De philosophia italica 3

La critica a Cartesio e al suo razionalismo comporta secondo Vander una critica a Parmenide (p.69). Debbo dire che leggendo Vander mi convinco sempre più che il termine metafisica viene correntemente utilizzato in accezioni differenti. Con un’analisi attenta forse questo uso incerto potrebbe essere riconosciuto anche all’interno di questo testo. Personalmente, ritengo che ogni anti-metafisica sia sempre una metafisica, e che lo siano anche le concezioni dialettiche e i materialismi, storici o non storici. Del resto, a p. 85 leggiamo che “la politica si fonda su una metafisica del finito, che significa: su una filosofia dialettica”.

La filosofia vichiana, acutamente interpretata da Vander, conduce ad “una fondazione della politica come scienza del conflitto sociale e di potere” (p.93). Tale scienza, è detto a p. 95, concepisce una quarta forma di stato, oltre a monarchia, aristocrazia e democrazia (ma qui Vander non usa quest’ultimo termine per non rischiare confusioni), uno stato in cui i “supremi signori” sono gli uomini “onesti e dabbene”, una vera “aristocrazia naturale”, in una repubblica in cui la guida politica spetta  a quelli che, indipendentemente da classe e censo, si distinguono per la loro attitudine e competenza, onestà, ecc. La questione della classe politica e della sua natura e selezione si pone con tutta la sua problematicità.

 

De philosophia italica 2

Il secondo capitolo di De philosophia italica è dedicato a Vico. Secondo Vander, Vico con la sua opposizione a Cartesio non scivola affatto nell’irrazionalismo, ma …”non si limitava a rovesciare il paradigma cartesiano (cioè non metteva semplicemente la ragione al servizio del corpo), sosteneva invece che solo il loro ‘insieme ‘, teoria e prassi, ragione e passione, idee e corpo, costituisce il fondamento, la verità. Solo un pensiero incarnato (essenzialmente storico) può poi determinarsi nei più astratti concetti (della filosofia, della scienza, ecc.), cioè ‘è proprio per questo che penso’. Il pensare preso separatamente è una determinatio (che è dimidiatio, cioè astrazione) del fondamento dialettico (p.51). Continua a leggere

De philosophia italica 1

È sempre un piacere per me leggere i libri di Fabio Vander, uno dei pochi pensatori forti dell’Italia contemporanea. Anche se (e forse proprio perché) lo sento lontano, nella stessa misura lo trovo stimolante. L’ultimo suo libro, De philosophia italica. Modernità e politica in Vico e Cuoco (Pensa Multimedia 2010) , affronta una serie di questioni dalle rilevanti ricadute politiche, tra le quali spicca quella della rivoluzione passiva e dell’eterno trasformismo italiano.  Continua a leggere

La capanna nella vigna 8

La buona intelligenza politica, il giudizio su peso ed equilibri nelle regioni politiche, è altrettanto raro quanto la giusta comprensione del conflitto tragico. Ecco perché un buon dramma è altrettanto infrequente che una autentica concezione politica. (p.204)

Che il singolo, il debole, il perseguitato, nella sua cameretta, nel suo nascondiglio, nella cella della sua prigione possa opporre resistenza al Leviatano, che possa perfino citarlo sugli scranni della corte, e che tale forza gli sia conferita proprio dalla paura è un pensiero grandioso. È dunque soffrendo che si riesce a sopravvivere. (p. 215)

Poiché non possiamo vivere senza errore, dobbiamo solo sperare che i nostri errori non si avvicendino troppo rapidamente. Ci auguriamo pertanto che si avvicendino a lunghe ondate. Solcandole, le navi raggiungono sicure il porto: le chiese navigano sui millenni, gli stati sui secoli, gli individui su ondate di sette, dieci anni. (ibid.)

La capanna nella vigna 7

Come l’armonia invisibile è, secondo Eraclito, più importante di quella manifesta, così un atto di violenza segreto è più tremendo di uno aperto. (p. 136)

La diffidenza nei confronti di chiunque si accosti al proprio oggetto al di là degli apparati è uno dei segni dell’epoca della tecnica e del suo progresso. Risulta sospetto, per esempio, il tale che, leggendo la Bibbia, aggiunga una nuova osservazione senza essere un professore di teologia. Ma, anche se lo fosse, ci sarebbe da fare una distinzione ulteriore tra studiosi dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Ciò significa però rovesciare le cose, perché questo tipo di conoscenza specialistica costituisce una delle ragioni per cui si è esclusi dalla ricchezza originaria degli oggetti. Mosè e Cristo si sono rivolti a spiriti di ben altra natura e continuano a farlo anche oggi. Un sarto, un giardiniere, un contadino, un pescatore possono essere più vicini al testo e attingere alle sue sorgenti più profonde, non certo in virtù della loro professione, bensì della loro ingenua freschezza. Ci leggeranno qualcosa di nuovo, ne ricaveranno un’acqua vitale, e quella novità verrà a coincidere con il testo antico, con il testo sacro originario che ancora si rivela nella Parola. La fatica di Sisifo degli eruditi della Scrittura, invece, che porta nel vuoto su strade sempre più sottili, andrà dispersa. (p. 194)

La capanna nella vigna 6

La croce sta nel fatto che l’essere umano è allo stesso tempo la più reale delle realtà e la più astratta delle astrazioni. È la doppia lama della forbice con cui è incisa la sua misura, per un breve istante. (p. 125)

La capanna nella vigna 5

I tibetani, costruendo i loro monasteri, devono evitare i disegni simmetrici che attraggono i demoni. Il perché di un simile divieto si capisce già solo pensando alla specularità. Una delle tendenze vitali primarie punta a sottrarsi con sempre crescente libertà all’obbligo della simmetria: è un fenomeno che possiamo osservare sia nella genealogia degli animali sia nell’arte. La tecnica invece è essenzialmente incline a creare figure non solo simmetriche, bensì addirittura congruenti e dovrebbe dunque – se si vuole dar credito ai tibetani – predisporre delle vere e proprie piste di atterraggio per i demoni. La cosa non è improbabile, visti i suoi successi. Ne è indizio tutto ciò che va al di là delle intenzioni (p. 114)

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Da un punto di vista girardiano, il senso è trasparente. Dietro ogni simmetria si celano i demoni della mimesi violenta.

La capanna nella vigna 4

La grandezza di san Martino non sta tanto nel fatto che egli porga aiuto, quanto nel fatto che egli porga aiuto immediatamente al prossimo sulla via. È questa la virtù che sfiora il miracolo. (pp. 51-52)

L’umanità faziosa è più spregevole della barbarie. (p.76)

Fintanto che c’è un libro a portata di mano e il tempo di leggerlo, nessuna condizione potrà mai essere disperata, né del tutto priva di libertà. (p. 99)

[Per questo nei gulag comunisti di solito non ci sono né libri né tempo. – F.B]

La capanna nella vigna 3

Gli spiriti che vedono saranno sempre diversi da quelli che vogliono. E’ un brutto segno però quando tra gli uni e gli altri si spalanca un abisso. (p. 46)