Che cosa essa sia si fa un po’ fatica a cogliere, ma parrebbe di intuire che per Vander un barbaglio se ne possa intravedere nell’ultimo Lenin e nella prima fase della Rivoluzione Russa (poi stroncato, secondo l’autore, dall’imporsi dell’ontologismo staliniano). Ma se la verità oltre la semplice apparenza è la relatività di tutto, i casi sono due: o il pensiero pone che questa relatività sussista di per sé, anche se non pensata come tale, oppure pone che essa sussista solo in quanto pensata. Nel primo caso rientreremmo nei confini di una sapienza immemoriale (che “tutto è relativo tranne la relatività stessa” è detto da Leopardi nello Zibaldone), nel secondo in quelli di un idealismo volgare, per il quale il pensiero crea tutto, e la realtà esiste solo in quanto pensata. Ma l’idealismo hegeliano, che Vander sostiene con una argomentazione di grande coerenza e rigore, non è di questo tipo. Il punto in cui viene esplicato meglio è, a mio giudizio, nel capitolo Contraddizione e possibilità del reale (p. 66), che si conclude così: “Non si tratta di dire che senza l’uomo il mondo non esiste o che l’uomo ‘inventa’ il mondo, che si fa pretenzioso Demiurgo (come secondo troppi critici – atei o cattolici – dell’idealismo), ma che ciò che ci circonda non esiste come mondo, ma solo come ‘semplice determinazione sensibile, intuizione’ finché non viene rielaborata concettualmente e resa insieme intelligibile, coerente, manipolabile, modificabile. Questo intendevamo all’inizio […] per ‘potere costituente’ del pensiero”. (p. 71) In ogni caso, è evidente che per Vander la possibilità del cambiamento (rivoluzione) si dà solo se il pensiero vede, al di là dell’apparenza immediata (e delle fossilizzazioni del pensiero astratto e delle ontologie), la relatività di tutto. Quindi la rivoluzione sarebbe anzitutto un fatto del pensiero. Ma la nottola di Minerva inizia a volare quando scende il crepuscolo…
Delle armi 2
Qualche giorno fa, ho ascoltato alla radio (Prima pagina, sul terzo programma) un giornalista di Famiglia Cristiana, Alberto Chiara, discutere con un ascoltatore dell’acquisto da parte dell’Italia di un certo numero di caccia-bombardieri. Il giornalista si diceva contrario, e sosteneva che questa spesa è ingiusta e inopportuna, e che l’Italia secondo la sua Costituzione non dovrebbe possedere armi d’offesa, ma solo armi difensive. Siccome gli aerei in questione sono anche bombardieri, cioè armi d’attacco, argomentava il giornalista, il loro acquisto è contrario alla Costituzione, che ripudia la guerra. Continua a leggere




