LIBRI
Solo
Un eccellente romanzo globale è Solo di Rana Dasgupta (Solo, 2009, trad. it. di S. Rota Sperti, Feltrinelli 2011). Veramente globale, anzitutto per la vita dell’autore. Nato a Canterbury da famiglia indiana, studia Letteratura francese ad Oxford, pianoforte ad Aix-en-Provence, Communication Arts nel Wisconsin. Lavora poi a Londra, quindi a Kuala Lumpur, quindi a New York. Adesso vive a Delhi. E Solo narra la vita di un bulgaro dal nome tedesco ed evocativo di Ulrich, mentre nella seconda parte, onirica, molti fatti avvengono a Tbilisi in Georgia. Continua a leggere
Il Messaggero
Non si può dire che a Kader Abdolah difetti l’audacia. Lo scrittore iraniano che scrive in nederlandese ha appena dato alle stampe una sua versione del Corano e una vita romanzata di Maometto, questo Il Messaggero (De boodschapper, 2008, trad. it. di E. Svaluto Moreolo, Iperborea 2010). L’operazione che il non credente Abdolah vorrebbe compiere è ambiziosa, troppo. Egli vorrebbe rendere disponibile all’immaginario occidentale il materiale coranico, svolgendo una operazione di mediazione culturale che a mio avviso non è possibile. Proprio mentre l’immenso deposito dell’immaginario cristiano va dileguandosi, e infiniti giovani europei non sono più in grado di comprendere il significato dell’arte sacra cristiana, Abdolah pensa di iniettare materiale islamico nell’Occidente laico. Essendo egli stesso un laico non credente. Continua a leggere
Canale Mussolini
Canale Mussolini (Mondadori 2010) è un romanzo storico corale che si collega apertamente al Mulino del Po di Bacchelli. Il lettore avvertito coglie subito il nesso a p. 21, dove legge delle origini della famiglia Peruzzi: “Un nonno o un bisnonno – non so se per parte di padre o di madre – pare fosse stato in Russia con Napoleone e al ritorno si fosse fatto uno di quei mulini ad acqua, sa, quelli sui barconi galleggianti che stazionavano sul Po e l’acqua, da sotto, faceva girarte le pale”. Il riferimento di Pennacchi non poteva essere più chiaro. Epos padano dei coloni fascisti dell’Agro Pontino, negli anni Trenta. E certo vi è molto di Lazzaro Scacerni in personaggi come Pericle Peruzzi: forza fisica, coraggio e audacia non sono caratteristiche che abbondano nei personaggi dei romanzi italiani, lo scrittore italiano contemporaneo non ama queste doti: non le sa maneggiare senza creare mostri, perciò le evita. Va a lode di Pennacchi aver costruito un grande romanzo su personaggi contadini, forti e pure fascisti. Il romanzo tuttavia non è un’apologia del fascio, grazie anche alla voce narrante che è quella di un membro della famiglia Peruzzi, un custode delle memorie che consente allo scrittore la distanza della non-identificazione con le ragioni di una parte. Il romanzo di Antonio Pennacchi mi pare poi meritevole per il fatto di essere totalmente al di fuori di qualsiasi logica del risentimento, ed esente da ogni ricerca di capri espiatori e vittime. [Come il romanzo anche il più intimo e psicologistico possa costituire un meccanismo vittimario è un tema su cui vorrei avere il tempo di riflettere]. Un primo passo verso una memoria storica condivisa? Troppo tardivo, forse. Infine mi sono compiaciuto di trovare tra i coloni una vecchia Toson da Zero Branco. Non mi capita spesso di leggere in un romanzo il nome del mio paese natale.
Rileggo Simone Weil 81
Il cristianesimo primitivo ha fabbricato il veleno della nozione di progresso mediante l’idea della pedagogia divina che forma gli uomini per renderli capaci di ricevere il messaggio del Cristo. Questo s’accordava con la speranza della conversione universale delle nazioni e della fine del mondo come fenomeni imminenti. Ma poiché nessuna delle due si era verificata, dopo sedici o diciassette secoli questa nozione di progresso è stata prolungata al di là del momento della rivelazione cristiana. Quindi doveva rivoltarsi contro il cristianesimo. (III, 349-350) Continua a leggere
La nobiltà di spirito
Inattuale fin dal titolo è questo libro di Rob Riemen Nobiltà dello spirito (ADEL VAN DE GEEST, 2008, trad it. di D. Santoro, Rizzoli 2011). Un elogio della civiltà e della libertà, le cui due icone qui sono Thomas Mann e Socrate. Il tema principe è quello del rapporto tra gli intellettuali e la verità, che nel Novecento si è posto come questione critica e tragica, fino ai giorni d’oggi. Continua a leggere
Congedi
Ha come sottotitolo La crisi dei valori nella modernità questo tascabilissimo volumetto di Alberto Castoldi Congedi (Bruno Mondadori 2010). Costruito citazione dopo citazione, come tutte le opere del genere, sviluppa un ragionamento non particolarmente originale, ma potrei consigliarlo ad uno studente universitario come introduzione a relativismo e nichilismo. Continua a leggere
La maschera dell’Africa
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Tra i libri di V.S. Naipaul che ho letto, La maschera dell’Africa (The Masque of Africa, 2010, trad. it. di A. Bottini, Adelphi 2010) è quello che trovo più bello, in tutti i sensi.
