La macchina degli abbracci

La macchina degli abbracci. Parlare con gli animali ( trad. it. di I.C. Blum, Adelphi 2007) è un libro in cui Temple Grandin, forse la persona autistica più famosa del mondo, e sicuramente la più ricca grazie al suo lavoro, spiega la mente animale utilizzando la conoscenza della propria, quella di una persona con autismo. La prima cosa che mi viene da dire riguarda il titolo. Quello inglese è Animals in Translation. Using The Mysteries of Autism to Decode Animal Behavior. Si può facilmente notare come la traduzione italiana del titolo ne alteri profondamente il significato, privandolo della sua aura scientifica e ingannando il lettore. Infatti il libro non tratta affatto del parlare con gli animali, come recita il sottotitolo in italiano, ma si serve degli apparenti misteri della mente autistica, ovvero delle sue caratteristiche fondamentali, per decodificare il comportamento animale: operando appunto una traduzione, che si serve come medium dell’autismo. Per di più, la macchina del titolo, un congegno realmente ideato dalla Grandin, nel libro occupa uno spazio minimo. Dunque, il titolo italiano, che suona così dolciastro e animalista, è assolutamente mistificante. Continua a leggere

La questione dell’unità nazionale

di Eros Barone  

L’Italia sabauda non era la vera Italia, lo Stato nazionale non ha alcuna legittimazione etica e culturale e la rappresentazione del Risorgimento incentrata sulla classica triade ‘Vittorio Emanuele II-Cavour-Garibaldi’ e codificata a livello scolastico dai manuali e dall’insegnamento della storia, è falsa. Con queste affermazioni un ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, ha espresso, nel corso di un’intervista televisiva, il suo contributo alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. In realtà, simili prese di posizione dimostrano che la questione dell’unità nazionale sta diventando nel nostro paese la questione più importante e più urgente. In nessun altro paese sarebbe concepibile che un ministro si dissoci in maniera così plateale dalla celebrazione della nascita dello Stato che è chiamato a governare. Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo 7

Sono sempre più convinto che il pessimismo radicale dell’ultimo Girard sia uno sviluppo delle premesse, che non vi sia un salto rispetto ai suoi inizi. E penso che ciò sia legato alla mancanza di una base filosofica del suo pensiero. In realtà, l’essere umano di Girard non è altro che pura relazione mimetica, e proprio per questo è sostanzialmente un nulla. Perché la filosofia non è eludibile, ritorna sempre. E un’antropologia che pensi di farne a meno alla lunga non si regge. In questo, ha ragione Giuseppe Fornari, che si sforza di introdurre nella teoria mimetica un fondamento metafisico.

Occorre anzitutto, secondo me, che la teoria mimetica pensi il concetto di identità e di differenza. Un mancato chiarimento di questi concetti e della loro relazione porta infatti nel buio del nichilismo, in cui lo stesso Girard, che ne è un critico, rischia sempre di sprofondare. Continua a leggere

Portando Clausewitz all’estremo 6

Fabio Brotto

Mi sono ricreduto sulla mia critica alla Lettera agli Ebrei di san Paolo, che era tutto ciò che restava in me di “moderno” e di anticristiano. La critica di un “cristianesimo storico” a vantaggio di una specie di “cristianesimo essenziale”, che io ritenevo di aver colto in stile hegeliano, era assurda. Bisogna al contrario pensare al cristianesimo come essenzialmente storico, e Clausewitz ci aiuta a farlo. Il giudizio di Salomone dice tutto al riguardo: c’è il sacrificio dell’altro e il sacrificio di sé, il sacrificio arcaico e il sacrificio cristiano. Ma sempre di sacrificio si tratta. Siamo immersi nel mimetismo e dobbiamo rinunciare alle trappole del desiderio, che è sempre desiderio di ciò che l’altro possiede. Lo ripeto, non c’è alcun sapere assoluto possibile, siamo costretti a restare nel cuore della storia, ad agire nel cuore della violenza, perché ne capiamo sempre meglio i meccanismi. Saremmo in grado per questo di eluderli? Ne dubito. (72) Continua a leggere

Prima di domani

Un giorno Jørn Riel, che passò 18 anni in Groenlandia, vicino ad una grotta si imbatté in alcuni resti umani, vecchi di un secolo. Una donna e un bambino. Da questo incontro sorse l’ispirazione per un romanzo che trovo potente e suggestivo, Prima di domani (Før morgendagen, 1975, trad. it. di J.M. Ferrer, Iperborea 2009). Romanzo scritto in un modo che mi ricorda Cormac McCarthy, essenziale; storia fatta di eventi, di azioni e di parole all’altezza delle azioni, come può essere solo quando, per una qualche ragione, i personaggi di una vicenda narrata sono al di fuori della cultura dei ceti sociali cui appartengono gli scrittori. Ciò avviene anche in McCarthy. E anche nel Verga dei Malavoglia, in fondo: e mi sovviene Richard Weisberg e il suo Il fallimento della parolaContinua a leggere

Il ‘caso Gomorra’

 di Eros Barone

  Nel discutere del ‘caso Saviano’ sembra inevitabile l’oscillazione tra i due estremi del ‘politicamente corretto’ e del ‘socialmente scorretto’, anche se, lo confesso, io propendo per quest’ultima posizione, che mi sembra, dal punto di vista dialettico, più produttiva (così come l’iconoclastia è più stimolante dell’idolatria). Posta questa premessa, mi sembra importante chiarire (non tanto il ‘caso Saviano’ quanto) il ‘caso Gomorra’, ossia i limiti entro cui è possibile riconoscere la paternità letteraria di un testo che è stato sottoposto ad un massiccio lavoro di ‘editing’. Continua a leggere