Il titolo già allude ad una dimensione sacrificale, che risulta poi onnipresente. Lo sguardo di Naipaul cerca il sacro africano, la sua pervasiva presenza in tutti gli aspetti della vita, la sua indistruttibilità. Declinato in forme non molto differenti, lo trova in Uganda, Ghana, Costa d’Avorio, Gabon, Nigeria e Sudafrica. Culto degli antenati, rapporti con gli spiriti, iniziazioni (con esclusione delle donne), magia, e sacrificio sacrificio sacrificio. Il permanere di un rapporto con la vita segnato dalla mancanza di un passato di memorie storiche scritte, e da una irrefrenabile tendenza alla crescita numerica e alla crudeltà verso gli animali. Naipaul mostra qui un raro equilibrio tra umanesimo e realismo, con una totale assenza di political correctness e una profonda empatia per l’umano in quanto umano.
L’Africa non è un paese per animalisti, nonostante un’abbondanza di vita animale (che viene abbondantemente consumata). Gatti e cani non se la passano affatto bene, tanto per dirne una. E gli Africani si mangiano qualsiasi creatura (fatti salvi gli animali totemici di ciascuna etnia, che se ne astiene). Mi è molto piaciuta, con una leggera punta di orrore, la denominazione generica di “carne di boscaglia”, per gli animali commestibili che vivono in libertà (scimmie comprese). Nel libro ci sono pagine stupende, come questa sui gatti, una squisitezza.
Poi ci mettemmo a parlare della fauna selvatica del Ghana. Non ne era rimasta molta. I ghanesi se l’erano in gran parte mangiata. Dalla fauna passammo al tema dei gatti e dei cani, che si potevano mangiare senza restrizioni. Nel Nord prediligevano i cani, che chiamavano “capre rosse”. Nel Sud preferivano i gatti, e infatti questi erano quasi scomparsi. Richmond conosceva un tale che li allevava appositamente per mangiarli.
Il guaio dei gatti era che erano difficili da ammazzare. I gatti capivano quando li si voleva ammazzare per mangiarli e si difendevano con tutte le forze, arrivando in quei momenti a diventare pericolosi. Il sistema migliore, se avevi ospiti a pranzo e non volevi dare troppo nell’occhio, consisteva nel tirargli il collo, come si fa in Inghilterra con i conigli. Ma nel farlo c’era il rischio di venire graffiati a sangue. Il metodo più sicuro – se non dava fastidio il baccano – consisteva nel chiudere il gatto in un sacco e ammazzarlo a bastonate. Un altro buon sistema era l’annegamento. Si attirava il gatto in un recipiente usando come esca una sardina, e poi si continuava a versarci dentro l’acqua, finché il gatto affogava.
Un vantaggio di questo sistema era che, dopo, risultava più facile scuoiare la bestiola gonfia d’acqua. (p.160)
La narrazione di Naipaul è punteggiata di incontri con uomini e donne africani, e riporta le loro parole, e le loro interpretazioni degli eventi e della vita. Le ultime pagine del libro sono dedicate al Sudafrica dopo la fine della separazione tra bianchi e neri. Situazione difficilissima, ben spiegata dalle parole di Winnie Mandela, e da quelle di Rian Malan, l’ultimo personaggio cui lo scrittore concede la parola.
De philosophia italica 5
Gioberti, Mosca e Gramsci sono gli autori su cui si sofferma l’importante appendice del De philosophia italica. Vander li utilizza per mettere in luce il carattere ideologico (borghese) della teoria della classe politica, sposando risolutamente l’analisi gramsciana ed affermandone l’estrema attualità, come si vede nell’uso cardinale del concetto di egemonia. Continua a leggere
De philosophia italica 4
Il terzo capitolo del libro di Vander è dedicato a Vincenzo Cuoco. La riflessione di Cuoco sul fallimento della rivoluzione francese è la riflessione di Gramsci sul fallimento della rivoluzione russa, scrive Vander a p. 99. Modernizzazione dell’Italia e rivoluzione sono la stessa cosa, e l’eterno ritardo del nostro Paese è dovuto per il nostro autore alla rivoluzione passiva cui sono state condannate le masse popolari italiane. Una rivoluzione passiva che è un processo politico di lunga durata da cui sono state sistematicamente tenute fuori, con una costante privazione di autonomia e di potere politico. Lo sguardo di Vander, come abbiamo notato fin dall’inizio, è sempre proiettato sull’oggi, e non può sfuggire il significato di affermazioni come questa, in nota (ibidem): “Gli ‘antichi regimi’ di tutti i tempi avranno sempre dalla loro il popolo se i rivoluzionari non rinunceranno ad elitismo e intellettualismo, ricercando sistematicamente il consenso popolare”. Continua a leggere
